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UNA PAROLA PER VIVERE
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Don Mario Cimosa, sdb, docente di Sacra Scrittura, ci accompagna ad accostarci alla Parola di Dio.
30 marzo 2008 - Seconda Domenica di Pasqua (in Albis)
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Potremmo chiamare questa seconda domenica di Pasqua "credere senza aver veduto" oppure "la domenica di Tommaso". Infatti il vangelo ci presenta la seconda apparizione di Cristo Risorto presente Tommaso. Questi era rimasto perplesso e aveva chiesto di verificare personalmente il fatto della Risurrezione. Il Signore in maniera dolce ma decisa gli concesse di credere ma affermò una teologia della fede esigente e assoluta:
"Tu hai creduto perché hai visto; beati quelli che hanno creduto senza aver visto!".
Gli Atti ci offrono un quadro preciso e suggestivo della vita delle comunità primitive. La fede senza vedere ma facendo l'esperienza dei segni sacramentali partendo dalla comunità ecclesiale, segno della morte e risurrezione di Cristo caratterizza la prima comunità e caratterizzerà tutte le comunità che appartengono a Cristo.
Il racconto che leggiamo quest'anno ci presenta quattro aspetti di questa vita comunitaria: la vita di preghiera, la fedeltà nell'ascolto della parola degli apostoli, la vita di comunione fraterna e la frazione del pane.
La seconda lettura biblica di questo periodo è tratta per quest'anno dalla prima lettera di Pietro. In questa domenica leggeremo l'inizio della Lettera in cui è presente una allusione alla rigenerazione battesimale:
"benedetto sia Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo! Egli ha avuto tanta misericordia per noi, che ci ha fatti rinascere: risuscitando Gesù Cristo dai morti, egli ci ha dato una vita nuova. Così ora abbiamo una speranza viva",
ha fatto pensare a qualche studioso a un inno composto per la liturgia battesimale. La risurrezione di Cristo è il fondamento della nostra speranza nella gioia eterna per cui le sofferenze e le prove di questa vita non possono offuscare questa gioia.
A conclusione di questi miei interventi, ringrazio tutti coloro che li hanno letti. Ho utilizzato talvolta strumenti di amici ma, avendo voluto privilegiare, come avrete notato, il Salmo Responsoriale, mi sono servito di un Commentario che raccomando a coloro che fossero interessati:
M.Cimosa, Lampada ai miei passi è la Tua Parola (Salmi 101-150), LEV, Città del Vaticano 2002.
M.Cimosa, Perché, Signore, mi nascondi il Tuo Volto? (Salmi 51-100), LEV, Città del Vaticano 2004.
M.Cimosa, Mia Luce e Mia Salvezza è il Signore (Salmi 1-50), LEV, Città del Vaticano 2005.
C.Buzzetti - M.Cimosa, Con i Salmi in mano. Una guida particolare, LEV, Città del Vaticano 2004.
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29 marzo 2008 - Sabato dell'Ottava di Pasqua
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Resurrezione e Missione degli Apostoli
Chi si incontra con Gesù riceve l'incarico di andare dagli altri ad annunciare e trasmettere il dono che egli stesso ha ricevuto.
Il cristiano vive la sua fede non solo per se stesso ma per comunicare agli altri, a tutti, il Vangelo di salvezza.
Gli Atti degli Apostoli ci presentano oggi l'inizio della missione degli apostoli a Gerusalemme tra mille difficoltà. Essi con la forza che viene loro dalla fede nel Cristo Risorto non si lasciano scoraggiare dalle minacce delle autorità giudaiche perché nella loro opera di evangelizzazione sono animati dallo Spirito di Gesù e dall'amore verso di Lui.
E' molto facile una lettura cristiana di un'altra parte del salmo oggi proposto come responsoriale (cfr. Sal 117, 1.14-15.16-18.19-21) perché ci vengono in aiuto il NT e i Padri della Chiesa a comprenderlo nel suo significato cristologico e pasquale. A cominciare dall'accoglienza di Gesù a Gerusalemme, accoglienza che è come un anticipo della Pasqua, della passione. E' Gesù che deve attraversare la porta dei vincitori, che per lui sarà la porta della morte, dopo aver sofferto nella passione (cf Is 52,13-53,12). Il v.22:"La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale" è citato in molti brani del NT. Forse questo versetto faceva parte del repertorio di citazioni dell'AT della predicazione primitiva. Gesù è stato respinto come Messia, una pietra che non si adattava alla costruzione che gli ebrei avevano innalzato sopra la Legge.
Nella lettura cristiana dobbiamo apportare una correzione importante. Il salmo dice: "Il Signore mi ha dato una lezione, ma non mi ha lasciato morire" ma noi possiamo correggere: "mi ha consegnato alla morte, ma non definitivamente". Dio Padre ha glorificato il mio essere umano, per questo gli rendo grazie. E' la pista privilegiata dalla tradizione cristiana a partire dal NT e dai Padri. E' la via di utilizzazione più ricca e feconda. Il salmo presenta la fine del dramma come una vittoria sulla "morte": di qui l'interpretazione pasquale. Gesù e gli apostoli l'hanno recitato durante l'ultima cena (è l'ultima salmo dell'Hallel!). "Avversità" (v. 5a), "odio" (v. 7b), "pietra scartata" (v. 22a), la vittima del sacrificio condotta fino all'altare sono temi chi spontaneamente possono essere applicati alla passione di Cristo. L'"osanna" del v. 25a come l'acclamazione del v. 26a: "benedetto colui che viene nel nome del Signore", le stesse palme sono entrati direttamente a far parte del racconto evangelico dell'entrata di Gesù a Gerusalemme. Il tema della "pietra angolare", oggetto di tante citazioni neotestamentarie, faceva certamente parte del kerigma primitivo della risurrezione di Gesù, come il tema della "destra di Dio", senza contare il tema cristologico della "porta" relativo al nostro ingresso nella vita eterna e nella resurrezione.
Tutto questo mistero di pienezza condensa "il sacrificio di ringraziamento" per eccellenza del culto cristiano ("l'eucarestia"!) Che esprime e realizza l'unità infrangibile del "nuovo" Israele nel suo duplice aspetto indissociabile (sacerdozio e laicato). Se noi leggiamo correttamente il v.24a la domenica e soprattutto a Pasqua quel giorno diventa meno un "giorno fatto per il Signore" che "questo giorno" che domina e trascende tutta la storia, dove il "Signore ha fatto" la "meraviglia" delle meraviglie... In questa direzione va la rilettura sacramentale e liturgica del sal 117.
L'ultima parte del Vangelo di Marco (cfr. Mc 16,9-20) racconta in un appendice al Vangelo la fede comune della Chiesa primitiva che conclude sempre il racconto delle apparizioni del Signore Risorto ai discepoli con l'invio in missione.
E' bello pensare però che Marco abbia concluso il suo Vangelo già con 16, 8, anche se il testo attuale arriva fino al v.20:
"le donne uscirono e fuggirono dal sepolcro perché erano sconvolte e fuori di sé e non dissero niente a nessuno. Avevano paura".
Un membro autorevole della Chiesa antica trovava strano che il Vangelo si concludesse con l'espressione "avevano paura" e si è ricordato di una certa regola comunitaria che stabiliva come limiti dell'annunzio il Battesimo, amministrato da Giovanni e l'Ascensione di Gesù (At 1,21) e perciò ha pensato, attingendo agli altri Vangeli di aggiungere un ultimo brano e arrivare fino al v.20. Invece altri manoscritti antichi si sono limitati a dare al Vangelo di Marco una conclusione più sintetica dicendo:
"Le donne raccontarono brevemente ai compagni di Pietro ciò che era stato loro annunciato. E dopo di ciò Gesù stesso fece che essi portassero l'annuncio sacro e incorruttibile della salvezza dall'oriente fino all'occidente. Amen".
E' preferibile forse accettare il Vangelo come l'ha lasciato Marco, in sospeso. Tocca a noi continuarlo sapendo che si concluderà solo quando il Signore ritornerà. Per noi il Cristo non appartiene al passato ma vive ancora nella nostra vita cristiana e nella nostra testimonianza. Forse è più bello concludere così il Vangelo:
"Le donne uscirono e fuggirono dal sepolcro perché erano sconvolte e fuori di sé e non dissero niente a nessuno. Avevano paura" (Mc 16,8).
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28 marzo 2008 - Venerdì dell'Ottava di Pasqua
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Resurrezione e cena sul lago
Il salmo 117 di cui leggeremo oggi e domani alcuni versetti, come responsoriale, è considerato il salmo pasquale per eccellenza. Forse durante la festa dei Tabernacoli quando la processione giungeva all'interno del tempio, in vista del'altare del Signore, il re cantava il suo ringraziamento:
"Ti ringrazio, Signore: mi hai esaudito: sei venuto in mio soccorso. Mi hai dato la vittoria. Tu, o Dio, hai fatto cose grandi". Questo povero uomo, giudicato dai nemici un nulla, è divenuto nelle tue mani lo strumento principale della salvezza, come una pietra scartata da un operaio incapace è scelta invece da un valido capomastro a pietra d'angolo per dare saldezza alla costruzione. E' il Signore l'autore di questo miracolo provocando la nostra ammirazione. Questo giorno di prodigio deve essere giorno di gioia! La processione è giunta al centro del recinto sacro, vicino all'altare. Recitato l'inno di ringraziamento (con l'aiuto alla fine del coro), ora ripigliano i sacerdoti che agitando i rami di palma, di mirto e di salice escono nel grido rituale: hôsî'a-na' /"salvaci", che dapprincipio ripeteva semplicemente l'invocazione d'aiuto lanciata nei momenti critici della prova, ora invece è diventato un grido di gioia e d'esultanza per il pericolo scampato (cf Mt 21, 9). Era il grido pronunciato nel girare attorno all'altare nella festa dei Tabernacoli, e hôsî' anna, si chiamavano le frasche che si tenevano in mano (Mishna, Sukka, 4, 5). Quantunque il significato dell'espressione sia di richiesta di grazia, tuttavia nella coscienza dei fedeli e nell'uso liturgico doveva essere un grido di festa (cf Mt 21, 9). Dopo che i sacerdoti hanno lanciato il grido rituale, ripreso e ripetuto sempre più alto da tutta la folla, essi si rivolgono al rappresentante di tutto il popolo e gli danno il saluto ufficiale:
"Benedetto (barûk) nel nome del Signore colui che viene. E noi, dal suo tempio, vi benediciamo!".
Dio è stato luce per noi. Ha fatto brillare il suo volto su di noi e ci ha concesso la salvezza e la vittoria implorata. Ora stringete le fila e continuate la danza ai quattro lati dell'altare, prendendo dai quattro corni benedizione e fervore.
Questo salmo è preceduto nelle letture di oggi da un brano degli Atti degli Apostoli (cfr. At 4, 1-12) dove si racconta come a Pietro e a Giovanni viene dato di subire, per primi, la persecuzione per la loro fede cristiana. E' un occasione che viene offerta a Pietro per fare un annuncio pubblico e solenne su Gesù, divenuto Signore e Salvatore:
"Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, rispose loro: "Capi del popolo e anziani di questo tribunale, ascoltatemi. Voi oggi ci domandate conto del bene che abbiamo fatto a un povero malato e per di più volete sapere come mai quest'uomo ha potuto essere guarito. Ebbene, una cosa dovete sapere voi e tutto il popolo d'Israele: quest'uomo sta davanti a voi, guarito, perché abbiamo invocato Gesù Cristo, il Nazareno, quel Gesù che voi avete messo in croce e che Dio ha fatto risorgere dai morti. Il libro dei Salmi parla di lui quando dice: La pietra che voi, costruttori, avete eliminato è diventata la pietra più importante. Gesù Cristo, e nessun altro, può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci" (At 4, 8-12).
Ecco la conclusione di Pietro: Gesù è l'unica fonte di salvezza per tutti gli uomini. Lo spunto viene preso dalla guarigione del paralitico raccontato dagli Atti nel brano precedente. Un fatto constatabile da tutti. Al di là di questo si può intuire una realtà più ampia: la salvezza di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.
Il vangelo (cfr. Gv 21, 1-14) ci presenta una nuova stazione della "via lucis", di questo periodo postpasquale, molto bella e suggestiva. Si tratta di una nuova apparizione del Risorto e questa volta sul Lago di Tiberiade, collegata a una pesca miracolosa e a una cena di Gesù con i discepoli vicino al Lago. E' bella l'interpretazione che di questo episodio ne dà la tradizione e ne danno gli antichi autori cristiani. Il Cristo Signore è presente nelle comunità ecclesiali prese nella concretezza del loro lavoro e della loro vita quotidiana. L'ultimo "mestiere" del Signore Gesù è quello di fare il "cuoco". Ma Egli è presente soprattutto nell'assemblea eucaristica. E' durante la celebrazione dell'Eucarestia, quel banchetto sacro dove il Signore si rende presente nel pane e nel vino, dove prende l'iniziativa e rende fecondo il lavoro quotidiano di coloro che obbediscono alla sua Parola. Nell'episodio narrato c'è Giovanni "il discepolo che Gesù amava" che avendo un affetto e una sensibilità spirituale più spiccata riconosce Gesù e dice: "E' il Signore". C'è Pietro che dopo la pesca miracolosa porta a riva la rete con i pesci. Ci sono gli altri discepoli. Tutti invitati all'ultima vera cena dove si ritrova, ormai Risorto, lo stesso Signore che aveva celebrato con loro la cena pasquale durante la quale aveva istituita l'Eucarestia.
Tutto questo vale ancora per noi oggi. La presenza del Signore nella sua Chiesa, riunita per il convito eucaristico, ci dà tanta fiducia e forza nel continuare la nostra fatica quotidiana. Perciò lo preghiamo con il salmista: "Donaci, Signore, la tua salvezza".
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27 marzo 2008 - Giovedì dell'Ottava di Pasqua
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La Resurrezione di Gesù compimento delle Scritture
Dopo la guarigione del paralitico davanti a tanta gente meravigliata per un'opera compiuta da un uomo, Pietro fa un discorso per tutti quelli che hanno rifiutato Gesù mettendolo a morte (cfr. At 3, 11-26). La sostanza del suo discorso è che la morte e risurrezione di Gesù è il compimento di tutte le Scritture, è un'offerta di perdono e un'invito alla salvezza per tutti.
Dopo l'incontro con i discepoli di Emmaus, il Signore Risorto appare a tutti gli altri discepoli riuniti e li guida alla comprensione delle Scritture. Egli fa loro una lettura cristologica di tutto l'AT, dei libri storici, dei libri profetici e dei libri sapienziali. In modo particolare dei cosiddetti "canti del Servo" nel contesto della profezia del Deuteroisaia che hanno una posizione chiave nell'AT: forse proprio in questo punto chiave il rapporto tra il messaggio di Gesù e l'AT è il più chiaro e il più esplicito. Se ripercorriamo le tre parti del canone dell'AT, i libri storici, i libri profetici e i libri sapienziali, ci accorgiamo come Gesù è sempre presente, almeno in filigrana, in ciascuna parte di essi.
Per capire fino in fondo l'AT bisogna partire da Gesù: è l'unica strada. Gesù ha realizzato con la sua vita morte e risurrezione la salvezza promessa dai profeti. Alla luce della storia di Gesù tutte le promesse dell'AT acquistano un loro preciso significato. L'evento della Pasqua poi dà il senso ultimo a queste tradizioni, anzi a tutto l'AT, e ne mostra la piena realizzazione.
Lungo tutto l'AT la sofferenza fa parte del ministero di chi è intermediario tra Dio e il popolo. Il mediatore è uno del popolo, uno dei molti anonimi che soffrono. Il mistero dell'incarnazione: visto nel contesto globale della storia di Dio con il suo popolo. Se nell'AT vi è una linea che porta a Cristo, essa è in questo lamento del mediatore. E' il lamento di un uomo angosciato che soffre nella sua umanità. E questo lamento Cristo lo ha fatto suo.
La comprensione delle Scritture, il loro significato attuale è un dono di Dio. Non sono sufficienti, anche se necessarie, le risorse dell'intelligenza umana. Nel NT lo Spirito è all'opera fin dall'inizio della chiesa per ispirare agli apostoli e ai discepoli una parola il cui centro è la spiegazione attuale delle Scritture. Nell' AT basta ricordare l'attività dei profeti illuminata e mossa da Dio di cui si può dire con una felice formula di von Rad: "Si potrebbe quasi definire la loro (dei profeti) predicazione come un dialogo attualizzante con la tradizione". Nei discorsi degli Atti degli apostoli che stiamo ascoltando nella liturgia in questo periodo, che fa seguito alla Pasqua, il compimento delle Scritture è sempre legato intimamente al kerygma: i giudei hanno consegnato Gesù; egli ha sofferto ed è morto; Dio l'ha risuscitato; lo Spirito è stato attraverso lui donato a tutti; e tutto è avvenuto secondo il disegno di Dio che ha realizzato la sua promessa. La stessa concentrazione Luca la pone anche nel mistero pasquale, nei racconti di morte e risurrezione di Gesù. I vari momenti si ritrovano lungo tutto il Vangelo di Luca dove egli ha due modi di mostrare il legame con l'A T: il compimento delle Scritture e la tipologia.
Tutta la Sacra Scrittura è pedagogia che prepara i cuori a ricevere Cristo. E' pedagogia progressiva che conduce gradualmente il popolo verso la salvezza. Sono poche le esperienze del popolo di Dio, ma hanno continuamente bisogno di aggiornamento e di attualizzazione. L'aggiornamento definitivo è dato dall'Incarnazione della Parola.
Nell'AT e nel NT è lo stesso Dio che si rivela ed è la stessa Parola rivolta a noi e che in Cristo dice l'ultima parola che è la chiave di tutte le parole precedenti:
"Nei tempi passati Dio parlò molte volte in molti modi ai nostri padri, per mezzo dei profeti. Ora invece, in questi tempi che sono gli ultimi, ha parlato a noi, per mezzo del Figlio" (Ebr 1,1 2).
L'interlocutore è sempre lo stesso popolo di Dio impegnato con lui in un'alleanza. Anzi al di là di Israele e della Chiesa è l'umanità intera; per essa Dio, attraverso questa economia dell'AT e del NT, organizza la salvezza; quest'uomo universale è in fin dei conti, il figliuol prodigo che il Padre attende nella sua casa (cfr. Lc 15). Gesù offre nella sua vita una sintesi vivente delle Scritture. La sua esegesi, diciamo cristologica, delle Scritture Gesù l'ha ricevuta e perfezionata man mano che si è reso disponibile al disegno di Dio. Abramo, Mosè, Davide, Giona, il Servo di YHWH, i salmisti lo aiutano a realizzare quel capolavoro che gli è stato affidato: il Dio fatto Uomo.
Il nuovo Adamo non si può concepire senza l'antico; senza Abramo o Davide, Gesù è senza antenati; senza Geremia, Giobbe o il Servo di YHWH, le sue sofferenze e la sua risurrezione sarebbero difficili da spiegare. Anche Maria di Nazaret la si può capire solo alla luce di Eva, Sara, Miriam, Giuditta. Per l'uso che ne fa Gesù, egli è alla sorgente della predicazione di un antico testamento sempre nuovo.
Il salmo scelto per oggi come salmo responsoriale, è il Salmo 8, uno dei più belli. Un salmo che canta la natura come opera di Dio ma soprattutto l'uomo, contemplato nell'ambito dell'universo di cui costituisce il centro. La risurrezione di Gesù, nostro fratello nell'umanità, diventa motivo per esprimere meraviglia e gratitudine per la dignità e la grandezza dell'uomo: "O Signore, nostro Dio, come è grande il tuo Nome su tutta la terra".
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26 marzo 2008 - Mercoledì dell'Ottava di Pasqua
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Gli Apostoli annunciano il Vangelo e continuano la Missione di Gesù
Gli Atti degli Apostoli ci raccontano oggi della guarigione del paralitico alla porta del Tempio (cfr. At 3,1-10) ed è un esempio dei fatti e miracoli che accompagnano la testimonianza degli apostoli. Il protagonista anche qui è Pietro. E' lui che parla e prende l'iniziativa. Il centro del racconto è la parola rivolta da Pietro al paralitico: "Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina". Il nome di Gesù, un nome che porta salvezza agli uomini esplode la reazione dei capi dei farisei che cominciano a perseguitare anche i discepoli. Nel racconto al primo posto è messa però la guarigione. Essi agiscono non per la loro potenza, ma solo nel nome del Signore e continuano a fare miracoli come il loro Maestro.
Perciò il salmo responsoriale (cfr. Sal 104,1-2.3-4.6-7.8-9) ci invita a guardare con gratitudine a tutte le opere di Dio a favore del suo popolo e ci esorta a lodarlo: "Cantiamo al Signore con voci di gioia".
Il lungo racconto dell'evangelista Luca (cfr. Lc 24, 13-35) sull'incontro del Signore Risorto con i due discepoli di Emmaus è certamente uno fra i brani più suggestivi del Vangelo. Nel giro di una settimana a Gerusalemme è capitato di tutto. Gesù è stato accolto in maniera trionfale, acclamato come un re; ha trasmesso il comandamento dell'amore; durante la cena per la pasqua ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando un pane e versando del vino; è stato arrestato; ha sopportato tradimenti e rinnegamenti; è stato arrestato, processato, condannato a morte, trafitto su una croce, sepolto... E basta. Tutto è finito. I discorsi dei due discepoli sono quelli di chi, dopo aver vissuto una esperienza affascinante ed esaltante con Gesù, si ritrovano soli, abbandonati, sconfitti e decidono di abbandonare il "cuore" di questa vicenda per dirigersi verso il definitivo ritorno alla realtà di ogni giorno. Ma Gesù si fa loro compagno "... Gesù in persona si accostò e camminava con loro" (v. 15b) ma "...i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (v. 16). E' lui che prende l'iniziativa e soprattutto cammina al loro fianco, si fa compagno di quella strada: "Di che cosa state discutendo tra voi mentre camminate?". Dopo che essi rispondono: "Sei tu l'unico a Gerusalemme a non sapere quel che è successo in questi ultimi giorni?" egli incalza: "E che cosa è successo?". Ed essi raccontano ed esprimono la loro delusione. Questo si coglie dai verbi che utilizzano: "fu profeta grande... speravamo fosse lui a liberare Israele...". I discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze; certamente, anche sulla scia delle idee promosse dagli zeloti, ai quali era legato uno di loro, che ritenevano che la liberazione dovesse esprimersi con atti militari.
Invece Gesù non solo è condannato a morte, ma alla morte in croce. Questo non rientrava certo nei loro progetti.
Forse questo vale anche per noi e Gesù "...si accosta e cammina con noi". Egli è la via, la verità e la vita. Per questo cammina con noi: per condurci sulla via; per questo ci spiega le scritture: per portarci alla verità; per questo spezza il pane: per donarci la vita. Mentre i discepoli parlano Gesù li ascolta e li fa parlare. L'iniziativa dell'incontro è presa da Gesù. Gesù fa questo senza dire cose nuove. Ma sono cose che avevano bisogno di sentirsi ridire e che assumevano, in quel determinato momento e in quella specifica situazione, un significato nuovo. Arrivati a destinazione, con semplicità e serenità gli dissero: "Perché non ti fermi con noi?". E' molto bella questa richiesta, la richiesta di restare, di rimanere. Lo stare, il rimanere è il segno più eloquente della conoscenza. E' l'Eucaristia la chiave di svolta di questi due uomini. "Lo riconobbero nello spezzare il pane". Di colpo balzarono in piedi, lasciarono la cena a metà e corsero verso Gerusalemme. Quel Gesù che fu profeta, che speravano liberasse Israele, che è stato ucciso in croce era apparso loro, aveva camminato con loro e aveva spezzato per loro il pane.
Ecco l'insegnamento per noi oggi: balzare in piedi, lasciare la mensa, correre nel buio per gridare a tutti: "Il Signore è veramente risorto! Noi l'abbiamo visto".
Gesù ha acceso il loro cuore ed essi non riescono più a contenere l'ardore: sentono il bisogno di comunicarlo agli altri. L'adesione a Gesù si esprime nell'adesione alla comunità cristiana e si alimenta nell'Eucaristia, senza della quale non esiste comunità. I due discepoli di Emmaus, dopo aver incontrato il Signore e dopo averlo riconosciuto nel segno del pane, ritornano a quella comunità che avevano abbandonato con il cuore pieno di tristezza. Chiediamo a Gesù che lui stesso accompagni ciascuno di noi, come ha accompagnato i due discepoli di Emmaus, così anche noi, al termine del cammino, possiamo ripetere la loro preghiera: "Resta con noi, Signore, perché si fa sera".
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25 marzo 2008 - Martedì dell'Ottava di Pasqua
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Inizio della "Via Lucis"
Con oggi inizia la cosiddetta "via lucis", l'incontro del Signore Risorto con i suoi amici. La prima ad incontrare il Risorto è la Maddalena. Il capitolo 20 del Vangelo di Matteo racconta l'apparizione del Risorto a tutte le donne. Nel racconto di Giovanni, che è il Vangelo di oggi (cfr. Gv 20, 11-18), invece è la sola Maddalena ad incontrare il Risorto. Si trovava in lacrime accanto al sepolcro convinta che la salma del maestro fosse stata portata via. Allora appaiono due angeli e poi Gesù che ella, proprio come i discepoli di Emmaus non riconosce subito, anzi lo confonde con il giardiniere fino al momento in cui egli non la chiama per nome (Mariam è la forma aramaica del nome). Maria allora, con il volto pieno di luce, sentendosi chiamata, gli risponde con il nome a lei familiare Rabbunì ("Maestro mio") e gli si lancia incontro come per abbracciarlo.
"Gesù le disse:
- Lasciami, perché io non sono ancora tornato al Padre. Va' e di' ai miei fratelli che io torno al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro".
Gesù invita la Maddalena a non trattenerlo perché corra, è urgente, ad annunciare ai suoi discepoli che Egli è veramente risorto ed è ritornato al Padre suo. Gesù chiama i suoi discepoli "miei fratelli" per sottolineare il più stretto legame che la risurrezione ha stabilito tra loro e Gesù.
Nel Quarto Vangelo l'apparizione a Maria di Magdala è singolare. Gesù appare per prima a una donna per farla sua prima catechista ed evangelizzatrice. Saranno poi Pietro e Giovanni ad entrare nella tomba vuota e a credere all'evento conclusivo della storia di Gesù, oltre la morte. Ma quello avuto da Maria è il primo annuncio pasquale da portare ai fratelli. Ecco: una donna è il primo apostolo che ha reso testimonianza del Signore, visto e toccato dopo la sua risurrezione. L'esperienza dell'incontro con Gesù Risorto, nel dialogo con Lui e nella salvezza ricevuta e partecipata è quello che poi Pietro propone a quanti sono rimasti colpiti dal discorso pasquale dell'apostolo riportato nella prima lettura di oggi (cfr. At 2, 36-41). La prima cosa da fare è credere in Gesù, Messia e Signore, pentirsi dei propri peccati e convertirsi al Vangelo. Il Battesimo dona poi il principio della vita nuova che i "neofiti" hanno ricevuto la Notte di Pasqua e l'impegno battesimale che tutti noi abbiamo rinnovato.
Il salmo responsoriale (cfr. Sal 32, 4-5.18-19.20.21) che noi recitiamo oggi, ci fa ammirare l'opera di Dio e l'inizio dell'evangelizzazione e della conversione: "della grazia del Signore è piena la terra". Lo stesso salmo parla di una attenzione paterna di Dio su chi gli è fedele "per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame". Nella iniziazione cristiana queste due cose indicano il Battesimo e l'Eucarestia. La nostra vita sacramentale ha senso se ci conduce ad incontrarci personalmente con il Signore Risorto e a diventare suoi testimoni.
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24 marzo 2008 - Lunedì dell'Ottava di Pasqua
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Con il Signore Risorto da Pasqua a Pentecoste
Chi la domenica va a Messa partecipa alla celebrazione della Pasqua del Signore, è la cosiddetta "Pasqua settimanale", il ricordo e la celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore, la sua passione, risurrezione e ascensione. Il Signore "morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita". Poi il giovane che va a Messa ritornando alla sua esistenza quotidiana diventa testimone, narrazione viva della Pasqua del Signore. Ogni Messa è infatti una "Pasqua quotidiana".
C'è però un periodo dell'anno in cui la Chiesa attingendo ampiamente al ricordo del più grande evento della storia umana e alle Sacre Scritture che lo raccontano pone dinanzi ai nostri occhi tutta la ricchezza teologica e vitale di questo grande mistero per aiutarci a riviverlo.
Quello che abbiamo appena vissuto la settimana scorsa ha la sua logica continuazione nel tempo pasquale durante il quale si leggono ampiamente due libri biblici, pasquali per eccellenza, gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Giovanni. Questo periodo dura "cinquanta giorni" secondo un'antica tradizione liturgica. E' come un'unica grande domenica e si conclude con la Pentecoste che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Nel quarantesimo giorno dopo Pasqua si celebra l'Ascensione del Signore al cielo che con la Risurrezione costituisce un unico grande mistero. Il tempo pasquale è ritmato dalle sette domeniche di Pasqua che con l'abbondanza delle letture bibliche ci aiutano a penetrare nel grande mistero della Pasqua del Signore. Percorreremo questo lungo periodo pasquale ponendoci in ascolto attento della Parola di Dio per comprenderne tutto il suo significato esistenziale e spirituale e sarà la stessa Parola di Dio che ci aiuterà a viverlo intensamente a vantaggio nostro personale e di tutti quelli che incontreremo sulla nostra strada specie in questo tempo.
E' una sola, grande solennità che si concluderà con la Pentecoste, quella celebrata e cantata dalla Chiesa, la risurrezione del suo Cristo fino alla venuta dello Spirito mandato dal Signore. La Pentecoste realizzerà pienamente la salvezza nel mondo diffondendo la vita. Sono le sette settimane chiamate ordinariamente "tempo pasquale", ricche di parola di Dio. Ne presento il quadro generale. Ci aiuterà ad approfondire il grande mistero pasquale della morte e risurrezione del Signore.
In questo tempo la prima lettura è tratta sempre dagli Atti degli Apostoli. Questo libro dimostra come a partire dalla risurrezione del Signore, cominci a svilupparsi la vita della chiesa la cui origine è il mistero pasquale. Tra il lezionario festivo e quello feriale quasi tutti i capitoli e i brani importanti degli Atti vengono proclamati nella liturgia della Parola.
Gli Atti degli Apostoli sono una testimonianza della vita della chiesa primitiva che nasce dal mistero pasquale. Il libro ci presenta la vita, la testimonianza e il progressivo espandersi della Chiesa.
Nel brano di oggi (cfr. At 2,14. 22-32) al centro troviamo Pietro che agli abitanti di Gerusalemme accorsi numerosi alla manifestazione dello Spirito Santo sulla comunità dei discepoli di Cristo annuncia che il Signore è veramente risorto. Pietro interpreta il senso pasquale del salmo responsoriale di oggi in chiave pasquale per dimostrare che in quello che è avvenuto c'è il compimento delle Scritture dell'Antico Testamento.
Il Salmo responsoriale che leggiamo oggi (cfr. Sal 15, 1-2.5.7-8.9-10.11) nella prima teologia delle comunità cristiane è chiaramente riferito al Signore. Il salmo sembra contenere una promessa fatta da Dio in riferimento al Messia, alla cui risurrezione dai morti si allude. Che il v. 10 sia messianico è affermato con evidenza da Pietro nella sua predicazione primitiva (At 2, 25 28). Su questa linea anche i Padri della Chiesa hanno interpretato il salmo. I teologi e gli esegeti possono discutere se si tratti di messianismo diretto o tipico. Indubbiamente il salmo ci mostra una tale unione con Dio sufficiente a rendere impossibile una separazione da lui attraverso l'ordinario processo della morte. Ma Davide dopo la grande promessa di 2 Sam 7, 11 17 sapeva che la sua sorte era legata a quella del Messia come afferma espressamente Pietro: "Egli però era profeta, e sapeva bene quel che Dio gli aveva promesso con giuramento: "metterò sul tuo trono uno del tuo sangue" e perciò non sarebbe scomparso da questo mondo senza speranza nello sheol / "il mondo dei morti" come sarebbe avvenuto se avesse dato ascolto ai nemici o falsi amici di 1 Sam 26, 19. Il Messia essendo sottratto al dominio della morte veniva a garantire in un certo senso anche a Davide lo scampo da quella separazione da Dio portata ordinariamente dalla morte. Sicchè Davide riusciva a superare la morte e poteva pensare alla beatitudine incontrastata presso Dio misticamente per il suo grande attaccamento a lui e la sua dedizione esclusiva a lui e inoltre profeticamente cioè storicamente attraverso la persona del Messia di cui egli era il capostipite e in cui aveva la sua continuazione e realizzazione migliore. Nell'applicazione tipica il salmo quadra bene per Davide e Gesù Cristo; essa inoltre soddisfa per lo meno alle esigenze minime delle citazioni degli Atti fatta da Pietro e riportata nella prima lettura di oggi. Per una attualizzazione liturgica oltre che cristiana possiamo pensare al versetto: "mi mostrerai la via che porta alla vita". La stessa "via" che ha già percorso Gesù passando dalla morte alla vita e divenendo il Signore della vita. Il Signore Risorto presente nella sua Chiesa accompagna il nostro cammino lungo il sentiero della nostra salvezza personale e comunitaria. Con Gesù anche noi abbiamo il Padre come nostra parte e nostra eredità perchè redenti da Lui partecipiamo alla stessa eredità. Così, il Signore sarà sempre con noi e non potremo vacillare fino al momento in cui godremo con Lui "pienezza di gioia" e "felicità senza fine".
Il brano di Vangelo è tratto da Matteo (cfr. Mt 28, 8-15) e racconta che il Risorto appare alle donne a cui era stato fatto l'annuncio di fronte a un sepolcro aperto e vuoto. L'evangelista riferisce la causa di una diceria, diffusa in Gerusalemme, ma che non riesce ad interrompere la missione di evangelizzazione e l'espansione della Chiesa: "il Signore è Risorto". Questa missione è cominciata dalle donne che hanno creduto all'annuncio e ora hanno potuto incontrare il Risorto ricevendo l'incarico di diventare testimoni e portavoce di questo avvenimento che ha cambiato la storia del mondo. A noi cristiani che non abbiamo l'esperienza diretta del Signore è data la fede di riconoscere che l'amore di Dio è più forte della morte ed è sorgente di vita. Lo crediamo in Gesù Risorto che compie le attese dell'AT, in questo caso espresse nel Salmo 15 (16), e lo riteniamo valido per la nostra vita e per la nostra esistenza.
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23 marzo 2008 - Pasqua di Resurrezione 
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Pasqua di Resurrezione: Cristo nostra Pasqua
Il Giorno di Pasqua è il giorno "che ha fatto il Signore", il giorno per eccellenza. E' la Pasqua del Signore: in questo giorno noi viviamo una realtà passata e nello stesso tempo presente.
L'annuncio della Parola inizia con il discorso di Pietro a Cesarea nella casa del centurione Cornelio. Questi ha raccontato a Pietro la sua visione del Cristo risorto. Ne è stato sconvolto e ha fatto cercare Pietro. La lettura degli Atti trasmette la risposta e la catechesi di Pietro. Questi comincia con il raccontare una "vita di Gesù" in miniatura: il primo periodo con quel che segue al battesimo proclamato da Giovanni e soprattutto con l'accenno all'unzione profetica di Gesù e alla sua omelia inaugurale a Nazaret con il suo programma e con l'annuncio che l'"oggi" messianico ed escatologico della salvezza si è compiuto. Segue il racconto del ministero di Gesù: è il secondo periodo, Gesù che passa pellegrino per questo mondo per beneficare, risanare, e annunciare la pace e la salvezza, perché Dio era con lui. Poi il ricordo della morte come tappa successiva della storia della salvezza e infine la confessione di fede: "Dio lo ha risuscitato al terzo giorno...". Ma la storia della salvezza non si chiude con la risurrezione di Gesù, continua con la proclamazione del messaggio pasquale nella Chiesa. La missione degli apostoli e di tutta la Chiesa consiste nel rendere testimonianza della risurrezione e nel proclamarla come oggetto di fede che salva rimettendo i peccati. Bella la definizione degli apostoli come di chi "ha mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione dai morti".
La seconda lettura di Paolo ci coinvolge tutti personalmente. "Se siete risorti con Cristo..." è la conclusione concreta è evidente e fonda tutta la morale cristiana: lo scopo della nostra vita è di "cercare le cose di lassù, non quelle della terra".
Il Vangelo del giorno di Pasqua è tratto da Giovanni che racconta l'esperienza di Maria e quella di Pietro e del "discepolo che Gesù amava" dinanzi al sepolcro vuoto. Tre i punti importanti del racconto: la tomba vuota, la corsa dei discepoli e la fede. L'opera di Gesù è riuscita, la pietra è stata ribaltata dal sepolcro. Maria corre ad annunciare la notizia ai discepoli. Due, Pietro, capo della Chiesa e Giovanni "il discepolo che Gesù amava" corrono al sepolcro. Lo trovano vuoto: Pietro constata che tutto è in ordine, Giovanni entra, vede e crede. Ecco le due testimonianze per tutti noi: quella della Scrittura e quella dei due Apostoli unita alla testimonianza di Maria Maddalena.
Per la Messa Vespertina del giorno di Pasqua viene proposta una delle pagine più belle del NT: il vangelo dei due discepoli di Emmaus. Un racconto che tutti conosciamo, quando Gesù che cammina con i due discepoli tristi e delusi, la sera stessa della sua risurrezione, spiega le Scritture alla luce della realtà: "Voi capite poco davvero; come siete lenti a credere quel che i profeti hanno scritto! Il Messia non doveva forse soffrire queste cose prima di entrare nella sua gloria? Quindi Gesù spiegò ai due discepoli i passi della Bibbia che lo riguardavano. Cominciò dai libri di Mosè fino agli scritti di tutti i profeti" (Lc 24, 25-27). E poi l'invito a cena a casa di Cleopa che ha tutti i caratteri di una cena eucaristica e il riconoscimento di Gesù nello spezzare il pane da parte dei discepoli. Essi si sentono ardere il cuore in petto non soltanto da questo ma soprattutto dal commento di Gesù alle Scritture: "Noi sentivamo come un fuoco nel cuore, quando egli lungo la via ci parlava e ci spiegava la Bibbia!" (Lc 24,32).
Sono i due momenti inseparabili per riconoscere la risurrezione e avere la fede in Gesù. L'annuncio della Parola e la frazione del pane sono inseparabili dalla Pasqua.
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22 marzo 2008 - Sabato Santo 
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Sabato Santo: la veglia pasquale del Sabato Santo
Per la veglia pasquale della sera del sabato santo vengono proposte sette letture, oltre l'Epistola e il Vangelo. Si inseriscono nella struttura di un'unica celebrazione della Parola, ma al di là dell'aspetto didattico e catecumenale di queste letture come sguardo globale a tutta la storia della salvezza in preparazione al battesimo, dato ai catecumeni durante la veglia, e come riflessione sul battesimo per i cristiani che vi partecipano è Gesù stesso presente come un maestro che insegna. Infatti le letture vengono fatte alla luce del "cero pasquale" che è simbolo del Signore Risorto, Luce del mondo. Si tratta di una splendida catechesi biblica anche dell'AT che viene letto alla luce di Cristo e di Cristo presente oggi.
Dopo la lettura del racconto della creazione con una visione positiva e ottimistica del creato: tutto ciò che esiste è bello e buono perché è dono dell'amore di Dio, c'è il racconto della Pasqua antica in cui il popolo ebraico liberato, dall'Egitto, attraversa il mar Rosso verso la liberazione e la salvezza. Ma è il Signore che ci parla per mezzo del Figlio, vera Pasqua, agnello immolato per noi. Noi ci poniamo in ascolto del Signore che ci parla. Ci racconta l'episodio del sacrificio di Isacco che ci invita a pensare al sacrificio del Figlio unico del Padre, la salvezza concessa a Isacco ci rimanda alla risurrezione di Cristo e per i catecumeni indica l'unica condizione per il rinnovamento della loro vita, la fede assoluta e incondizionata nel Signore che ha come oggetto la risurrezione di Gesù, che è il passaggio alla vita attraverso la morte.
La lettura di Isaia sulla nuova Gerusalemme è poi una teologia sintetica sulla Chiesa nata da Cristo e divenuta sua sposa. Questo brano molto bello rappresenta da una parte un poema dell'amore misericordioso di Dio e della sua fedeltà: "Anche se le montagne cambiano di posto o le colline spariscono, il mio amore per te non cambierà mai, e la felicità che ti prometto non verrà mai meno". Lo dice il Signore che ti ama" (Is 54,10). Dall'altra la descrizione della città che l'amore di Dio costruisce continuamente: ""Ti ho abbandonata solo per un momento, ora, poiché ti amo, ti riprenderò con me. Per la collera ti ho lasciata, ma solo per un momento. Ora ho avuto pietà e sarò sempre con te con un amore infinito". Lo dice il Signore, il tuo liberatore" (Is 54, 7-8).
Segue, sempre dal profeta Isaia, il brano sulla fecondità della Parola di Dio che è potente e che opera ciò che vuole: "Così è anche della parola che esce dalla mia bocca: non ritorna a me senza produrre effetto, senza realizzare quel che voglio e senza raggiungere lo scopo per il quale l'ho mandata" (Is 55, 1-11).
Trasformati dall'acqua e dalla Parola in una vita nuova riceviamo il dono della sapienza che è lo stesso Cristo Gesù.
La sesta lettura dal profeta Baruc parla di questa guida e di questa legge per poter camminare:" La sapienza è il libro dei comandamenti di Dio, è la legge che sarà valida per sempre.Tutti quelli che le sono fedeli camminano verso la vita, invece chi l'abbandona va verso la morte" (Bar 4,1). I libri del NT, soprattutto Paolo e Giovanni, vedono personalizzati in Cristo Gesù tutti gli aspetti e le dimensioni che i libri sapienziali dell'AT attribuiscono alla Sapienza. Una Sapienza che tutti i battezzati, tutti i cristiani devono ricevere in dono per seguire i suoi insegnamenti ed avere la vita.
L'ultima lettura prima dell'Epistola, anche molto bella, è tratta dal profeta Ezechiele: "Vi radunerò da tutti i popoli e nazioni e vi ricondurrò nella vostra terra. Verserò su di voi acqua pura e vi purificherò da ogni vostra sporcizia, dai vostri idoli. Metterò dentro di voi un cuore nuovo e uno spirito nuovo, toglierò il vostro cuore ostinato, di pietra, e lo sostituirò con un cuore vero, ubbidiente. Metterò dentro di voi il mio spirito e vi renderò capaci di ubbidire ai miei ordini, di osservare e di applicare le leggi che vi ho dato. Allora voi abiterete nella terra che io ho dato ai vostri antenati: voi sarete il mio popolo, io sarò il vostro Dio" (Ez 36, 24-28). Il Signore riunisce tutti gli uomini di tutte le nazioni, li raccoglie da tutti i paesi, li trasforma versando su di essi un acqua che purifica e donando un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Il Signore mette in loro il suo Spirito e gli uomini sono capaci di seguire la sua legge, di osservare i suoi comandamenti e di essere fedeli. Un testo che canta l'iniziativa di Dio che ha pietà degli uomini e li salva purificandoli. Temi ripresi poi da Paolo e da Giovanni nel NT.
Dal racconto di alcuni punti salienti del mistero pasquale nell'AT, attraverso il Gloria, si passa alla sua realizzazione nel Nuovo. Il testo di Paolo ai Romani letto nell'Epistola è la base teologica del nostro Battesimo. Immersi nella morte con Cristo e con lui sepolti, risorgiamo con Lui a una vita nuova. E' ovvio che quando il battesimo si celebrava per immersione si comprendeva molto meglio questo messaggio. L'unione con Cristo per mezzo del Battesimo aiuta poi a vivere ciò che si è diventati, della stessa natura di Cristo (symfytoi), con la morte dell'uomo vecchio, rifiuto del peccato, e con l'unione alla vita stessa di Cristo. Tutti i battezzati, a causa della liberazione del Cristo, siamo morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. In che consiste tutta la vita cristiana se non nell'esercizio della nostra libertà di figli di Dio a gloria del Padre?
Il racconto dell'evangelista Matteo sulla risurrezione è molto diverso dagli altri Vangeli ci descrive "i segni della risurrezione". Le donne verso le sei di sera, quando inizia il primo giorno della settimana, vanno a vedere il sepolcro e trovano la pietra del sepolcro non ancora rotolata. Matteo presenta l'annuncio della risurrezione, della vittoria di Dio sulla morte con il genere letterario della teofania, è di sera tardi con un'allusione alle tenebre, c'è un grande terremoto e l'angelo sceso dal cielo è luminoso come una folgore. Dio mediante il suo angelo entra in azione e sconfigge i nemici come nella notte dell'Esodo, la pietra viene rotolata e l'angelo vi si siede sopra per indicare che il sepolcro è vuoto. Ecco allora l'annuncio che è il nucleo della fede cristiana: "Non abbiate paura, voi. So che cercate Gesù, quello che hanno crocifisso. Non è qui, perché è risuscitato proprio come aveva detto. Venite a vedere dov'era il suo corpo. Ora andate, presto! Andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti e vi aspetta in Galilea. Là lo vedrete. Ecco, io vi ho avvisato" (Mt 28,5-7). "Proprio come aveva detto...", si è quindi realizzata la parola di Gesù, la sua fiducia nel Padre non è andata delusa. "Ora andate, presto! Andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti...": non è nel sepolcro che si può incontrare Gesù, ma lo si incontra quando lo si annuncia. "... Vi aspetta in Galilea...": là, in Galilea, nel mondo lo incontrerete. E' proprio là che si incontra Gesù, nei suoi testimoni, in quei cristiani che ne danno l'annuncio con la loro vita gioiosa e felice, veri testimoni del Signore Risorto.
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21 marzo 2008 - Venerdì Santo 
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Venerdì Santo: la Passione Gloriosa di Cristo Nostro Signore
La prima lettura del venerdì santo ci presenta il servo sofferente e la descrizione che ne fa Isaia è veramente sconvolgente.
"Il mio servo avrà successo nella sua missione, sarà riconosciuto degno di stima e riceverà grandi onori". Il canto del servo del Signore mostra il suo passaggio attraverso la sofferenza e la morte all'esaltazione e alla gloria. Negli Atti degli Apostoli il funzionario della regina di Etiopia, ritornando a Gerusalemme sul suo carro leggeva il brano di Isaia: "Egli si è lasciato maltrattare, senza opporsi e senza aprir bocca, docile come un agnello condotto al macello, muto come una pecora davanti ai tosatori". Partendo da questa lettura il diacono Filippo spiega all'uomo il vangelo di Gesù. Infatti noi troviamo in questo canto una sconvolgente figura del Cristo umiliato che accetta la morte come sacrificio di espiazione e che deve dare la vita per tutti i popoli.
Il brano della Lettera agli Ebrei ci ricorda che come Cristo ha portato la croce fino al Calvario dove poi è morto, anche noi abbiamo la nostra croce da portare. Inoltre Gesù è stato un uomo come noi, pur essendo Figlio di Dio. Ha dato a Dio tutta la sua disponibilità di uomo e ha raggiunto il vertice, o come dice questo documento, la perfezione, il compimento. Ma la sua missione non è compiuta, lo ha fatto perché anche noi uomini come lui possiamo raggiungere il vertice, la perfezione, la santità. "E' stato reso perfetto", in altre parole ha potuto raggiungere quella perfezione passando per la nostra stessa esperienza umana di esseri sensibili, emotivi, soggetti di gioia e di dolore, di allegria e di sofferenza. In questa condizione umana ha saputo fare la volontà di Dio, ha "ubbidito" al Padre, come dice il testo. E' stato in tutto simile a noi, tranne che nel peccato. Ha voluto farci vedere fino a che punto si spinge l'amore di Dio, fino al dono della propria vita, espressione suprema di amore. Ma questa non è stata una cosa facile. Vero uomo, ha pianto, ha sofferto e ha chiesto al Padre suo di liberarlo da quelle sofferenze, di liberarlo dalla morte. Da una parte vuole dare la vita, e perciò morire per fare la volontà del Padre suo, ma dall'altra sente di non avere le forze per resistere alle sofferenze che lo attendono. Ecco la preghiera che come uomo è costretto a fare "a Dio che poteva salvarlo dalla morte, offrendo preghiere e suppliche accompagnate da forti grida e lacrime". Impara dalla sua sofferenza che cosa significa ubbidire, sa quanto costa in dolore e lacrime dover ubbidire e fare non la propria volontà ma quella di un altro. Il Signore Gesù sa per esperienza propria che cosa significa soffrire e patire. Per questa ragione possiamo accostarci a lui con piena fiducia sicuri che egli comprende tutto e tutti. Possiamo con tutta tranquillità dirgli: "Io sono tentato, provato nella fede: concedimi misericordia, fammi grazia; nelle circostanze dolorose in cui mi trovo, mi occorre un aiuto adeguato e non un soccorso generico; penetra nella mia vita, nel dettaglio della mia tentazione e della mia colpa".
Il venerdì santo si legge poi sempre anche il racconto della passione tratto dal Vangelo di Giovanni. Il suo racconto è diverso da quello dei vangeli sinottici (Mt, Mc e Lc). Giovanni non insiste su quello che gli avvenimenti della passione hanno di tragico, di umiliante e di doloroso. Tutto è immerso nella luce del compimento dell'opera della salvezza. Come diceva giustamente Loisy: "nel quarto vangelo la passione viene raccontata nella prospettiva della gloria del Cristo: è Gesù glorificato nella morte". L'autore del quarto Vangelo articola la sua narrazione attorno a cinque temi fondamentali.
(1) Il primo è il tema dell'"ora" di Gesù. Fin dall'inizio del Vangelo, tutta la vita di Gesù è proiettata verso quest'ora misteriosa. Gesù ne parla come della "sua" ora, perché è l'"ora" in cui compirà definitivamente la sua opera di salvezza. Tutta la prima parte del Vangelo di Giovanni è preparazione a quest'"ora" e spesso si dice che l'"ora" di Gesù "non è ancora venuta".
(2) La glorificazione di Gesù avviene nel momento della sua "ora": "...li amò sino alla fine...".
(3) L'"ora" di Gesù è il momento della sua morte per i frutti che questa morte porterà a tutti gli uomini.
(4) Un altro tema è quello dell'esaltazione del Figlio dell'uomo. L'elevazione di Cristo sulla croce è vista in prospettiva regale e di salvezza: dall'alto della croce Gesù attira a sé tutti gli uomini per dare la salvezza e in questo modo diventa re di tutti coloro che credono in Lui.
(5) Giovanni ha visto realizzarsi sulla croce di Gesù alcuni avvenimenti della storia della salvezza: il giudizio finale e il raccogliersi in unità del popolo di Dio disperso.
Per Giovanni la croce di Gesù è la rivelazione suprema dell'amore del Padre. Perciò Gesù appare sulla croce come un re sul suo trono, nell'atteggiamento di chi conosce il senso di quanto sta capitando e lo accetta liberamente. Queste considerazioni possono aiutarci a capire meglio il racconto della passione e morte di Gesù come ci è stato trasmesso dall'evangelista Giovanni e vivere più intensamente il mistero del venerdì santo.
Infine sarà suggestiva la partecipazione reale o virtuale questa sera alla Via Crucis al Colosseo di quest'anno per unirci al Card. Zen Joseph Zen Ze-kiun di Hong Kong e a tutti i cristiani cinesi per unirci a loro, come ha dichiarato il cardinale stesso:
"Il Santo Padre vuole che siano spiritualmente presenti al Colosseo quei nostri fratelli e sorelle, perché essi, probabilmente, più di noi perpetuano oggi nel loro corpo la Passione di Gesù. Nella loro carne Egli viene arrestato, maltrattato, deriso, condannato e crocifisso, oggi".
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20 marzo 2008 - Giovedì Santo 
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Giovedì Santo: dal banchetto pasquale alla cena eucaristica
La parola di Dio del giovedì santo ci conduce alla cena pasquale ebraica preparata dal racconto dell'Esodo che viene rivissuto e attualizzato ancora oggi durante il seder (il rituale) del banchetto pasquale attraverso il gesto simbolico altamente espressivo della lavanda dei piedi che nel Vangelo di Giovanni sostituisce il racconto dell'istituzione dell'Eucarestia durante l'ultima cena con i discepoli. Nell'intenzione di Giovanni questo gesto di Gesù serve a far capire ai suoi lettori il significato profondo dell'Eucarestia che essi celebrano e che è espresso dalla lettura paolina della lettera ai Corinti. La lavanda dei piedi si presenta come un mimo profetico della morte di Gesù. E' un gesto simbolico con il quale Gesù annuncia ed interpreta la sua morte in croce come un segno d'amore per gli uomini ("...li amò sino alla fine"). E' di questo che si deve fare memoria. Celebrando l'Eucarestia i cristiani si sentono solidali con il loro Maestro impegnandosi con lui nel suo amore totale a servizio di tutti gli uomini. Ma riprendiamo un momento le singole letture.
La parola chiave che può aiutarci a capire il significato di quanto è avvenuto per gli ebrei nel momento in cui hanno lasciato l'Egitto verso la libertà è zikkharon, un termine che viene tradotto in greco con anamnesi ed è divenuta una parola tecnica che significa memoria, ricordo di tutto quello che Dio ha fatto per il suo popolo. Non un ricordo semplicemente psicologico, ma un ricordo che rende attuale la cosa ricordata. Un ricordo che fa rivivere nella mente degli uomini e in quella di Dio qualcosa del passato. La Pasqua ricorda l'Esodo, la liberazione, la salvezza. La celebrazione della Pasqua si faceva e si fa nelle case. E' la Torah che prescrive di mangiare all'inizio del giorno 15 di Nisan, con azzimi ed erbe amare il pesah, l'agnello immolato. Il cuore della cena è l'haggadah, cioè il racconto commemorativo letto durante la cena. Alla domanda del più giovane che partecipa alla cena, il capo-famiglia che presiede spiega raccontando la storia dell'Esodo e della liberazione. Il rito (seder) si svolge con una serie di gesti e di preghiere molto suggestive. Si vede come forse Gesù ha istituito l'Eucarestia proprio durante la cena pasquale giudaica. Gli ebrei che celebrano il ricordo della liberazione dall'Egitto si sentono essi stessi oggi liberati da Dio. Questa attualizzazione è il carattere proprio del memoriale.
Nella seconda lettura Paolo vede la cena legata alla croce del Signore, come cena di sacrificio, segno della Nuova Alleanza. La cena del Signore è la stessa cena ebraica nella quale si pronuncia la preghiera di benedizione. Il Signore Gesù cala in tradizioni già esistenti la realtà della salvezza. Le parole di Gesù "fate questo in memoria di me" ci aiutano a capire che questa cena non è come le altre. Come gli ebrei ricordavano e ricordano la liberazione dall'Egitto, i cristiani ricordano il duplice dono di Cristo: egli si è dato e ci ha dato. Cristo si è dato al Padre per realizzare la sua volontà e con la sua morte in croce ci ha dato la salvezza. Tutto questo viene ricordato e rivissuto durante l'Eucarestia.
E il vangelo del giovedì santo è strettamente connesso con tutto questo. Ricorda come Cristo si è dato al Padre e ha dato ai suoi tutto il suo amore. E' l'amore alla base di questo duplice dono. Amore del Padre che Cristo ci ha dato, di cui è simbolo il gesto della lavanda dei piedi e che noi condividiamo donandolo agli altri. E' il comandamento nuovo, dell'amore, della fraternità che noi celebriamo nell'Eucarestia. La lavanda dei piedi esprime con un atto quello che deve essere l'essenziale della condotta del cristiano. "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). Questo comandamento dell'amore è semplicemente l'imitazione dello stesso amore di Cristo: "amatevi come io vi ho amati" (Gv 13,34).
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19 marzo 2008 - Mercoledì Santo 
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Mercoledì Santo: il traditore a cena
Mercoledì Santo leggiamo il canto per eccellenza della Passione, il terzo canto del Servo (cfr. Is 50, 4-9). Descrive quasi nei particolari la Passione del Signore avant-lettre:
"Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto
né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto,
rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Chi potrà trascinarmi in tribunale? Chi vuole essere mio avversario? Si presenti! Dio, il Signore, mi viene in aiuto, chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli".
Il sal 68, salmo responsoriale di oggi, canta il Cristo che sopporta gli insulti e la vergogna che gli copre la faccia per dare lode al Padre. Nel cibo gli hanno messo veleno e come bevanda gli hanno dato dell'aceto, Dio lo soccorre nella sua fedeltà.
Fin dalle origini cristiane questo salmo è stato visto come una "profezia della Passione". Molti Padri, come Atanasio e Eusebio di Cesarea, lo hanno accostato al Sal 22. I sal 69 e 22 sono stati applicati a Gesù Cristo in croce (Mt 27, 48; Lc 23, 36; Gv 19, 28 s.).
Tanti particolari applicati a Gesù o al suo ambiente ci dicono chiaro che il salmo fu considerato "messianico" dagli scrittori del NT. Nel discorso dopo la cena, Giovanni dice che Gesù parlando dell'incredulità dei giudei e della loro opposizione riferisce le Scritture:
"Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora perchè hanno visto hanno odiato me e il Padre mio. Questo perchè si adempisse la parola scritta nella loro Legge: "Mi hanno odiato senza ragione"" (Gv 15,24-25).
Il salmo dice al v. 5: "...sono quelli che mi odiano senza motivo". Di nuovo il "mi" del salmo s'identifica con Cristo: l'odio dei giudei era annunciato nelle Scritture e doveva compiersi. Anche il v.22: "Nel mio cibo hanno messo veleno e quando avevo sete mi hanno offerto aceto" è una profezia degli avvenimenti del Calvario. Gli evangelisti ricordano come venne presentato a Cristo in croce aceto da bere (Mt 27,48; Mc 15,36; Lc 23,36; Gv 19,29). Il più esplicito è Matteo che riprende nel suo racconto due parole del salmo:
"E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere".
Le due espressioni in corsivo sono due parole del salmo secondo la traduzione greca. Giovanni racconta che Gesù sulla croce "per adempiere le Scritture" (Gv 19,28) disse: "ho sete" e corrisponde al testo del salmo secondo la traduzione greca. E questo provocò la reazione dei soldati che gli diedero da bere aceto. Gesù deve aver pregato questo salmo vedendo nei fatti della sua passione la realizzazione del messaggio profetico del salmo.
Quindi per una lettura cristiana occorre rilevare che il salmo parla di Cristo in due modi: da una parte descrive i sentimenti di Gesù, dall'altra alcuni avvenimenti della Passione. I sentimenti del suo ruolo messianico attraverso lo zelo per la casa di suo Padre, i sentimenti del Cristo sofferente. Inoltre la preghiera di Cristo in croce è profetizzata da questo salmo:
"Sono sfinito a forza di gridare, ho la gola in fiamme; i miei occhi si sono consumati nell'attesa del mio Dio" (v.4) come nel sal 22 (21), 3. Il v.5 descrive la moltitudine dei nemici di Gesù sul Golgota. Anche i vv. 20-21:
"Tu sai come mi insultano, Signore, conosci la mia infamia e la mia vergogna, i miei nemici ti sono ben noti. L'insulto ha spezzato il mio cuore e mi sento venir meno. Ho atteso compassione, ma invano, un po' di pietà, ma non l'ho trovata"
si possono riferire a Cristo sulla croce.
Nella liturgia della settimana santa il sal 69 è letto come una profezia della Passione:
a) come canto dell'offertorio vengono ripresi i vv. 21-22 che ritornano anche nella Messa del Sacro Cuore.
b) nel "canto di comunione" del martedì santo i vv. 13-14.
c) ritorna nella supplica iniziale che apre la benedizione delle ceneri. Il v.7 sottolinea la bontà e la misericordia di Dio che perdona i peccati del peccatore che si pente.
Il Vangelo di oggi è tratto da Matteo (cfr. Mt 26, 14-25). E' una ripresa fatta da Matteo di quanto abbiamo letto ieri. L'accento, com'è tipico del racconto della Passione secondo Matteo, è messo sul tradimento e sulla maledizione. Matteo racconta che Giuda, definito "uno dei Dodici" per sottolineare che era un apostolo, va dai sommi sacerdoti e vende Gesù per trenta monete di argento, il prezzo di uno schiavo ucciso da un bue (Cfr. Es 21,32) per indicare il poco valore che ormai questo discepolo attribuiva al Maestro. Durante la cena Gesù annuncia che uno di loro lo tradirà. Impressiona l'ansietà dei discepoli nel domandare: "Sono forse io, Signore" che manifesta la possibilità che ogni cristiano ha di mettersi alla mensa eucaristica come traditore. La tradizione della Chiesa ha conservato questo ricordo perché ciascuno si domandi mentre partecipa all'Eucarestia se è in sintonia con Gesù e con i fratelli. Questo inquietante interrogativo viene posto a ciascuno di noi al termine della Quaresima come un rinnovato invito a domandarci se ciascuno di noi è in comunione con il Signore che soffre e muore per tutti noi.
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18 marzo 2008 - Martedì Santo 
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Martedì Santo: il tradimento di un'Amore
Il martedì della Settimana Santa riprende il secondo canto del Servo del Signore (cfr. Is 49, 1-6) che proclama l'investitura del Servo: "Tu sei il mio servo, Israele, attraverso di te manifesterò la mia gloria". Pensando a una rilettura ebraica di questo testo che prepara per noi cristiani il desiderio di tutti coloro che si riconoscono nella religione monoteistica perchè tutti gli uomini del mondo credano nel Dio di tutti che ama tutta l'umanità, mi viene spontaneo accennare alla recente dichiarazione di un teologo rabbino ebreo contemporaneo J. Neusner: "anche Israele chiede a Dio di illuminare il cuore dei Gentili". Israele prega per i gentili. Perciò anche le altre religioni monoteistiche, compresa la Chiesa cattolica, hanno il diritto di fare la stessa cosa, e nessuno dovrebbe sentirsi offeso. Qualsiasi altro atteggiamento nei confronti dei gentili impedirebbe a questi ultimi l'accesso all'unico Dio rivelato a Israele nella Torah. Una dichiarazione molto utile per rappacificare gli animi di alcuni ebrei un po' smarriti e critici in riferimento ai recenti ritocchi fatti alla preghiera dei cristiani nella liturgia cristiana del Venerdì Santo. Poi il canto riprende il tema del primo:
Mi ha detto: "Tu sei mio servo, non soltanto per radunare le tribù di Giacobbe, per ricondurre a me i superstiti d'Israele. Faccio di te anche la luce delle nazioni, per portare la mia salvezza in tutto il mondo"".
Il salmo responsoriale (cfr. Sal 70) afferma la fiducia del Servo per il quale Dio è rupe di salvezza e baluardo inaccessibile, Dio dà ascolto a salva, nella sua fedeltà. L'inizio è comune al sal 31. Il salmista si rivolge direttamente a Dio in atteggiamento di supplica fiduciosa e gli espone la sua intenzione, il motivo, che l'ha portato a lui: trova rifugio e spera di non restare mai deluso. L'invocazione tematica viene continuata e ripresa nella preghiera: un richiamo al Dio giusto che deve intervenire e metterlo al sicuro, dargli ascolto e salvarlo: "in te ho trovato rifugio, sii per me "roccia" e "dimora" dove sempre posso venire". Fin qui il salmista ha parlato con le stesse espressioni del sal 31. Ora continua con le sue parole per aggiungere l'elemento caratteristico della sua situazione. E' caduto nelle mani del malvagio, di chi deruba e commette ingiustizie e perciò il salmista prega perciò Dio lo faccia sfuggire dalle sue mani e liberarlo dalla sua oppressione.
Il Vangelo del martedì (cfr. Gv 12, 21-33.36-38) descrive il duplice tradimento. Il tradimento di Giuda e la debolezza di Pietro: Non canterà il gallo prima che tu mi abbia rinnegato tre volte. Forse è possibile sottolineare in questo brano il rapporto tra la Cena, il tradimento di Giuda e la glorificazione annunciata da Cristo. Durante la Cena con i suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi Gesù annuncia, molto turbato, il tradimento di uno di loro. Gli apostoli si guardano l'un l'altro. Giovanni provocato da Pietro chiede a Gesù di chi si tratta:
"È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui".
Subito dopo l'evangelista dà un'indicazione che non è solo cronologica: "ed era notte". Il traditore è un esempio di quelle tenebre su cui la luce ha brillato inutilmente, come leggiamo nel Prologo del Vangelo. Giuda ama le tenebre più che la luce proprio perché le sue opere sono cattive. La lunga notte che cade sul mondo con la morte di Gesù troverà la sua aurora nella mattina di Pasqua.
Ma quella di Giuda non è l'unica defezione, la tristezza di Gesù è legata anche ad altre defezioni. I discepoli fuggono tutti smarriti, perfino Pietro che aveva giurato una fedeltà sino alla fine crolla per la sua fragilità e lo rinnega.
Due uomini che sbagliano: Giuda e Pietro. Uno per un banale interesse e l'altro per una generosità impetuosa. Ma nessuno dei due può annullare il disegno del Padre e l'obbedienza del Figlio. Gesù aveva detto:
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio" (Gv 10,17-18).
Durante la cena commentò:
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).
Ecco la missione di Cristo e del cristiano: l'amore che dà la vita per gli altri.
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17 marzo 2008 - Lunedì Santo 
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Lunedì Santo: un'anticipazione della Pasqua
Oggi iniziamo la Settimana Santa.
In questo lunedì la prima lettura consiste nel primo dei cosidetti "quattro canti del servo del Signore" riportati nella seconda parte del profeta Isaia, detta anche Deuteroisaia.
Nei primi tre giorni della settimana tradizionalmente si leggono, come introduzione al mistero della Pasqua, i primi tre canti del Servo.
Tutti e tre propongono il Cristo obbediente e sofferente ma che muore per vincere. Il lunedì fa proclamare come prima lettura il canto del servo sofferente (Is 42, 1-7), il martedì ha un altro canto del servo (Is 49,1-6), il mercoledì il terzo canto del servo (Is 50,4-9). I tre canti dimostrano un rapporto molto stretto tra le sofferenze e la situazione di abbandono del servo e quanto è avvenuto in Gesù. E' comprensibile che la comunità cristiana li abbia sentiti e li senta con profonda emozione. Ma ogni canto è a sé e specifico e perciò dà il suo contributo alla comprensione e all'approfondimento del mistero di Gesù in modo appropriato.
Il primo canto, che leggiamo oggi (cfr. Is 42, 1-7), presenta nel profeta Isaia, il Cristo come il servo eletto sul quale il Signore ha fatto scendere il suo Spirito. Le qualità del servo e il suo compito sono ben definite:
"... se una canna è incrinata, non la spezzerà, se una fiamma è debole, non la spegnerà. Egli farà conoscere la legge vera. Non perderà né la speranza né il coraggio, finché non avrà stabilito la sua legge sulla terra. Le popolazioni lontane staranno in attesa del suo insegnamento ..., egli porterà la giustizia sulla terra e per mezzo suo farà un'alleanza con tutti i popoli e porterà la luce alle nazioni, aprirà gli occhi ai ciechi, metterà in libertà i prigionieri, e tutti quelli che si trovano in un'oscura prigione".
Il salmo responsoriale (cfr. Sal 26) applica il tema della luce al servo che non dovrà avere nessun timore, anche se i malvagi avanzassero contro di lui. Perché il Signore è luce, salvezza e difesa della vita. E' un salmo che riflette, come tanti altri, l'ambiente religioso postesilico in cui si è formata la spiritualità degli anawim /"i poveri del Signore" e che si svilupperà fino al NT. La tradizione cristiana, a partire dai Vangeli, attraverso i Padri e nella Liturgia fino ai nostri giorni, ha sempre visto in questo salmo una profezia della Passione del Signore. Anche il v.12: "Non espormi alla brama dei miei avversari; contro di me sono insorti falsi testimoni che spirano violenza" ha certamente influenzato il racconto della Passione nei vangeli di Matteo e di Marco. Ma oltre gli evangelisti c'è un passo della Lettera agli Ebrei che ha un vocabolario simile e che appare come una meditazione teologica sulla Passione:
"Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l' obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5,7-8).
Il salmo è usato come profezia della Passione ma anche il fedele è invitato a vivere con coraggio l'ascesi quaresimale e a volgere lo sguardo verso il mistero pasquale.
Il Vangelo ci racconta la cosiddetta "unzione di Betania" (cfr. Gv 12, 1-11). L'osservazione cronologica con cui inizia il Vangelo: "sei giorni prima della Pasqua..." ci dice che Gesù è alla vigilia della sua fine e che per noi inizia la settimana della memoria dei grandi eventi della nostra redenzione. Durante una cena in casa di Lazzaro, la sorella Maria, cosparse di olio profumato i piedi di Gesù. L'evangelista Giovanni nota la critica di Giuda e ne dà i motivi: (1) non è la prima volta che Giuda si allontana da Gesù e lo tradisce; (2) la preparazione del suo abbandono è stata lunga; (3) si tratta ora della conclusione di una serie di atti di infedeltà. Gesù prende occasione dal modo di reagire di Giuda all'azione amabile e dolce di Maria per annunciare la sua morte ormai imminente. Inoltre l'evangelista prende lo spunto da questa cena a Betania, in casa dei suoi amici, per esprimere con chiarezza l'atteggiamento dei Giudei nei riguardi di Gesù. La risurrezione di Lazzaro li aveva sconvolti. Sembrava un segno chiaro che si trovavano davanti a un uomo che poteva essere proprio il Messia. Risuscitare un morto era un segno della venuta del Messia. La risurrezione di Lazzaro era un'annuncio della risurrezione di Gesù. Allora i Giudei decisero di far morire anche Lazzaro.
Notiamo la presenza in questo episodio di due personaggi contrastanti: un delinquente che cerca di approfittare del tragico destino di Gesù per trarne vantaggi finanziari e una donna appassionata che compie un gesto di grande amore verso il suo maestro e Signore. E' un invito per noi a prendere posizione. Non possiamo assistere impassibili a questo dramma come se non ci riguardasse. Dobbiamo prendere posizione e partecipare intimamente alle tristi vicende di Gesù.
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16 marzo 2008 - Domenica delle Palme e della Passione del Signore 
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Alcuni rilievi conclusivi sul messaggio della Parola di Dio nella "Domenica della Palme" che ci aiuteranno senza alcun dubbio a coglierne il mistero integrati dagli altri testi che verranno letti durante la benedizione delle Palme e la solenne processione che precederà la liturgia eucaristica.
Nei giorni che precedono il cosiddetto "triduo pasquale" leggeremo le pagine drammatiche e commoventi di Isaia che vanno sotto il nome di Canti del Servo del Signore. Oggi leggiamo in anticipo il terzo canto dove si sottolinea la capacità del Servo di ascoltare e lasciarsi formare dalla Parola di Dio "il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente" (v.4), perciò come un uomo sapiente che ascolta e come un profeta che parla da uomo sapiente. Il sapiente che ha appreso da Dio la Parola e il profeta che annunzia a nome di Dio la Parola. Ma anche il servo che a causa della Parola viene perseguitato e sottoposto a sofferenze ed umiliazioni ma non viene mai meno nel suo impegno e nel suo coraggio:
"Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà" (vv. 7-8).
E' tipico del Vangelo di Matteo di offrire un racconto a carattere catechetico ed ecclesiale, per cui anche nel racconto della passione che leggiamo quest'anno nella "Domenica delle Palme" si nota questa caratteristica. Pur seguendo il quadro semplice e lineare dell'evangelista Matteo vi inserisce alcuni elementi propri che ne fanno una catechesi che illumina il lettore sul significato di avvenimenti tanto oscuri e tragici. Basta seguire nella lettura con attenzione nei cinque brevi atti del dramma le scene nuove che Matteo inserisce. Le elenco brevemente e rapidamente: nel momento dell'arresto è la risposta a Giuda:
"Amico, si faccia quello che sei venuto a fare" (Mt 26,50) e la risposta a Pietro: "Rimetti la spada al suo posto! Perché tutti quelli che usano la spada moriranno colpiti dalla spada. Che cosa credi? Non sai che io potrei chiedere aiuto al Padre mio e subito mi manderebbe più di dodici migliaia di angeli? Ma in questo caso non si compirebbero le parole della Bibbia. Essa dice che deve accadere così" (Mt 26, 52-54), e infine la decisa volontà di Gesù nella Passione. Per la scena del giudizio giudaico nel suicidio di Giuda è Israele giudicato, respinto. Nel giudizio romano: l'intervento della moglie di Pietro, Pilato che si lava le mani e le genti che si volgono a Cristo. Nella scena della crocifissione e della morte: l'innocenza di Gesù Figlio di Dio: "Ha sempre avuto fiducia in Dio e diceva: "Io sono il Figlio di Dio". Lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene!". Oltre al terremoto e all‘apparizione di morti risuscitati che fanno della morte di Gesù un avvenimento escatologico. E infine nella scena della sepoltura: la presenza delle guardie alla tomba: perché aveva detto che dopo tre giorni sarebbe risuscitato. Sono queste le aggiunte proprie al racconto dell'evangelista Matteo. Non sono di grande rilievo ma certamente ben caratterizzate e puntuali. Se si leggono con attenzione, è possibile cogliere l'intenzione catechistica propria di Matteo rispetto agli altri evangelisti. Matteo ha saputo fare e così ci offre del racconto della passione una catechesi adatta a preparare in noi lettori cristiani di questo racconto l‘annuncio dell'imminente salvezza. Un dramma sconcertante con un messaggio efficace di salvezza: così emerge dalle tenebre del Calvario la chiarezza della fede, educata da quell'impareggiabile maestro cristiano che è l'evangelista Matteo
Il contesto del brano della Lettera ai Filippesi dove Paolo, dopo aver raccomandato l'unità nella carità, esorta all‘umiltà degli uni verso gli altri e a mettere al centro dei propri interessi gli altri e non se stessi, è questo dove egli riporta un inno cristologico molto famoso che ogni anno leggiamo nella "Domenica delle Palme" nella seconda lettura. Attraverso questo inno Paolo vuole presentare l'esempio di Gesù.. Di Lui si dice che ancora prima della Risurrezione possedeva un modo di esistere e di operare come quello di Dio. Ma non lo ha mai dimostrato, né preteso, come voleva fare Adamo o vuol fare ognuno di noi quando si sente autosufficiente. Gesù si ridusse a nulla e prese un atteggiamento da servo, da creatura umana fragile, mortale, oppressa da limiti, da dolori, dalla morte. Gesù sperimentò anche l'obbedienza, cioè la dipendenza dagli altri, la sperimentò fino alla morte, e alla infamante morte di croce. Ma lo ha fatto per dimostrare fino a che punto Dio è amante dell'uomo. Perciò poi Dio è intervenuto a confermare la dignità divina di questo Gesù vissuto da povero servo. Ed ecco la seconda parte dell'inno: "Perciò Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande. Perché in onore di Gesù, in cielo, in terra e sotto terra, ognuno pieghi le ginocchia, e per la gloria di Dio Padre, ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore" (vv.9-11). Con la sua risurrezione, dopo la Pasqua Gesù diventa Signore non solo della morte, ma di tutta la storia e dell'intero universo. Con il Padre Gesù condivide il nome di Signore universale. E questo perché Gesù pur possedendo titoli divini aveva la scelto la strada del servo. La Pasqua ci ricorda alla scuola di Gesù anche questo, il vero modo di essere uomini è saper dipendere, servire i fratelli, come uomo tra gli uomini e servo tra con-servi, come fratello tra fratelli.
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15 marzo 2008 - Sabato della quinta settimana di Quaresima 
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San Giuseppe, uomo giusto
Quest'anno la Festa di San Giuseppe è anticipata liturgicamente a oggi, sabato della quinta settimana di Quaresima, perché il 19 marzo ricorre durante la Settimana Santa. Ho pensato che fosse più opportuno trasmettere qualche pensiero sulla Liturgia della Parola di questa Festa.
Nella prima lettura vengono riportati alcuni versetti del celebre oracolo messianico del profeta Natan al re Davide (cfr. 2Sam 7,4-5a.12-14a.16).
Il punto di partenza del messianismo regale-dinastico coincide con il momento in cui Davide diventa re, il cui ricordo fu poi fissato nel celebre testo di 2Sam 7,1 16. La parola chiave del brano è il termine bajit, che in ebraico ha un doppio significato: casa (tempio) e casato (dinastia). Natan rovescia le parole secondo le quali il re avrebbe costruito un tempio: non sarà Davide a costruire una bajit (tempio) per il Signore, ma sarà il Signore che costruirà una bajit (dinastia) per Davide. Il v. 14 insinua l'adozione divina del re: il successore di Davide sarà figlio di Jhwh, che si mostrerà per lui padre:
"Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Quando peccherà, lo correggerò con frusta di uomini e con percosse umane. Ma la mia benevolenza non si ritirerà da lui, come la ritirai da Saul che tolsi dalla tua presenza. La tua casa e il tuo regno dureranno per sempre alla mia presenza, il tuo trono sarà saldo in eterno" (vv. 14 16).
Inoltre la rilettura deuteronomistica dei vv. 23 24 ha compreso la promessa fatta a Davide nel contesto di un'alleanza divina integrata nell'alleanza sinaitica di Dio con tutto il popolo. Il re è presentato in questa profezia come il vassallo di Jhwh per assicurare al popolo il diritto e la giustizia di Dio e per procurare la pace e il benessere. I salmi riprendono e amplificano la profezia di Natan (cf Sal 9, 132, 72, e i salmi regali soprattutto il 2 e 110). Essi "registrano e magnificano la filiazione divina del re intronizzato. Evocano costantemente il simbolismo regale. Non dimenticano le esigenze di diritto e giustizia che l'erede deve esercitare e far sì che vengano praticate nel paese. Egli governa ormai in virtù dell'elezione e della grazia di un Dio riconosciuto non soltanto come nazionale, ma universale" (H. Cazelles).
In breve, la speranza di Israele da Davide in poi si identifica con la dinastia davidica. Il re è presentato come l'eletto, il vassallo di Dio, il messia, l'alleato, il benedetto da Dio.
Dopo Abramo e Mosè, la figura di Davide è, tra i personaggi dell'AT, la più ricordata nel NT. Gesù è l'erede delle promesse fatte a Davide e nella sua persona si realizzano in pieno le aspettative poste nel Davide ideale e nel suo discendente.
"Figlio di Davide" e "messia" nel NT sono titoli equivalenti con un significato soprattutto teologico. Gesù è il destinatario della promessa fatta ad Abramo ed è l'erede del trono di Davide, come ci ricorda Matteo nella genealogia all'inizio del suo Vangelo. Tra gli evangelisti Matteo è quello che maggiormente fa rilevare questa situazione di figlio di Davide, di Gesù.
Gesù è figlio di Davide perché è suo discendente secondo la Legge, perché è il re messia annunciato dai profeti, perché già in questo mondo ha inaugurato il regno di Dio, con la sua azione messianica ne ha fatto il luogo della salvezza e della speranza per ogni uomo.
Questo motivo messianico viene ripreso dal Sal 88 (89) che è letto come salmo responsoriale.
Come appare anche dalla "lettura cristiana" di questo salmo la migliore pista per una rilettura attuale del sal 88 consiste nell'interpretazione messianica che ha avuto inizio già dal VI sec. a.C. durante l'esilio in Babilonia. In questa occasione la monarchia davidica ha subito la sua crisi più drammatica, un crollo da cui non si sarebbe più ripresa, almeno politicamente parlando. Da quel momento molti salmi basati sulla ideologia regale-davidica hanno acquistato un significato più forte come sostegno e stimolo della speranza messianica d'Israele durante gli scontri con le dominazioni straniere posteriori. Nel giudaismo questa speranza messianica non ha mai trovato una risposta politica concreta e stabile. Solo un gruppo, benchè minoritario e marginale in partenza, ha visto nella persona di Gesù di Nazaret, lontano discendente del re Davide, la realizzazione della promessa fatta all'antenato con la profezia di Natan. Non più in un senso politico e nazionalista, ma in un senso molto più ricco, spirituale e universale.. Da allora ha avuto inizio la rilettura cristologica del sal 88. E Gesù appare come il discendente, il figlio di Davide attraverso la paternità giuridica-davidica di Giuseppe che accetta di sposare Maria di Nazaret e di imporre al bambino che nascerà il nome. Giuseppe esercita così una vera paternità sul Bambino, una vera autorità sulla sposa Maria e una vera direzione della Sacra Famiglia.
Il testo di Matteo (cfr. Mt 1, 16.18-21.24a) che leggiamo nel Vangelo, chiamato anche "l'annunciazione a Giuseppe", pone in rilievo la figura di Giuseppe quale uomo di fede e di silenzio. Il silenzio di Giuseppe è segno di forza, di lavoro interiore, di dominio di sé e delle situazioni, di fede. Ed è un silenzio che trova luce nel buio in cui Giuseppe è sprofondato. La gravidanza di Maria mette in crisi la storia che egli stava progettando con lei, eppure il testo biblico suggerisce che non vi è situazione umana, per quanto lacerante o dolorosa o contraddicente, che non possa essere vissuta con umanità e con santità. Se la reazione normale sarebbe stata quella di ripudiare la donna,
"Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto" (Mt 1,19).
Invece di ripudiare Maria, abbandonandola al generale disprezzo e compromettendola pubblicamente, Giuseppe sceglie un'altra soluzione, sceglie una via giusta e umana, giusta perché umana. La giustizia di Giuseppe è nel suo essere umano.
"Il giusto dev'essere umano" (Oportet iustum esse et humanum: Sap 12,19). Solo questa giustizia, infatti, onora l'immagine di Dio che è nell'uomo.
Matteo elogia Giuseppe con questo semplice aggettivo: era un uomo giusto.
"Giusto" nel senso biblico, e cioè umile e totalmente dedito all'osservazna della Legge che lo obbligava ad essere caritatevole e comprensivo con gli altri, specie con la sua promessa sposa Maria: preludio di come si comporterà con lei da marito. Modello di ogni sposo e capofamiglia cristiano.
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14 marzo 2008 - Venerdì della quinta settimana di Quaresima 
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Gesù di dichiara Figlio di Dio
Nella prima lettura (cfr. Ger 20, 10-13) leggiamo una bella confessione di Geremia. Il profeta descrive alcuni momenti di forte scoraggiamento. Già nel versetto precedente del brano che leggiamo oggi si trovano queste parole:
"Ma quando mi son detto: "Non penserò più al Signore, non parlerò più in suo nome", ho sentito dentro di me come un fuoco che mi bruciava le ossa: ho cercato di contenerlo ma non ci sono riuscito" (v. 9)
Geremia è tentato di ritirarsi dall'incarico e di non comunicare più alcun messaggio. Ma nel suo intimo si accende come un fuoco che brucia le sue ossa e che non riesce a contenere. Intanto è costretto ad ascoltare gli insulti e le trame degli stessi amici:
"Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: ""Se qualcuno lo denunzia, lo denunzieremo anche noi"". Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: "Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l'avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui"".
Si aspettano di vederlo cadere e che venga scossa la sua fedeltà: "aspettavano un mio passo falso" e intimorito e confuso sia messo a tacere ("l'avremo vinta noi e potremo vendicarci", cfr. 1, 17-19).
Ma Geremia aveva già vinto la sua grande crisi (cfr. 15, 19-21). Esposto quindi davanti al Signore il suo dolore, sente subito la certezza dell'assistenza che Dio gli aveva promesso! Cadranno i miei nemici, per sempre, ma non chi ha posto sinceramente la sua causa nelle sue mani. Di qui un inno di ringraziamento al suo liberatore:
" Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi:
per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me.
Dovranno vergognarsi da morire perché i loro progetti andranno in fumo.
Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell'universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell'uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici".
Ecco una bella preghiera di lamento, di fiducia e di gratitudine, che al di là delle espressionui materiali, ci aiuta a sondare le sofferenze interiori del vero profeta di Dio, la generosità della sua missione e la forza divina che lo sostiene.
Il salmo responsoriale (cfr. Sal 17, 2-3.4. 5-6. 7) ha inizio con una dichiarazione di fiducia affettuosa. "Ti amo, Signore, mia forza!". Egli grida a Dio il suo abbandono completo in lui perché l'ha sperimentato (e glielo dirà subito) artefice della sua salvezza. Innalzandosi al di sopra delle formule ordinarie della religiosità ebraica, egli dice: "ti amo", e lascia da parte il timore. Il salmista ha ben ragione di protestare questo suo sentimento d'amore: Dio è stato per lui forza, roccia, fortezza, scampo nei giorni del pericolo e delle contrarietà. L'esperienza passata non si smentisce al presente. Jhwh è tuttora per il fedele il suo Dio personale, sua rupe, in cui corre a rifugiarsi alle prime avvisaglie d'un rinnovato pericolo, suo scudo negli assalti dei nemici, suo corno di salvezza quando egli deve marciare contro gli avversari o respingerne le insidie, sua torre inespugnabile. Viene quindi naturale l'invocazione del salmista a Jhwh contro coloro che "infuriano" contro di lui e il grido che egli lancia contro i suoi nemici. In questa parte introduttiva attraverso Davide cominciano ad essere descritte le relazioni di Israele con il suo Dio, relazioni personali, create dall'Alleanza. Segue il racconto della terribile esperienza fatta dal salmista. La sua protesta di fiducia affettuosa, l'insieme di titoli e metafore fatte salire a Dio che hanno ora una spiegazione e documentazione. C'è stato un periodo nella vita del salmista, un'occasione particolare in cui se non fosse stato per Jhwh egli sarebbe certamente perito. Ancora adesso, dopo tanti anni, il ricordo ne è così vivo che la rievocazione riesce potente e vibrante, come appare dal v. 5 in poi. Fiumi impetuosi l'avevano sommerso. Il pericolo era stato così grave che al salmista era parso di sentirsi già stringere da legami infernali e da trappole mortali. Chi l'avrebbe potuto liberare? Nei momenti in cui la morte appare improvvisa, l'individuo sente l'inutilità di qualsiasi soccorso umano. Basta percorrere le corsie di qualche ospedale o aver assistito negli ultimi tempi di vita una persona cara. L'anima allora si libra negli spazi e invoca Dio onnipresente e onnipotente. Solo lui potrebbe essere un soccorritore efficace: "Nell'angoscia ho invocato il Signore". Quel grido di aiuto di fronte al pericolo, pieno d'ansia e di spavento, non può lasciare Dio indifferente. Infatti, rievocando quei momenti, il salmista può aggiungere che quel grido è stato udito, che la sua voce è giunta all'orecchio di Dio nel suo tempio.
Tra Geremia e il salmista, il Gesù del Vangelo. La polemica con i giudei continua e porta sempre più verso la sua Ora. Infatti nonostante il compimento delle promesse dell'AT i giudei non vogliono credere che Egli è il Figlio di Dio. Se basta ascoltare la Parola per essere dèi, a maggior ragione Lui che è la stessa Parola, potrà essere Dio. C'è un crescendo nella serie delle affermazioni di Gesù: una prima dichiarazione non molto impegnativa dell'unione di Gesù con il Padre; poi i giudei intuiscono l'intenzione profonda di Gesù e la dichiarano apertamente. Gesù non rifiuta questa interpretazione ma la fa sua. Il fatto della missione serve come pedana per un passaggio alla dimostrazione di Gesù. Sembra chiara una relazione tra la missione e la natura di Gesù Figlio. La missione inizia con una consacrazione e una separazione da qualunque cosa profana ed è di natura così calda che permette a Gesù di usare con verità l'appellativo di Figlio di Dio: è una missione e una convinzione tale che solo il Figlio di Dio può avere. Alla fine del brano precedente Gesù aveva detto: "Io e il Padre siamo una cosa sola". Perciò i giudei ora interpretano rettamente le sue parole:
" La folla gli rispose:
- Non vogliamo ucciderti per un'opera buona, ma perché tu bestemmi. Infatti sei soltanto un uomo e pretendi di essere Dio".
E arrivano alla conclusione preparando la lapidazione: "Quelli raccolsero di nuovo pietre per scagliarle addosso a Gesù" (v.31). Gesù si difende e parte dal terreno degli avversari, cioè dalla Scrittura, per rivendicare a sé almeno lo stesso diritto, egli è consacrato e mandato al mondo dal Padre (v.36). Gesù non pretende di essere creduto sulla Parola ma fa appello alle sue molte buone opere (v.32 e vv. 37-38). Resta la sua affermazione dell'intimità che lo lega al Padre. Ma nonostante queste parole, i suoi avversari lo vogliono uccidere perché capiscono e non accettano le sue pretese, accusandolo di bestemmiare. Ma Gesù in tutte le sue affermazioni dichiara di essere in linea con il senso profondo delle Scritture. Soprattutto che il senso delle Scritture lasci spazio alla retta interpretazione delle sue opere. Non come i farisei che hanno negato il miracolo del cieco perché sembrava loro una violazione del sabato!
Partendo dalla storia di Gesù si apre il vero senso della stessa Scrittura.
Il Vangelo di oggi si conclude con una valutazione globale del ministero di Gesù fatta in base alla fede e all'incredulità: "In quella regione molti credettero in lui".
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13 marzo 2008 - Giovedì della quinta settimana di Quaresima 
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Un'Alleanza e una Parola di vita
Nella prima lettura leggeremo oggi una delle tante alleanze che Dio stabilisce con l'umanità e di cui parla ampiamente la Bibbia. Il tema dell'alleanza è davvero la spina dorsale di tutta la rivelazione biblica. Tutte queste alleanze preparano "la nuova ed eterna alleanza" che Dio attraverso Gesù stabilirà con tutta l'umanità. Gesù è egli stesso l'alleanza di Dio con l'uomo.
Quella che leggiamo oggi (Gn 17, 3-9) fa parte del racconto delle due alleanze-promesse di Dio ad Abramo che fondano il futuro della storia di Israele e di tutta l'umanità e si trova nei capitoli 15 e 17 della Genesi, proveniente da due tradizioni storiche diverse. Le due promesse sono quella di un figlio e quella di una terra. In Gn 15,5: Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo:
"Poi lo condusse all'aperto e gli disse: "Contempla il cielo e conta le stelle, se le puoi contare!". E aggiunse: "I tuoi discendenti saranno altrettanto numerosi"".
In Gn 17,15 17 questo avviene attraverso la promessa del dono di un figlio.
"Dio disse ancora ad Abramo: "Non chiamare più tua moglie Sarai; d'ora in poi il suo nome è: Sara. Per mezzo di lei ti darò un figlio. La benedirò e darà origine a intere nazioni e vi saranno re fra i suoi discendenti". Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise. Pensò fra sé: "È mai possibile che un uomo diventi padre a cent'anni e che all'età di novant'anni Sara possa partorire?"".
In Gn 18,10 né Abramo né Sara possono capire, data la loro età avanzata e la sterilità di Sara il senso delle parole del Signore. Dio stesso allora appare ad Abramo in forma umana e ripete la promessa:
"Il Signore disse: "Io ritornerò sicuramente da te l'anno prossimo e allora tua moglie Sara avrà un figlio". Sara stava ascoltando all'ingresso della tenda, dietro ad Abramo"".
Sara ride perché pensa che le parole del Signore non si possono realizzare. E per quanto riguarda anche il dono di una terra in Gn 17,8 si legge:
"E a te e a quelli che verranno dopo di te, io darò in possesso perpetuo la terra nella quale ora abiti come straniero: tutta la terra di Canaan; e io sarò il loro Dio".
Abramo si fida di Dio e immediatamente crede alla possibilità del realizzarsi delle due promesse. Altre difficoltà interverranno in seguito. Le due promesse si trovano in due tradizioni orali storiche diverse e mostrano la prospettiva universalistica della rivelazione biblica. Dio si rivela a un popolo ma vuole la salvezza di tutti gli uomini e manterrà per sempre la sua promessa.
Nel Salmo responsoriale (cfr. Sal 104, 4-5. 6-7. 8-9) c'è l'invito specifico a "ricordare, investigare, cercare" le meraviglie del Signore. Si tratta di un'introduzione "tematica", come in tutti gli inni, che preannuncia in qualche modo il contenuto del salmo (cfr. 106, 2). E' una raccomandazione frequentissima nel Deuteronomio (cfr. Dt 5, 15; 7, 18; 8, 2; 15, 15; 16, 12; 24, 9.18.22; 32, 7) e va unita al comando dell'"osservanza" degli statuti. Il tema sarà ripreso subito dopo. Investigare (darash) il Signore, ricercare il suo volto, ricordare i suoi prodigi è il "tema" della fedeltà iahvistica (vv. 4-6).
C'è il riferimento all'antenato del popolo, discendente di Abramo, servo di Jhwh. Viene ricordato che Dio "non dimentica mai la sua alleanza, parola data per mille generazioni. Alleanza conclusa con Abramo, giuramento fatto ad Isacco". E' possibile vedere in questa storia d'Israele un condensato di speranza futura per tutte le vittime dell'oppressione nel crogiuolo della prova o perchè si tratta di individui ingiustamente condannati come Giuseppe per gelosia, per calunnie sul piano sessuale, per una diversa provenienza etnica, oppure di gruppi oppressi da un sistema politico ingiusto, nomadi, immigrati che fuggono la fame e cercano lavoro rompendo il presunto equilibrio demografico dei paesi ricchi. Ancora oggi il Dio dei poveri ha la preoccupazione di non abbandonare alcun essere umano all'oppressione. Ancora oggi difende i poveri e gli emarginati da chi cerca tutti i modi per eliminarli. Ancora oggi cerca di colpire con castighi governanti che tiranneggiano abbandonandoli alla violenza rivoluzionaria oppure a un deterioramento catastrofico della loro qualità di vita. Ancora oggi protegge con la nube di fuoco le vittime di ogni specie aiutandoli con riserve volontarie di vitalità, di pane e di acqua che provengono dal basso (lavoro, aiuti umanitari nazionali o internazionali) oppure dall'alto (fede viva, risorse prodotte da comunità ecclesiali). Ancora oggi è necessario soprattutto "cercare Jhwh, la sua forza e il suo volto" e non porre le proprie speranze su illusori rifornimenti di armi difensive o offensive!. Questo ci ricorda il salmo responsoriale di oggi.
Nella disputa tra Gesù e i giudei, che continua nel Vangelo di oggi (Gv 8, 51-59), Abramo ha un ruolo centrale. Mentre i giudei si riferiscono ad Abramo per rivendicare la loro origine nazionalistica e religiosa: essi sono figli di Abramo, Gesù si pone nella prospettiva più giusta e più vera, la prospettiva dell'universalità e della fede. Il riferimento ad Abramo è legato al fatto che nella prospettiva della fede, quella da cui Abramo lo aveva contemplato da lontano: "Abramo, vostro padre, si rallegrò nella speranza di vedere il mio giorno; lo ha visto e si è rallegrato" (Gv 8, 56). Queste parole si riferiscono probabilmente a una bella interpretazione rabbinica del testo della Genesi secondo la quale Abramo, divenuto vecchio, era stato benedetto in tutto da Jhwh (Gn 24,1). Secondo questa interpretazione si credeva che ad Abramo fosse stata concessa la grazia di vedere i giorni del Messia. Nel testo di Giovanni le parole di Gesù applicano questa visione dei giorni del Messia alla visione del ministero terreno di Gesù. I giudei interpretano alla lettera le parole di Gesù e questo manifesta ancora una volta la loro incredulità. Allora Gesù è costretto a parlare chiaramente e ad affermare la sua preesistenza. E' essa che definisce il suo esser divino ed eterno. Abramo cominciò ad esistere in un momento determinato del tempo. Gesù come Parola di Dio, come Signore, è al di sopra e fuori del tempo, benchè sia anche nel tempo. Tutto questo è espresso nella formula: "Io sono". I giudei giudicarono una bestemmia questa pretesa di Gesù. I bestemmiatori dovevano essere lapidati. Ma Gesù scomparve perché non era ancora giunta la sua Ora.
La gioia che Abramo visse "in speranza" noi la viviamo, la possiamo vivere "in realtà", camminando nella fede in Lui. Nel salmo responsoriale abbiamo pregato: "il Signore ricorda il suo patto per sempre". Noi possiamo dimenticarcelo, ma egli ce ne fa memoria tutti i giorni aprendo i nostri occhi alla luce, come è avvenuto nel nostro Battesimo che noi ricorderemo nella notte di Pasqua.
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12 marzo 2008 - Mercoledì della quinta settimana di Quaresima 
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La Verità vi farà liberi
Il racconto che leggeremo nella Prima Lettura di oggi (cfr. Dn 3,14-20.46-50.91-92.95) ha la stessa forma letteraria e lo stesso messaggio del racconto di Susanna: Dio non abbandona mai chi lo serve con fedeltà. Si tratta perciò di un racconto di salvezza. Per dirlo in termini tecnici è una storia "haggadica", una lezione di fede e di salvezza. Appartiene al libro di Daniele. Questo libro dell'Antico Testamento comprende tre parti.
La prima è ambientata ai tempi dell'esilio babilonese (VI sec. a.C.) e ha come protagonisti Daniele e i suoi compagni di esilio, i quali, con la fede in Dio e l'obbedienza alla sua Legge, trionfano dei loro persecutori. Il re Nabucodonosor condanna alla pena di morte tutti quelli che non adorano la sua statua. Gli amici di Daniele, i tre giovani Sadrach, Mesach e Abdenego, si rifiutano e sono condannati a morte. Ma Dio li libera dalle fiamme della fornace e l'empio re si converte, come in tanti racconti stereotipati di martirio.
La seconda parte del libro si riferisce ad alcune visioni avute da Daniele. Sono visioni piene di simboli misteriosi che, una volta spiegati, rivelano il piano di Dio riguardo agli imperi e alle potenze che opprimono il popolo.
La terza parte, chiamata anche "Supplementi a Daniele", è contenuta in tre lunghi brani scritti solo in greco e che non si trovano nel testo originale ebraico-aramaico: la preghiera di Azaria e il cantico dei giovani nella fornace (è inserito tra Dan 3,23 e 3,24), è il testo che leggiamo oggi; la vicenda di Susanna e i due giudici (nelle antiche versioni greche si trova all'inizio del libro biblico di Daniele, in altre invece come capitolo 13 alla fine), lo abbiamo letto ieri; Bel e il drago (appare come il cap. 14).
Perciò la Bibbia greca (cosidddetta dei LXX, di cui esiste una mia introduzione per chi ne fosse interessato: Guida allo studio della Bibbia Greca, Società Biblica, Roma 1995), accanto alla preghiera di Azaria (3,24-50) e al cantico di lode dei tre ragazzi nella fornace ardente (3,51-90), ha aggiunto i due capitoli conclusivi, 13 e 14.
Al capitolo 13 si racconta come Daniele, grazie alla sua sapienza e giustizia, salvò Susanna, falsamente accusata di licenziosità; il capitolo 14 come egli smascherò i sacerdoti del dio Bel, i quali sostenevano che era il loro dio a mangiare e bere le offerte, e uccise un drago adorato come dio, per cui fu gettato un'altra volta nella fossa dei leoni, dalla quale però Dio lo salvò di nuovo, dopo averlo sostenuto in modo mirabile inviandogli il profeta Abacuc a nutrirlo. Poichè i capitoli 2,4b-7,28 sono scritti in aramaico, il libro di Daniele è l'unico libro biblico a parlare tre lingue: l'ebraico, l'aramaico e il greco.
Il Salmo responsoriale (cfr. Dn 3,52. 53-54. 55-56) appartiene alla prima parte dell'inno dei tre giovani che, gettati nella fornace ardente, rimangono illesi dal fuoco. Ritroviamo in questi versetti la struttura litanica dei salmi 136 e 148. Leggiamo quest'oggi la prima parte (vv. 52-56) che è una dossologia, cioè un canto di lode. Tutta la creazione si unisce al canto di lode, quando la convoca la parola umana. Così l'uomo esercita la sua signoria sulla creazione, chiamandola per nome, dandole ordini. La sottomette a sé per sottometterla a Dio. La creazione, obbedendo e compiendo il proprio destino, acquista senso come lode di Dio.
Si tratta di un salmo litania molto vicino al Sal 136. E' composto di due parti (vv. 51 56; vv. 57 90). La prima parte consiste in un inno di lode al Dio d'Israele che risiede nel suo santo tempio, in cielo. La seconda (il Benedicite) è un invito a tutte le creature a lodare il Signore. La seconda parte della preghiera è il "cantico delle creature" che ispirò anche Francesco d'Assisi.
Nel Vangelo di oggi continuiamo la lettura del capitolo 8 di Giovanni. Gesù promette la libertà a quei suoi ascoltatori giudei che accetteranno di credere in Lui. Saranno veramente suoi discepoli. Gesù li assicura che credendo in Lui conosceranno la verità, e la verità li farà liberi. Che significa tutto questo? Nella spiegazione che dà Gesù sembrano emergere tre pensieri su cui oggi vale la pena riflettere. Il primo pensiero è che la parola della verità rende liberi. Ma di che verità si tratta? Una verità storica o scientifica? Il sapere che le cose vanno in certo modo e accettarle? E il secondo pensiero è questo. Da ciò che dice Gesù in questo discorso ai giudei, e vale anche per noi, sembra che si tratti di quella verità che Gesù sta cercando di far conoscere con i suoi discorsi, con la sua Parola. Egli è venuto da Dio per la salvezza di tutti gli uomini. Accettare e riconoscere in Lui l'uomo inviato da Dio per realizzare questa salvezza, in qualunque modo Egli la realizzi, significa accettare e riconoscere che egli stesso è questa Verità di cui sta parlando. E' la manifestaziove visibile di Dio Padre che lo ha mandato nel mondo ed è la sua umanità piena, il suo pieno coinvolgimento con l'umanità di cui Egli stesso fa parte. E' la sua persona, la sua parola su Dio, su ciò che Dio è per noi uomini. E' il piano di salvezza di Dio per l'umanità che si realizza pienamente in Lui che Egli è venuto a far conoscere e realizzare: ma è proprio questo che i suoi interlocutori non possono e non vogliono accettare. Accettare questa verità, significa accettare Gesù e quella libertà dal male e dal peccato che egli è venuto a portare e a realizzare. Essi non hanno bisogno di accettare questa verità con la conseguente libertà che essa porta. Non ne hanno bisogno perchè si sentono già "liberi" perché discendenti da Abramo e perciò non sono mai stati schiavi di nessuno. E Gesù spiega uleriormente quello che essi non vogliono sentire e accettare e cioè il fatto che è il male, il peccato che rende schiavi. Ed è il terzo pensiero. Gesù è un uomo libero e vuole che tutti partecipino di questa libertà perché è in comunione con il Padre, in quanto è suo Figlio. Per essere e sentirsi liberi bisogna riconoscere di essere figli. Chi è figlio appartiene alla sua famiglia per sempre, in questo caso alla famiglia di Dio. Sentirsi figli significa essere uomini liberi. Ma i suoi ascoltatori e interlocutori dicono di non averne bisogno, perchè appartenendo alla discendenza di Abramo sono già uomini liberi. Si sentono tali e perciò non hanno bisogno di altra libertà. Ma è proprio questo che Gesù contesta. Dite di essere discendenti di Abramo ma non fate opere degne di Abramo e della sua fede in Dio: "Se siete veramente figli di Abramo, fate opere degne di Abramo!". Abramo, proprio perché vero credente, avrebbe riconosciuto e creduto alla provenienza di Gesù da Dio loro Padre: "Se Dio fosse vostro padre, voi mi amereste, perché vengo da Dio. Infatti non sono venuto di mia volontà, ma Dio mi ha mandato". Ma è proprio questo che essi non vogliono accettare. Non vogliono accettare la verità di Gesù, la verità che è Gesù, anzi cercano di ucciderlo proprio perchè dice e annuncia questa verità. Non accettando questo non possono partecipare a quella condizione di figliolanza che li renderebbe veramente liberi. Non è dunque Abramo il loro padre e tanto meno Dio. La verà libertà sta per Gesù, e quindi per Giovanni, nella comunione con Dio. Solo chi è in comunione con Dio, è suo Figlio, è veramente libero e portatore di libertà per tutti.
In conclusione, accettare quella verità che è Gesù significa diventare veramente liberi. E questo vale anche per noi. Egli non ci tiene ad essere accolto, amato e accettato per se stesso ma solo perché viene da Dio di cui è manifestazione e rivelazione. Se lo amiamo veramente, anche noi vivremo di questa verità che è Gesù ed è questa verità che ci farà sentire ed essere veramente uomini liberi.
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11 marzo 2008 - Martedì della quinta settimana di Quaresima 
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Gesù, segno innalzato
Chi si reca in Giordania e visita il Monte Nebo, nella regione di Moab, dove Mosè morì senza poter entrare nella Terra Promessa (cfr. Dt 34), resta ammirato nel contemplare la scultura di un serpente di rame innalzato su un'asta.
In Quaresima, l'innalzamento di cui si parla è quello dell'umiliazione e della morte di Gesù, come avvenimento di salvezza per tutti. Questo è evocato nella Prima Lettura di questo martedì della quinta settimana dall'episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto e che fu occasione di guarigione per chi era stato morso dai serpenti velenosi, se lo mirava con fede (cfr. Nm 21, 4-9).
Fra i pericoli del deserto per il popolo di Israele c'è anche quello dei serpenti. Durante il viaggio nella penisola sinaitica verso il mar Rosso, a un certo punto il popolo si scoraggiò e si mise a protestare contro Dio e contro Mosè perché lo avevano fatto lasciare l'Egitto per farlo morire nel deserto di fame e di sete. Il Signore per punire il popolo per queste mormorazioni mandò contro di loro serpenti velenosi, i quali morsero un gran numero d'Israeliti, che morirono. Gli scampati riconobbero in questo fatto un giusto castigo per le loro mormorazioni, andarono da Mosè e chiesero che intercedesse presso il Signore e facesse cessare questa invasione di serpenti. Il Signore ascoltò la preghiera di Mosè e gli ordinò di costruire un serpente di metallo e di fissarlo in cima a una pertica. Chi sarebbe stato morso da un serpente e avrebbe guardato il serpente di rame avrebbe avuta salva la vita. Mosè così fece e questo serpente venne visto, anche dalla tradizione biblica posteriore (Sap 16,6), come un "segno di salvezza" per gli uomini. Infatti il serpente salvava gli ebrei se lo guardavano con sguardo di fede per riconoscerlo come segno della misericordia e della potenza di Dio.
L'evangelista Giovanni riconoscerà in questo fatto un segno della futura salvezza data agli uomini per mezzo dell'innnalzamento di Gesù sulla croce. Infatti in entrambi i casi la salvezza si attua mediante un "innalzamento" del serpente e di Gesù sia sulla croce, come poi nella sua risurrezione e ascensione al Padre. Mi pare interessante il riferimento che Giovanni fa all'AT perché ci aiuta a capire la concezione della passione di Gesù come rivelazione del suo dono di amore agli uomini. La fede, il "credere" in Gesù sulla croce come dono, la croce per Giovanni è gloria, salvezza e vittoria.
Il Salmo responsoriale scelto dalla liturgia è il sal 102, 2-3.16-18.19-21 dove chi prega è una persona afflitta e stanca che invoca Dio, l'Altissimo, per avere da Lui una pronta risposta (vv. 2-3). Il profeta Isaia (40,2) aveva cantato come Sion avesse già pagato con l'esilio il doppio di quanto si era meritato e il cuore del salmista oppresso viene riscaldato da questa sicurezza profetica che Dio non può negare la restaurazione di Sion. E un simile fatto farà stupire le nazioni pagane. I re vedendo l'opera di Dio si prostreranno e riconosceranno la gloria e la grandezza del Signore. Sion risorgerà dalle rovine in tutto il suo splendore presentandosi quasi come il manto della gloria divina. Questo vuol dire che Dio ha realmente rivolto il suo orecchio alla preghiera degli indifesi e l'ha accolta benignamente, senza più disprezzarla. Segue un piccolo canto di ringraziamento ben articolato. Passando dalla "fiducia", che aspetta l'esaudimento con animo pieno di desiderio, alla "sicurezza" o certezza che gli ha fatto vedere in anticipo la realizzazione delle sue aspirazioni, ora il salmista compie il ciclo introducendo un "piccolo canto di riconoscenza". Si ha qui la prima occorrenza dell'espressione che prepara lo halelû - jah, grido di gioia e di lode a Dio dei tempi postesilici.
Un avvenimento di così vasta portata, documento dell'onnipotenza e della misericordia del Signore non potrà essere dimenticato. Lo sappiano le generazioni future per rendere a Dio la lode meritata. Perché il Signore, nella sua misericordia, ha restaurato Sion, ed ha esercitato questa misericordia anche verso il popolo, verso la comunità che viveva in esilio. Dio guarda sulla terra per percepire il sospiro del prigioniero, per compiere la liberazione e la salvezza di tutto il popolo tra cui c'è anche il salmista.
Ogni cristiano che soffre, individuo o comunità, può utilizzare questo salmo per trasformare il suo dolore in preghiera, e prendere coscienza della solidarietà del suo destino con quella della "nuova Sion", la chiesa intera, ogni tanto oppressa ma sempre in attesa di esodo. Anche se minata nella sua ossatura temporale e istituzionale, indebolita nel suo sforzo di crescita e isolata nel vasto mondo continua a portare nel suo becco come il pellicano l'indispensabile nutrimento per i suoi piccoli. La "nuova Sion" comprende quello spazio sacro per eccellenza dove Dio "ascolta il sospiro dei prigionieri" e getta uno sguardo d'amore sul povero che grida. A condizione che essa non venga mai meno alla sua missione, conserva le promesse della perpetuità e della fecondità. Proprio come Cristo che nessuna avversità, neppure la morte, può abbattere o distruggere per sempre.
Nel Vangelo di oggi (cfr. Gv 8, 21-30) continua la polemica di Gesù con i farisei. In questo testo la rivelazione raggiunge il punto più alto. Gesù si definisce: "Io sono", il nome con cui Dio si era rivelato al suo popolo nell'AT. Per Gesù il "peccato" radicale è di non credere in Gesù, quindi rifiutare la vita stessa, gli altri peccati sono solo un'espressione e una conseguenza di quest'unico peccato. Gesù continua a parlare della sua divinità e usa la formula dell'AT per indicare il nome di Dio:"JHWH" (cfr. Es 3, 14-15). Ma i giudei continuano a non capire (v.25). Se non credono è per la loro cecità spirituale. Nel v. 28:
"Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: "Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete"".
Sarà solo il suo ritorno al Padre che lo ha inviato nel mondo che porterà loro la salvezza. Quando il Figlio dell'Uomo "sarà innalzato" (Gv 3,14), cioè con la sua crocifissione, morte, risurrezione e ascensione si assisterà al momento culminante della sua rivelazione e dell'autenticazione da parte del Padre: sarà anche il momento decisivo della fede o dell'incredulità.
In conclusione, nel suo duplice "innalzamento", sulla croce e nella gloria, Gesù è il povero di cui parla il salmo. Sulla croce ha fatto l'esperienza della debolezza umana sino all'estremo, nella glorificazione ha sentito che tutto riceveva da Dio. E noi comprendiamo che la croce ci viene proposta per essere con lui e come lui. Nel nostro cammino verso la Pasqua capiamo sempre meglio che questa è una scelta di vita.
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10 marzo 2008 - Lunedì della quinta settimana di Quaresima 
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Davanti a Dio siamo tutti peccatori
Nella Chiesa primitiva quando nella notte di Pasqua i neofiti uscivano dal fonte battesimale e si recavano in processione in chiesa per ricevere la confermazione e partecipare per la prima volta al banchetto eucaristico cantavano il sal 22 (23) che perciò prenderà in seguito anche il nome di "salmo dell'iniziazione cristiana". Così essi esprimevano la loro fede nel Signore Gesù che aveva affermato di essere il "buon pastore" (Gv 10, 11), quello preannunciato dai profeti per i tempi messianici, per mezzo del quale Jhwh si era rivelato vero pastore del suo popolo, come frequentemente viene detto dai profeti (cfr. Ez 34). Il salmista certo non pensava neppure lontanamente al significato sacramentale delle sue immagini ma aveva presente i futuri tempi messianici, la possibilità di una vita di comunione intima con Dio prima dell'incontro "faccia a faccia" con Lui, tutto quello che noi oggi chiamiamo "vita sacramentale".
La prima lettura di oggi ci propone "la storia di Susanna" (cfr. Dn 13,1-9. 15-17. 19-30. 33-62). Il racconto di Susanna è una delle pagine letterariamente più affascinanti dell'AT, appartiene alle aggiunte deuterocanoniche / apocrife al libro di Daniele, scritte probabilmente originariamente in aramaico. Forse ha lo scopo di mostrare come la virtù, con l'aiuto di Dio, finisce sempre per trionfare sul vizio. Il fatto che appartenga al ciclo di Daniele appare come ulteriore prova di esempio del "dono della sapienza" concesso al profeta. E' una storia-parabola che fa pensare alla situazione del popolo ebraico durante l'ellenismo pagano presentato per indurre gli ebrei (Susanna) al peccato di infedeltà che dai profeti è sempre descritto come peccato di adulterio. Susanna, una figlia di Israele che rimane fedele a Dio rifiutando l'adulterio sotto gli alberi e i giardini di pali sacri (cfr. Os 2,15; Ger 2, 20-25; Ez 16, 15-20). Il fatto mostra anche che Dio non abbandona mai i suoi fedeli, viene loro incontro e li salva anche nelle situazioni più disparate quando le risorse umane sembrano fallire. Il giusto, come sempre, non ha vita facile, perché il suo agire contrasta con quello dei malvagi. Il giusto può sperare nell'intervento di Dio. Dio suscita sempre un liberatore (si pensi all'epoca dei Giudici in Israele!), testimonia a favore degli eletti perché la sua giustizia ha sempre ragione della malizia umana. Possiamo ricordare la parola di Gesù rivolta agli apostoli quando saranno perseguitati e dovranno comparire davanti ai tribunali, ma saranno sempre risparmiati dall'amore e dall'intervento di Dio.
Il Salmo responsoriale proposto, come ricordavo all'inizio, è un salmo di fiducia, il Sal 22 (23), 1-4.5.6, il salmo di "Buon Pastore" Il primo versetto costituisce l'annuncio tematico con il contenuto e il tono: "Il Signore è il mio pastore": ecco la dichiarazione fondamentale. Poi continua: "e nulla mi manca", è l'effetto dell'interessamento del pastore e l'affermazione del senso di sicurezza del salmista. La prima parte ci descrive l'opera del pastore: fa adagiare le pecore in pascoli di verde fresco e abbondante. Non manca l'acqua, indispensabile in un paese così caldo come la Palestina. Le acque tranquille, non pericolose, riposano e ristorano la pecorella. Pascolo e acqua hanno l'effetto di rinfrancare, ristorare, portare quel senso di vigoria e di freschezza che il calore della giornata e la mancanza di cibo avevano sminuita. Il secondo versetto è quasi un'interpretazione del primo: si ha un passaggio dalla metafora al reale, che serve a rendere più trasparente e sicuro il concetto: "Mi guida sul giusto sentiero". L'ultimo inciso, "per amore del suo Nome", ci dice quale sia il movente dell'azione del pastore: procurare la gloria del suo Nome.
Nella seconda strofa abbiamo la seconda parte del tema: "nulla mi manca". Il salmista non manca di nulla, né del senso di sicurezza e di protezione di cui la pecorella ha maggior bisogno. Perciò il salmista continua nella seconda strofa:
"Anche se andassi per la valle più oscura, di nulla avrei paura, poiché mi sosterrebbe sempre il pensiero che tu, o Signore, sei con me. Vedendoti o davanti a me, o accanto a me o anche solo vedendo l'ombra del tuo bastone e del tuo vincastro, sto tranquillo e procedo sicuro".
Nella seconda parte cambia il quadro. Il Signore da pastore diventa l'ospite premuroso che appresta al salmista una tavola imbandita e la prepara sotto gli occhi dei suoi nemici. Com'è usanza nei banchetti orientali, il Signore ha fatto versare sul capo dell'ospite l'olio profumato che aggiunge onore e prestigio e accresce la delizia del banchetto. L'altro elemento è l'abbondanza del vino. Il salmista può dire: il mio calice è pieno fino all'orlo. L'ultimo versetto rappresenta una specie di passaggio dalla metafora alla realtà. Ma anche la realtà è espressa con una personificazione: la Bontà e l'Amore, due attributi divini descritti come accompagnatori del salmista. Il Signore lo fa seguire da bontà e amore continuamente, ogni giorno e per sempre, per tutta la vita. Infine il privilegio che li comprende tutti: il salmista è ammesso ad abitare per tutta la distesa dei giorni nella Casa del Signore.
Il Vangelo è il brano dell'"adultera" (cfr. Gv 8, 1-11) che con il racconto di Susanna della prima lettura, a cui l'evangelista si è ispirato, forma uno stupendo dittico. La stessa accusa di adulterio (v.4), lo stesso coinvolgimento nella situazione (v.7.9), la stessa allusione ai vecchi (v.9), la stessa preoccupazione di porre la vittima "in mezzo", molto in vista (v.3), lo stesso appello alla Legge di Mosè per lapidarla (v.5). Gesù si rifiuta di trattare il caso come materia legale e distrattamente scrive per terra (v.6). Al di là della Legge egli scopre la persona: l'adultera e gli accusatori. Prima di lanciare una pietra, Gesù chiede agli accusatori di interrogare la loro coscienza per vedere se si sentono innocenti. "Se ne andarono... a cominciare dai più vecchi" (v.9). Agostino commenta: "restano loro due soli, la miseria e la misericordia". Dinanzi all'adultera penitente, Gesù, il nuovo Daniele, esercita misericordia su una donna colpevole di adulterio: il giudizio di Dio è grazia e perdono perché siamo tutti peccatori. Lo scrivere per terra di Gesù è per dare il tempo di "tagliare la corda" a quelli che cominciano a sentirsi in imbarazzo per le parole di Gesù. Il Vangelo nota come i primi ad andarsene, proprio come nella prima lettura, sono i più vecchi. L'unica a non restare turbata è la donna. E' rimasta a sentire, per se stessa e per noi, le parole di Gesù: "nemmeno io ti condanno. Va' e non peccare più".
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9 marzo 2008 - Quinta Domenica di Quaresima 
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Nella quinta domenica di Quaresima si celebra il terzo scrutinio. E' annunciato il passaggio dalla morte alla vita. In esilio Israele è un popolo morto, ma l'esperienza della liberazione annunciata da Ezechiele fa presagire al popolo una nuova vita (Ez 37, 12-14). Lo stesso può avvenire a livello personale (Rm 8, 8-11). Risuscitando Lazzaro, Gesù manifesta che è il Signore della vita (Gv 11, 1-45).
L'episodio della risurrezione di Lazzaro che ascolteremo nell'ultima domenica di Quaresima ci prepara direttamente a vivere il mistero della risurrezione di Cristo come mistero di risurrezione e di vita. Gesù viene informato della malattia mortale di Lazzaro e dichiara che questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio. Ogni cristiano che sa accettare con pazienza e rassegnazione le proprie sofferenze e le proprie malattie può partecipare alla passione di Cristo per essere poi glorificato con Lui.
Il racconto sottolinea molto l'amore di Gesù per i tre fratelli di Betania "la casa dell'amicizia". Tra il Maestro e questa famiglia c'era una profonda e forte amicizia, tanto che le due sorelle informarono il Signore della malattia di Lazzaro, con le parole: "Signore, il tuo (più caro) amico è ammalato" (v.3), e l'evangelista annota che Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Questo comportamento di Gesù che si è circondato di amici, c'invita a riflettere sul significato, sul valore e sulla cura dell'amicizia. L'amicizia deve essere coltivata, mai tradita! L'amico è più prezioso dell'oro, quindi bisogna fare la massima attenzione a non perdere questo tesoro.
In questo racconto Gesù dichiara di essere la risurrezione; inoltre concretamente di essere lui il Signore della vita e della morte. Per Gesù la morte è un semplice sonno, dal quale sveglia con un grido. Cristo è la fonte dell'immortalità: chi crede in lui vivrà in eterno. Per mezzo di Lui l'uomo può riportare vittoria sul suo nemico più implacabile: la morte. Quindi il desiderio più profondo del cuore umano può essere soddisfatto pienamente dal Figlio di Dio. Gesù appaga il nostro anelito di vita e di vita piena assicurandoci il dono della vita eterna e la risurrezione del nostro corpo.
Marta nel dialogo con il Signore confessa la sua fede nell'intercessione onnipotente di Gesù: "E anche ora so che Dio ascolterà tutto quello che tu gli domandi" (v.22). Il Maestro otterrà dal Padre tutto quello che gli domanderà in favore dei suoi amici. Ma l'intercessione di Gesù non è circoscritta al tempo della sua esistenza terrena. Anche ora intercede per tutti gli uomini, egli però è il Paraclito, il nostro avvocato presso Dio:
"Figli miei, vi scrivo queste cose perché non cadiate in peccato. Se uno cade in peccato, possiamo contare su Gesù Cristo, il Giusto. Egli è il nostro difensore accanto al Padre; egli si è sacrificato per farci avere il perdono dei nostri peccati, e non soltanto dei nostri, ma di quelli del mondo intero" (1 Gv 2,1-2).
Gesù dichiara poi a Marta che per non sperimentare la triste realtà della morte eterna, cioè per vivere sempre, bisogna credere nella sua persona divina, si deve aderire in modo esistenziale a lui che è la risurrezione e la vita. Con questa fede profonda si sperimenta la felicità perfetta, in quanto si è sicuri di vincere il nemico che nessuno potrebbe sconfiggere, cioè la morte. Il discepolo di Gesù non può vivere con l'angoscia del pensiero della fine dei suoi giorni. La speranza della vita eterna infonde in noi un senso di serenità e di fiducia.
Questa fede esistenziale deve essere espressa con una condotta ispirata alla parola di Cristo. La lettura del racconto della risurrezione di Lazzaro ci mostra fino a che punto il Cristo sia la risurrezione e la vita. Lo scopo dell'evangelista Giovanni nel raccontare questo fatto è di accendere nel nostro cuore una fede profonda nel Figlio di Dio, fonte della vita e dell'immortalità. Credere che Gesù è la risurrezione e la vita, è motivo di fiducia e di ottimismo per tutti noi, specie per chi è nella sofferenza e lotta contro il male. Credere che l'uomo unito a Cristo che è la vita può sconfiggere le forze distruttrici dell'odio, dell'egoismo e della violenza, della malattia e della morte, è fonte di grande fiducia. Dinanzi al male di qualsiasi tipo (etico, sociale, psicosomatico...) la fede in Gesù, risurrezione e vita, può e deve aiutarci a superare la tentazione dello scoraggiamento o della disperazione, anzi deve infondere una ferma speranza nella vittoria sul male e sulla morte.
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8 marzo 2008 - Sabato della Quarta Settimana di Quaresima 
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Come un agnello condotto al macello
Nelle condizioni e situazioni più disparate l'uomo biblico fa l'esperienza della sofferenza e del dolore. A partire da Abramo, la cui angoscia nel suo cuore di padre in quei tre giorni di viaggio verso il monte dove dovrà sacrificare il figlio, è espressione di una fede a tutta prova nella paternità di Dio; a Giacobbe, il vecchio a cui portano a casa la veste macchiata di sangue del figlio prediletto Giuseppe; e Mosè che passa dall'incomprensione allo sdegno davanti all'infedeltà del popolo, o all'amarezza per le continue mormorazioni del popolo lungo il viaggio nel deserto, o quando contempla la terra promessa sapendo che non potrà entrarvi a causa dei peccati del popolo. L'uomo della Bibbia sa che avere responsabilità nella comunità, come nel popolo di Dio, significa anche soffrire. Se guardiamo ai profeti, tutti, vengono presentati nella tradizione biblica come perseguitati o martiri. Si possono ripercorrere le pagine dell'Esodo, e il "grido degli oppressi", a cui Dio risponde con la salvezza; la figura di Davide per l'odio di Saul e la morte dell'amico Gionata e del figlio; a Geremia, che ha il compito di sentire e vivere il dramma del suo popolo con cui rimane solidale sino alla fine; il "Servo di Jhwh", il giusto, fino all'uomo nei salmi che vive dell'abbandono, dell'esilio e del silenzio di Dio. In nessun libro dell'AT la sofferenza è così presente come nei Salmi. Si può rileggere Giobbe con la sua sofferenza "ingiusta", e il Qoelet. Perché la sofferenza?
Non solo la vita dell'empio ma anche quella del giusto è contrassegnata dalla sofferenza e dal dolore. Perché è maltrattato e emarginato dall'empio. Ma anche Dio lo mette alla prova. Viene saggiato da Dio e perciò soffre. Ma per l'empio la radice del suo star male è nel non conoscere il Signore; per il giusto in modo paradossale la radice della sua sofferenza è proprio conoscere il Signore: "proclama di possedere la conoscenza di Dio/ e si dichiara figlio di Dio" (2,13).
Con il ritornello del salmo responsoriale di oggi (cfr.Sal 7, 2-3.9-10.11-12): "Signore, mio Dio, in te mi rifugio" l'assemblea presta voce al giusto perseguitato, al Cristo che oggi soffre ed esprime fiducia e speranza nell'aiuto di Dio padre. I nemici stringono il salmista da tutte le parti, gli stanno alle calcagna e sono lì lì per raggiungerlo. Smarrito, il salmista grida: "Signore", e insiste con un'altra invocazione più personale, come se temesse di non essere udito o dovesse spingere Dio a interessarsi di lui: "In te mi rifugio, Signore mio Dio. Liberami da chi m'insegue!". Per commuovere Dio il salmista descrive, pieno d'apprensione, quale sarà l'esito dell'inseguimento se egli non interviene: "Salvami prima che egli mi afferri e, come un leone, mi sbrani senza scampo". E se per caso qualcuno pensasse che egli ha agito male, ha tradito chi gli ha fatto del bene Dio non potrebbe certo intervenire e impedire un atto di giustizia. Per salvarsi subito da un simile pericoloso sospetto e mettere in chiaro la sua situazione, il salmista cerca di giustificarsi. In realtà non è così. E allora il salmista si rivolge a Dio con rinnovata passione, con accenti quasi di comando, sapendo di poter fare appello all'interesse stesso di Dio. Perchè se perisce il giusto ne va di mezzo pure la giustizia di Dio. Egli non può risparmiare i malvagi. "Signore, giudice del mondo, dichiara la mia giustizia, proclama la mia innocenza". E il salmista invoca un giudizio grandioso e solenne, non un giudizio privato qualunque in cui egli solo compaia con chi lo perseguita. Ma un giudizio in cui rifulga al cospetto di tutti la giustizia di Dio, e la malvagità dei calunniatori e del persecutore sia smascherata e sconfessata in modo da non lasciare più dubbi e possibilità di appelli. L'invito che il perseguitato presenta, di essere giudicato secondo la sua giustizia e l'innocenza che sta per lui. Giustizia e innocenza (v. 9), ecco gli avvocati dell'orante! Esse da sole basteranno a tener testa ai suoi calunniatori e avversari. L'esito del giudizio così impostato non può più essere dubbio: la malvagità dei suoi nemici dovrà svanire, scomparire e il giusto trionfare. Ormai il giudizio è impostato: Dio è giusto, il perseguitato è innocente, i nemici sono malvagi, perciò la sentenza sarà a favore del salmista. Dio saggia i reni e cuori, nulla gli è nascosto, né lo si può ingannare tentando di far apparire bene il male e male il bene; egli è geloso della sua giustizia e vuole che essa regni nel mondo. Una rilettura cristiana di questo la si fa di solito a partire dal testo di 1 Pt 2,23: "...rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia". Sull'esempio di Gesù si fonda quello dei cristiani e della loro sofferenza innocente.
L'orante è Cristo che prega nella sua passione. Questo salmo ricorda poi al cristiano che Dio è all'inizio di ogni sua attività e alla fine dei tempi sarà il suo giudice per il bene o per il male.
Nel Vangelo di oggi continuiamo la lettura di Gv 7 (vv. 40-53). I farisei e la folla sono sempre più perplessi di fronte alla misteriosa personalità di Gesù. Egli, nel giorno più solenne della festa delle Capanne, nel Tempio si dichiara come unica fonte di acqua viva. Il momento culminante consisteva nella processione che partiva dalla piscina di Siloe dalla quale il sommo sacerdote aveva attinto acqua in una coppa d'oro, acqua che era versata poi oltre le mura di Gerusalemme come simbolo dell'alleanza di Israele che si sarebbe riversata su tutti i popoli. A questo punto con il suono dello shofar (la tromba delle grandi feste) l'entusiasmo della folla si esprimeva con il canto di Is 12, 3-6:
"Come l'acqua fresca ristora chi ha sete, così la tua salvezza dà gioia al tuo popolo". Quel giorno il popolo canterà: "Ringraziate il Signore! Invocate il suo nome! Dite a tutte le nazioni quel che ha operato! Fate conoscere a tutti la sua grandezza! Cantate le grandi cose che il Signore ha fatto. Raccontatele a tutti gli uomini. Voi tutti che abitate in Sion cantate e gridate di gioia: Dio, il Santo d'Israele, è grande, egli vive in mezzo a noi!".
Proprio in questo momento solenne Gesù proclama la sua rivelazione. Non in queste feste ma in Lui c'è salvezza. L'affermazione di Gesù è assoluta e definitiva: solo in Lui c'è salvezza.
La rivelazione di Gesù può dar luogo a diverse interpretazioni. La più plausibile è che qui l'acqua non soltanto è simbolo della rivelazione di Gesù ma anche dello Spirito Santo che egli comunicherà dopo la sua risurrezione dai morti. Nelle catacombe spesso si trova quest'acqua-Spirito come simbolo del battesimo. Questo vuol dire che nella Chiesa primitiva le parole di Gesù erano viste come simbolo anche del Battesimo. Forse la liturgia della Parola di Quaresima fa leggere il testo di oggi proprio per questa ragione. Ma in questo testo c'è un altro motivo non meno importante e rilevante, compreso meglio alla luce sia della prima lettura su Geremia perseguitato, che sul salmo responsoriale di oggi. E' il tema della diversità di opinioni che la gente ha su Gesù. Gente semplice che lo riconosce come profeta e messia. Gente dotta e studiosi delle Scritture che sottolineano il fatto che la Scrittura dice che il messia non verrà dalla Galilea ma da Betlemme, dalla stirpe di Davide. Ma, tra gli altri, c'è un fariseo che suggerisce prudenza e buon senso nel giudicare Gesù. Si tratta di quel Nicodemo che una volta di notte era andato da Gesù ed aveva avuto una discussione teologica molto impegnata. Egli interviene e dice: "La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato?". Ma gli altri farisei dotti cercano di farlo tacere: "Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea". Ma è il coraggio della verità che ha condotto questo "maestro in Israele" a dare testimonianza a questa verità. E' l'umiltà da assumere dinanzi al mistero. Solo quelli che ascoltano Gesù senza pregiudizi ma con la fede in Lui riescono a capire, ad avere l'intuizioni del tipo: "Nessun uomo ha mai parlato come parla costui!". E' la capacità, anzi il dono, di accettare il paradosso dell'umiltà e della debolezza in cui si manifesta la grandezza e la potenza di Dio. Può essere un modello e una lezione anche per noi specie oggi, in questi giorni, nei prossimi giorni. Dietro un uomo che ci parlerà solo attraverso le sue sofferenze, il suo dolore dobbiamo essere capaci di vedere il significato misterioso della sua sofferenza e della sua Croce. L'ascolto della Parola, la sua meditazione assidua, l'incontro con Gesù che soffre e muore per amore verso l'uomo ci offre la possibilità di un'esperienza viva del suo mistero, che è anche il mistero dell'uomo, di ogni uomo. Gesù ci dimostra che è nel totale affidamento a Lui, attraverso un atto di fede e di amore, che possiamo trovare il punto di accettazione del suo mistero, l'incontro, il contatto vivo con la Verità che è Lui, il Signore Gesù che muore risorge per amore nostro e di tutti gli uomini.
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7 marzo 2008 - Venerdì della Quarta Settimana di Quaresima 
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Il destino di Gesù
Continuiamo ad accompagnare Gesù nel suo cammino verso la Pasqua, un cammino pieno di difficoltà e di incomprensioni, purtroppo. Si comincia ad intravedere la conclusione finale e quale sarà il destino di Gesù. La prima lettura proposta (cfr. Sap 2,1.12-22) presenta la situazione paradossale della storia. Il "giusto" perseguitato da coloro che "non conoscono i misteri di Dio" e non credono alla retribuzione per la vita eterna. Gli empi esprimono chiaramente il loro pensiero. Per essi non c'è speranza di sottrarsi alla morte, la fine è inevitabile; l'unico valore offerto dalla misera vita umana è il piacere (2,1-9) e inoltre è ridicolo coltivare altra cosa che non sia il potere ed è da stupidi non sfruttare fino in fondo la forza di cui si dispone (2,10-11). Se la vita è breve e limitata all'orizzonte terreno, l'unica coa da fare è goderla fino in fondo. La morte sbocca nel nulla. La ricerca del piacere e del potere diventa il senso della vita per gli empi.
Ma accanto agli empi ci sono i giusti e la loro presenza li irrita profondamente. Ed ecco la loro reazione:
"Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l'educazione da noi ricevuta" (2,12).
Il giusto è per loro un'accusa vivente (2,12-14). I giusti si dicono figli di Dio (2,13). Il Signore è il loro padre (2,16) e ne sono fieri. Essi dichiarano di conoscere Dio (2,13). Ma la persecuzione degli empi dimostrerà che la fede del giusto è priva di fondamento. Dio non interverrà in loro favore. Il discorso si conclude però con la filosofia degli empi. Essa procede dall'ignoranza circa la natura dell'uomo, Dio l'ha creato "nell'incorruttibilità" (2,23). La Bibbia aggiunge fin dai primi capitoli della Genesi che Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza e perciò dona all'uomo di partecipare alla vita eterna. Questa condivisone della vita divina da parte degli uomini mortali è il fondamento della speranza (2,22). L'unica condizione è un'esistenza trascorsa nella santità e nella giustizia. Perciò questo sarà il destino dei giusti.
L'intenzione è chiara: dalla contrapposizione risalta il trionfo del giusto, personaggio centrale. Gli empi si condannano da soli con le loro stesse parole: non credono in Dio - negano la sopravvivenza dopo la morte - si propongono e fanno una vita edonistica - non hanno rispetto della persona umana, assumendo come criterio di azione la forza (2,11) - perseguitano il giusto. Il giudizio dell'autore è già emesso: gli empi invocano su di sé la morte, sono degni di appartenerle (1,16) e ne fanno esperienza (2,24). La morte totale, definitiva, tocca solo gli empi; il giusto propriamente non "muore".
Ci chiediamo: c'è un senso messianico in Sap 2,12-22? Non in senso stretto. Tuttavia la tradizione cristiana e l'esegesi recente vedono, seppure in modi diversi, la possibilità di leggere in questo testo un senso cristiano integrale, riferito a Cristo e ai cristiani.
Sap 2,21-24 (insieme con 1,13-15) costituisce una specie di ripresa e di rilettura di Gn 1-3. I temi di vita-morte, immagine di Dio, peccato-morte, progetto di Dio, sono quelli che ricorrono anche nel testo genesiaco. Notiamo il messaggio nuovo sull'immortalità, implicante la risurrezione corporale (cf 1,14), cui però nel libro della Sapienza non si fa ancora un accenno esplicito.
Rispondendo alla prima lettura con questo salmo dichiariamo che Dio è il liberatore dei giusti, colui che soccorre i tribolati che gridano a Lui [cfr. sal 33 (34) 17-18. 19-20. 21-23].
Al salmista preme che i buoni abbiano a sperimentare la bontà divina. Imparino da lui i principi della vera sapienza che assicura a ognuno beni e prosperità, segni, a loro volta, della approvazione divina. Con vero stile sapienziale l'orante rivolge la parola a presenti e assenti chiamando figli i suoi discepoli. S'accostino a lui, porgano docile orecchio: egli insegnerà loro il timore di Dio, fondamento di ogni sapienza (sal 111, 10; Prv 1, 7). C'è qualcuno che brama di vivere? Vivere era il desiderio ardente di ogni israelita, non solo per l'urgenza dell'istinto naturale, ma anche per tutto il valore religioso che la vita aveva nella concezione ebraica. Era dono di Dio, e, come tale, in sé preziosissima; era lo spazio concesso all'uomo per onorare e servire Dio, padrone assoluto di tutto e distributore dei beni che la vita facevano degna di essere vissuta. Perciò vita e beni, dono di Dio, strumento del culto a Dio, erano altresì la garanzia della sua benevolenza e amicizia. Il segreto per ottenere "vita" è tutto qui: allontanarsi dal male e compiere il bene; nel rispetto dei diritti del prossimo, in una parola, nel volere la pace e perseguirla a qualsiasi costo. E' l'ideale dell'uomo padrone di sé, in pace con Dio e con il prossimo. In modo speciale, se non vuol mettere in pericolo la sua felicità, custodisca la sua lingua dal male e si guardi bene dal lasciarsi trascinare a un parlare doppio, per nascondere la verità. Si troverebbe presto coinvolto in tante colpe che ogni felicità svanirebbe inevitabilmente. Anche se gli riuscisse di ingannare per un momento il prossimo, non potrebbe ingannare Dio: i suoi occhi sono in ogni istante sul giusto e le sue orecchie sempre attente a ogni loro grido. Diverso è il suo modo di comportarsi con i buoni. Li veglia e li assiste, li soccorre e li libera. Il Signore non li abbandona, si fa loro vicino e li salva.
La lezione condotta con fine intuizione psicologica, commisurando la teoria alla pratica, è riuscita efficace, e il salmista la chiude con una doppia affermazione. La prima è contro l'empio: "La malizia uccide l'empio e chi odia il giusto sarà punito". Ce ne sarebbe a sufficienza. Con questa espressione il salmista dà ancora un'ultima risposta alla domanda dell'inizio: Desideri la vita? Guardati dalla malizia perché essa la uccide. Vuoi godere dei beni della vita? non metterti contro il giusto, perché la sconteresti. Ma ancora non è contento. Egli non ha aperto il suo canto in un tono di polemica contro gli empi. Ha celebrato Dio per la bontà dimostrata verso di lui. Perciò aggiunge un verso in più perché sia più notato e lo inizia con il verbo della liberazione e redenzione padah, e ripete, in breve, il succo del salmo: il costante comportamento di Dio verso i buoni, di cui il suo è un caso particolare, dimostrativo: "Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, chi in lui si rifugia non sarà condannato"
L'evangelista Giovanni cita esplicitamente questo salmo negli ultimi momenti della vita di Gesù: "Ciò è avvenuto perché si compia la Scrittura, che dice: "non una delle sue ossa sarà spezzata"" (Gv 16,36 - sal 34,21). Più che l'agnello pasquale è Gesù il giusto sul quale si è abbattuta la disgrazia. Quando sentiamo il salmista che dice: "le sventure si accumulano sul giusto, ma ogni volta il Signore lo libera e veglia su tutte le sue ossa...non una sarà spezzata" pensiamo a Gesù e alla sua risurrezione che sola adempie la sua promessa. Anche noi, come il salmista, siamo invitati a respingere ogni malizia: "Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore" (1 Pt 2,2-3).
Nel brano di Vangelo di oggi, da Giovanni (cfr. Gv 7,1-2.10.25-30), si racconta che i giudei tentano invano di afferrare Gesù che ha dichiarato apertamente di essere venuto da Dio, suo padre. L'inizio del c. 7 ci indica le circostanze del racconto. Si avvicina la festa delle Capanne, di cui si parla almeno quattro volte in questo capitolo e i suoi parenti lo esortano a recarsi a Gerusalemme per manifestare apertamente la sua identità e le sue origini. Gesù si reca anche lui a Gerusalemme, ma di nascosto. Qui si manifesta con autorità come inviato dal Padre:
"Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: "Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato". Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora" (7, 28-30).
I farisei non hanno altro modo per farlo tacere che sopprimendolo. Lo cercano, ma non più per curiosità di conoscerlo e il desiderio di discutere con lui, ma per arrestarlo ed ucciderlo. Giovanni nota che "nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora" (v.30). Protagonisti dell'episodio non sono gii uomini ma il Padre. E la sua morte rientra nel piano di Dio. I giudei non riconoscono questo piano perché sanno donde Gesù viene e chi egli è. Ma si sbagliano: essi in realtà non sanno che egli viene da Dio. E' questa la sua origine. Essi non lo sanno perché non conoscono Dio. Non saper vedere in Gesù l'inviato del Padre è segno di mancanza di un'autentica esperienza di Dio.
Ma ormai il suo destino è segnato ed egli lo sa. L'umanità di Cristo, che noi crediamo Figlio di Dio Padre, è vera ed è esposta ad ogni sorta di incomprensione e di persecuzione. Essa ha i limiti e patisce le sofferenze di ogni creatura umana. Il salmo responsoriale ha cominciato a farci sentire il grido di Gesù agonizzante: "Fa che soffriamo con te, Signore".
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6 marzo 2008 - Giovedì della Quarta Settimana di Quaresima 
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La testimonianza a Gesù
Nei libri biblici, soprattutto dell'Esodo e dei Numeri, ci sono molti brani che presentano Mosè che intercede per il suo popolo. Intercedere è un compito importante nella vita di Mosè. Quando i nemici attaccano il popolo, in cammino verso la terra promessa, Mosè tiene le braccia alzate per chiedere a Dio con la preghiera la vittoria nella battaglia (Es 17,8-16). Diverse volte si racconta come il popolo venendo meno alla fedeltà verso il suo Signore che lo aveva liberato dalla schiavitù dell'Egitto meritava dalla giustizia di Dio un castigo. Una volta cominciò a divampare il fuoco contro quelli che mormoravano contro Mosè (cfr. Nm 11,1-3); ma l'ira di Dio si scatenò sul popolo quando cominciò ad adorare il vitello d'oro (è il brano dell'Esodo che leggeremo oggi, Es 32,11-32); in seguito serpenti velenosi si moltiplicarono per castigare il popolo per le continue lamentele (Nm 21,4-9). In queste e in altre situazioni, Mosè intervenne per intercedere davanti al Signore per il suo popolo. In realtà tali mediazioni comportavano grande sofferenza, e il testo sacro presenta Mosè schiacciato "sotto il peso di tutto questo popolo" ma non cede.
La perseveranza di Mosè nel difendere il suo popolo è da attribuire alla sua fede, che l'autore della Lettera agli Ebrei esalta in forma speciale (Eb 11,23-29). Una fede messa alla prova nelle frequenti mormorazioni e lamenti del popolo. Nonostante l'arroganza degli uomini o il giudizio di Dio, Mosè conservò una fede profonda. Purificato nella fornace della sofferenza, Mosè divenne un modello di pazienza (At 7,7-44).
Alcuni versetti del salmo storico 105 (106), 19-20.21-22.23, scelto dalla liturgia di oggi come salmo responsoriale, presentano sotto forma di preghiera di nuovo Mosè che intercede per il popolo peccatore e ottiene il perdono. Anche noi pregheremo con il salmista: "perdona, Signore,le colpe del tuo popolo".
E' il ricordo della storia del vitello d'oro (cfr. Es 32). Giunti ai piedi del monte Oreb dove Dio aveva stabilito di concretizzare in un'alleanza la sua benevolenza smisurata verso il popolo eletto, per garantire assistenza ed aiuto sino alla conquista della terra promessa, il popolo venne meno e tradì la benevolenza divina. Proprio in quel momento il popolo si dimenticò del suo Dio, e, impaziente per il ritardo di Mosè che era rimasto a colloquio con Dio sul monte scambia la gloria di Dio con l'immagine d'un volgare vitello di legno rivestito di oro, e si prostra per adorarlo. Simile ingratitudine non poteva non irritare il Signore, il quale decise di distruggere e di disperdere un popolo così ingrato. Ma Mosè si presentò al Signore sdegnato e con una commovente preghiera d'intercessione trattenne il Signore dal realizzare lo sterminio che aveva deciso già nel suo cuore. A questo vitello d'oro (Es 32; Dt 9, 8 ss.) si collegano parecchie espressioni del salmo 105 (vv. 19-23).
Questo salmo è una vera lezione anche per l'uomo di oggi, per la nostra civiltà così dimentica del passato e ribelle. E' di grande profitto riscoprire la pedagogia di Dio nella Bibbia: una pedagogia fatta di alternanza: per diventare adulti, l'uomo, la società, la nazione deve accettare sino in fondo le conseguenze delle sue scelte cattive e dei suoi indurimenti. I credenti, specie i più poveri, che appartengono a un popolo di figli, fanno vibrare continuamente le corde sensibili di un Dio che perdona, tenero (vv.44-45), memore (v.4a) e leale (v. 1c.7c.45b). Il Signore, nella sua onnipotenza deve scuotere i potentati che opprimono i poveri indifesi! Deve "stroncare le loro vite nel deserto" (cf v. 26b) e far crollare tutti i sistemi economici, sociali e politici senza un'anima che riducono le masse in schiavitù!
Il brano di vangelo, ancora da Giovanni, ci fa completare la lettura del c. 5 (cfr. Gv 5, 31-47). La nostra fede cristiana ha un sostegno chiaro e sicuro ed è costituito dalle Sacre Scritture (AT e NT). Con la venuta di Gesù di cui ci parlano ampiamente gli scritti del NT non è annullato quello che noi cristiani chiamiamo AT, ma è portato a compimento. Non si può capire il NT senza l'AT. Il credente trova la presenza concreta di Dio nella parola contenuta nella Bibbia, sempre interpretata secondo lo Spirito rinnovatore. Il Libro delle Scritture Sacre (AT+NT) deve essere letto come testimonianza su Gesù per capirlo e seguirlo con fede. Questa riflessione viene spontanea dopo aver letto il Vangelo di oggi.
E' come se ci trovassimo in tribunale, nella prima parte del discorso (vv. 31-40), Gesù è l'accusato che presenta a sua difesa alcuni testimoni. Nella seconda parte (vv. 41-47) le posizioni si invertono, Gesù diventa l'accusatore. Chi sono i testimoni a favore di Gesù? Giovanni Battista, le opere che Gesù compie, il Padre, le Sacre Scritture. Riflettiamo un momento sulla testimonianza delle Sacre Scritture. Non basta conoscerle, studiarle, approfondirle. E' necessario interpretarle in modo corretto per far emergere da esse la Parola che Dio dice e che dimora in coloro che credono. I Giudei non credono che Gesù sia il compimento di esse, non lo accettano. Gesù rimprovera i suoi interlocutori perché essi non hanno in se stessi l'amore di Dio e perciò non possono comprendere le Scritture. Soltanto nell'amore si svela il mistero di Dio. E' vero che essi studiano e conoscono le Scritture ma cercano in esse soltanto se stessi. Se cercano la gloria gli uni dagli altri come possono accettare una Parola che li discute? Come possono annunciare una Parola che li mette in crisi o li fa cadere in disgrazia. Per Gesù i Giudei sono doppiamente ciechi di fronte alla Parola di Gesù, ma ancora prima di fronte alle parole della Bibbia. Essi credono di rifiutare Gesù perché sono buoni Giudei, fedeli osservanti delle tradizioni, ma è proprio il contrario. La loro ricerca della gloria di Dio, è la ricerca di una gloria reciproca fra gli uomini.
Invece Gesù ascolta la voce del padre, parla del Padre e parla al Padre: è questa la preghiera completa. La preghiera di intercessione non può essere disgiunta da quella contemplativa. Per inserirci in essa anche noi dobbiamo ascoltare il Padre e parlare di lui e a lui attraverso il Figlio. Di qui la necessità di prestare fede non solo alle sue parole ma alla sua persona. A noi come ai giudei del suo tempo oggi viene rivolta questa severa parola:
"C'è poi il Padre che mi ha mandato: anche lui ha testimoniato a mio favore, ma voi non avete mai ascoltato la sua voce e non avete mai visto il suo volto.
La sua parola non è radicata in voi, perché voi non avete fede nel Figlio che egli ha mandato" (Gv 5, 37-38).
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5 marzo 2008 - Mercoledì della Quarta Settimana di Quaresima 
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L'Amore che genera la vita
La prima lettura di oggi proviene da Isaia, da quella parte del libro che va sotto il nome del profeta Isaia, anche se si tratta di un profeta anonimo che durante l'esilio dà coraggio al popolo facendo intravedere nuovi orizzonti. Infatti il cap. 49 è probabilmente degli ultimi anni dell'esilio. Le notizie che arrivano sulle vittorie del re persiano, Ciro, fanno sperare in una pronta lberazione, ma il momento sembra non giungere mai. Quando arriverà finalmente la libertà? "Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato"" (v.14).
Questo capitolo è uno degli inni alla nuova Gerusalemme. Il profeta considera come Sion vivrà un giorno la gloria messianica. Intanto fa notare che Sion si lamenta con Dio. La sua risposta arriva con le espressioni più significative sull'amore divino di tutta la Bibbia, un amore che oltrepassa ogni amore umano. Usa il simbolismo materno mettendo sulle labbra stesse di Dio queste parole: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" (v.15). Dio non ha dimenticato il suo popolo. E questi versetti sull'amore materno di Dio si concludono con la ripetizione: se può avvenire che la madre si dimentichi del figlio, nel caso di Dio non c'è possibilità di oblio. E' la certezza di una fedeltà ottenuta grazie alla relazione intima dei figli con le loro madri, del popolo con il suo Dio:" Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (v.16). La madre conserva la fotografia del figlio nella borsetta per ricordarne le fattezze; anche Dio non può dimenticare Sion poiché la porta "descritta" sulle sue palme.
Esiste una continuità di esperienza fra AT e NT anche nella conoscenza di Dio come "Padre" che prepara l'espressione di Gesù "Abbà". Per Gesù e per quanti diventano discepoli e fratelli di Gesù convertendosi al primato regale di Dio, Dio è "Abbà". Certo Dio non ha mai nella Bibbia l'attributo di "madre" ma alcuni testi, come questo ad esempio, lo descrivono come tale anche senza dargli il titolo. La ricerca non è nuova ma sta il fatto che nelle teologie bibliche la maternità di Dio è completamente assente. Di solito si prende come punto di partenza questo testo del Deuteroisaia della madre divina che non dimenticherà mai il suo popolo anche se madre e padre terreno lo hanno ripudiato (Is 49,15) ma la tradizione è molto più antica e risale a Nm 11,11 15. Mosè si lamenta con Dio ricordandogli che è lui la madre del popolo. E' importante in ogni caso tener conto che per parlare di Dio, la Bibbia ha bisogno di usare un linguaggio umano o antropomorfico, ma Dio non può essere imprigionato in questo linguaggio. Dio non è nè uomo nè donna anche se alcune volte gli si attribuiscono qualità maschili o femminili. L'immagine di Dio che noi portiamo dentro di noi è segnata dalla nostra esperienza personale, a seconda se siamo uomini o donne. Dio non può essere misurato dalla nostra esperienza umana e dal nostro linguaggio. Il rischio resta sempre quello di costruirci di Dio un'immagine errata e la lettura della Bibbia può aiutarci a correggere un'immagine di Dio troppo angusta. Il linguaggio della Bibbia è antropomorfico e a suo modo testimonia la trascendenza di Dio.
Quello che vorrei notare qui è la ragionevolezza di questo bel testo nella liturgia dela Parola di oggi. L'invito del profeta a giubilare e a rallegrarsi rivolto alla creazione è giustificato: nel consolare e soccorrere il suo popolo il Signore supera anche l'amore materno più esclusivo. E' l'amore che genera la vita.
Il salmo responsoriale [144 (145), 8-9.13-14.17-18] è una bella riflessione sulla bontà di Dio: "Il Signore è bontà e misericordia, è paziente, costante nell'amore. Il Signore è buono con tutti, la sua tenerezza raggiunge ogni creatura" (vv.8-9). Per il suo contenuto si avvicina ai salmi che seguono, tutti inni che celebrano Dio, ovvero i suoi attributi, in maniera più o meno originale e poetica. Qui s'esalta Dio potente, maestoso, mirabile nelle sue imprese, ma anche buono e misericordioso. Nella seconda parte lo si celebra come re d'un regno di gloria e di maestà, concludendo con gli aspetti di provvidenza e tenera disposizione verso quanti lo amano e lo invocano. Non stupisce che questa "laude" sia stata molto recitata e sia entrata largamente nell'uso liturgico e sinagogale. Difatti veniva ripetuto due volte nella funzione del mattino e altre due volte in quella della sera, nelle sinagoghe. Fedeltà e santità danno all'uomo peccatore e incostante, la garanzia di potersi appoggiare alla bontà divina e alla sua misericordia (vv. 13b-14). "Gli occhi di tutti sperano in te". Da te lo aspettano e tu somministri loro il cibo, nel momento più opportuno. Col gesto munifico di chi tutto può, ecco, "apri la tua mano e sazi ogni vivente" secondo il suo desiderio e il suo piacere. Il Signore è giusto e pio in tutte le sue vie e in tutte le opere sue. Al termine, il salmista dichiara ancora una volta al Signore la sua volontà di lodarlo. Non sarà soddisfatto finchè non vedrà tutti gli esseri esaltare e benedire il Nome Santo in una lode inesaurible nei secoli. Dalle altezze inaccessibili della gloria del suo regno, il Signore è sceso vicino al salmista per ascoltarne il grido e il gemito, per sostenerlo amorosamente, per scamparlo e custodirlo con affetto geloso. Per una rilettura attuale l'inno di lode che abbiamo commentato può avere come destinatario Cristo, Re dell'universo o Dio Padre, munifico procuratore di nutrimento e supremo giudice che sostiene la causa degli "oppressi" e dei "fedeli". Nello stesso tempo questo poema subordina al potere divino tutti i regimi politici della terra, profetizzando la distruzione inesorabile di tutti i sistemi ingiusti e oppressivi. Per contrasto, emerge anche in una icone fissa il ritratto rasserenante di un Dio "buono", "lungimirante", con un amore "viscerale", e il ritratto pastoralmente stimolante di un Dio "vicino", con le "mani aperte" e con l'orecchio sensibile al "grido" del povero.
Il Vangelo di Giovanni che leggeremo (cfr. Gv 5, 17-30) ci aiuterà a capire il senso e la portata della guarigione del paralitico che abbiamo letto ieri. E' lo stile tipico dell'evangelista Giovanni, specie nel cosiddetto "libro dei segni" (Gv 1-12), mostrare il significato dei segni miracolosi che Gesù compie facendoli seguire da un suo discorso che ne spiega il significato. In questo caso Gesù si presenta come colui che è stato mandato dal Padre suo nel mondo come "parola che fa vivere" tutti coloro credono. La forza vivificatrice richiede però l'"ascolto" della sua parola e la "fede": "chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita".
Penso che il centro del discorso di Gesù riportato qui da Giovanni sia costituito proprio dai vv. 23-24 del capitolo: "perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita". Punto di partenza del discorso di rivelazione di Gesù dopo aver guarito il paralitico è la perfetta comunione di operazione tra il Padre e il Figlio. Il Padre ha affidato le sue opere al Figlio, anzi agisce nel Figlio. Perciò Gesù può dare la vita e risuscitare i morti. Di qui anche il suo potere di giudicare. Di qui anche la decisività della sua parola.. Chi onora il Padre, onora il Figlio e chi onora il Figlio onora il Padre. Perciò l'accoglienza di Gesù è decisiva per avere la vita e sfuggire al giudizio.
In conclusione: "chi è Gesù per noi?" In Gesù si svela l'azione salvifica del Padre e in lui ci viene offerta l'unica possibilità di avere la vita (ora nella fede e domani nella risurrezione) e di sfuggire al giudizio.
Il Cristo obbedisce al Padre perché è amato da Lui e perché ha capito che l'obbedienza è l'espressione dell'amopre, sia verso il Padre sia verso di noi. Verso di noi: il comando del Padre è di amarci. Verso il Padre: l'amore che discende dal Padre si chiama dono; l'amore che sale a lui si chiama docilità e accoglienza. Ecco il duplice mistero di Gesù che Giovanni ci presenta: Figlio di Dio e salvezza per noi.
Con fede ascoltiamo e seguiamo Gesù, che ci fa passare dalla morte alla vita.
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4 marzo 2008 - Martedì della Quarta Settimana di Quaresima 
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L'acqua che dà la vita
La liturgia odierna è rallegrata dal tema dell'acqua, segno di vita e di creazione nuova. Nella prima lettura la liturgia ci offre un testo del profeta Ezechiele (cfr. Ez 47,1-9.12). Fa parte di quei capitoli molto belli (Ez 40-48) in cui il profeta dà coraggio ai suoi connazionali in esilio facendo intravedere la Gerusalemme nuova e il tempio ideale. Il centro di Gerusalemme, centro spirituale del popolo eletto radunato dalle estremità della terra, sostituito dal vero tempio che viene di Dio, il Cristo stesso, dal quale immolato e risorto scaturirà l'acqua viva della grazia e della guarigione dal male. Le immagini simboliche usate dal profeta richiamano gli eventi dell'Esodo: secondo le tradizioni ebraiche, la roccia del monte Sion, su cui era costruito il Tempio, era la stessa roccia del deserto dalla quale era scaturita l'acqua che aveva dissetato il popolo in marcia verso la terra promessa. La visione escatologico-apocalittica con il simbolismo dell'acqua è ripresa da Ap 22, 1-2: "Poi l'angelo mi mostrò il fiume dell'acqua che dà vita, limpido come cristallo, che sgorgava dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città, da una parte e dall'altra del fiume, cresceva l'albero che dà la vita. Esso dà i suoi frutti dodici volte all'anno, per ciascun mese il suo frutto. Il suo fogliame guarisce le nazioni", ma anche da Gv 19,34: "ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua". L'acqua che sgorga dalla base del Tempio inonda e permea tutta la terra, la invade e la feconda facendo sbocciare dal suolo un parco incantevole (v.7.12). Penetra nelle acque velenose del mar Morto e le fa pullulare di pesci e di esseri viventi (vv.8-9). L'uomo che naviga in queste acque attraversa questo immenso giardino e ottiene alimento e medicina (v.12). E' un onda gigantesca e in crescita graduale che diventa come un torrente il cui livello si alza tanto che Ezechiele può attraversarlo solo a nuoto (vv. 3-5) e che rievoca i quattro fiumi del paradiso terrestre (Gn 2, 10-14). Il significato e il valore teologico di quest'acqua deve essere ricercato nella sua sorgente. Essa scaturisce dalla "lato sud del tempio e passa a sud dell'altare" (v.1). Sono dunque acque sante che "scorrono dal santuario" (v.12). Noi cristiani possiamo vedere questo grande fiume in relazione con l'acqua battesimale che, comunicando all'uomo la vita di Dio e la sua santità, gli avrebbe ridato la fecondità dello Spirito e la felicità del paradiso.
Il salmo responsoriale consiste in alcuni versetti (vv. 2-3. 5-6. 8-9) del Sal 45 (46) I salmi 46-48, di cui fa parte il nostro, vengono chiamati dagli esegeti "salmi di Sion o cantici di Sion" perchè sono una esaltazione di Gerusalemme come sede e capitale del Gran Re e inni alla regalità di Jhwh, come affermazione del dominio universale del Dio di Israele e di tutta la terra.
Il salmo si apre con una affermazione di fiducia, conclusione logica dello sperimentato intervento divino. Dinanzi a una liberazione così prodigiosa tutto il popolo doveva gridare: Dio è davvero per noi rifugio e forza; come dimostra la salvezza che ci ha donato!
La crisi gravissima che aveva minacciato Gerusalemme e l'esistenza stessa del popolo aveva indebolita la fiducia nell'assistenza divina. La voce dei profeti aveva incoraggiato gli animi smarriti, ma solo l'intervento di Dio aveva ridato speranza e fiducia piena.
La seconda strofe del salmo, con mirabile contrasto, descrive la tranquilla sicurezza di Sion in mezzo allo sconvolgimento generale. A questo scopo, come nella prima strofa si serve dell'immagine profetica della terra scossa dalle fondamenta (Is 24,19; Ag 2,6-7), di popoli in tumulto (Is 17,12-14; Ger 47,2, ecc.), ora si serve di un'altra immagine profetica: dolci acque tranquille che allietano la città (Is 33,21-23; Ez 40,2; 47 ecc.). Nell'aridità dovuta alla quasi totale mancanza di sorgenti veniva spontaneo il paragone con altre città di Egitto o della Mesopotamia meglio favorite dalla loro posizione con grandi fiumi e numerosi canali. Nella idealizzazione della capitale del regno messianico, anche Sion doveva godere di questo beneficio. Un fiume da cui si diramano i numerosi canali, come vantava la grande Babele, ecco un fiume e i suoi ruscelli che allietano la città di Dio, la più santa delle dimore dell'Altissimo. Al centro si trova Dio, che ha fatto di Sion la sua dimora. Il Signore la custodisce come la pupilla dell'occhio. Sion non potrà vacillare perché Dio l'assiste fin dal primo mattino. E qui il salmista ha presente la crisi tremenda da cui è scampata la città di Dio. Contro l'agitarsi tumultuoso dell'esercito nemico basta il rombo d'un tuono, la voce di Dio, perché la terra tremi. Allora si rivela la miseria dell'uomo di fronte alla manifestazione di Dio. Il ritornello, riecheggiando la fiducia iniziale nello spirito dell'Emmanuele di Isaia (7,14; 8,8.10), esprime la conclusione che l'esperienza storica recente impone. E questa conclusione, costituisce, in forma di lezione, il contenuto degli ultimi versetti: "Il Signore dell'universo è con noi, ci protegge il dio di Giacobbe! Guardate che cosa ha compiuto il Signore, quali prodigi ha fatto sulla terra!" (vv. 8-9).
Il vangelo di Giovanni racconta oggi la guarigione operata da Gesù alla piscina di Betesda o Betzata (bet-hesed, in ebraico: "la casa della misericordia", cfr. Gv 5,1-3.5-16). Con la guarigione di un paralitico Gesù dimostra di essere stato mandato dal Padre per sanare l'umanità e rimetterla in cammino per la vita. L'evangelista indica il luogo in cui Gesù opera questo miracolo. E' probabile che la piscina, che si trova nella zona nord della città, fosse alimentata da una sorgente termale a cui si attribuivano qualità curative. Gesù si trova in giorno di sabato di passaggio e nota un paralitico, malato da trentotto anni, che attendeva assieme a una folla di malati: ciechi, zoppi e inabili, qualcuno che lo immergesse nelle acque quando erano agitate. Gesù senza tener conto che era sabato e perciò proibito dalla Legge fare qualunque lavoro e intervenire in alcun modo gli chiede: "Vuoi guarire?". La domanda di Gesù è capace di suscitare in quest'uomo la fede. Egli reagisce dicendo: "Signore, io non ho nessuno...". Un uomo solo, povero, impotente, quasi rassegnato. Non si può guarire senza l'aiuto di qualcuno. E Gesù gli offre la guarigione con sovrana libertà. Una libertà che non tiene conto della formalità della legge che proibisce di intervenire di sabato ma della necessità di quest'uomo bisognoso di aiuto. Avviene il miracolo. Ma non è l'acqua prodogiosa a favorirlo bensì l'atto di generoso soccorso di Gesù. Un gesto della misericordia di Dio, a Betesda, nella casa della misericordia. Misericordia di Dio Padre che si fa in questo momento presente ed operante. Il legame tradizionale tra peccato contro la legge e malattia-morte è superato. L'uomo guarito riferisce ai capi che il guaritore è Gesù e che la sua opera è un opera di vita contro il sabato della legge. L'azione divina che si manifesta liberatrice e vivificante è profeticamente simboleggiata dalle acque che risanano e danno vita. Le acque annunciano l'azione dello Spirito divino che libera le persone dal male e dalla schiavitù della legge. Scopo della legge è favorire la vita ma i capi del momento ne vogliono il trionfo anche a scapito della vita. La legge che soffoca ed uccide entra in conflitto con lo Spirito che libera e vivifica.
I due elementi presenti anche in questo episodio, quello della fede e dell'acqua ci riportano, in questo tempo di Quaresima all'acqua e alla fede del Battesimo in cui si è operata la nostra nascita alla vita nuova di Dio, alla filiazione divina e alla fraternità ecclesiale. La nosta vita può cambiare se rinnoviamo pienamente le nostre scelte battesimali.
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3 marzo 2008 - Lunedì della Quarta Settimana di Quaresima 
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Una Fede che progredisce
La prima lettura di oggi (cfr. Is 65, 17-21) è un brano dell'ultima parte del libro del profeta Isaia, è un testo di carattere "apocalittico". La Gerusalemme presentata qui dal profeta non è quella geografica o storica ma quella simbolica che era stata già vista come personificazione del popolo di Israele e che significa oggi l'universale popolo di Dio, l'umanità redenta da Gesù e in via di trasfigurazione.
In piena Quaresima la lettura si presenta come annuncio della "novità pasquale", della vita restaurata e rinnovata da Gesù attraverso la sua passione, croce, morte e risurrezione. I "cieli nuovi e la terra nuova" di cui parla il profeta sono già il segno della vittoria del Signore sulla morte per far tornare alla vita.
Quello che il profeta annuncia nella prima lettura a proposito della città di Gerusalemme è una realtà già in atto in mezzo a noi perché "i cieli nuovi e la terra nuova" e la città ricostruita come un gioiello non sono luoghi creati dalla fantasia del profeta-poeta ma è la Chiesa di oggi e di tutti i tempi, è la nostra comunità cristiana, siamo noi nelle nostre famiglie, negli ambienti in cui vivendo e credendo nella Parola di Cristo Gesù portiamo il germe rinnovatore della vita. Siamo noi a cooperare con Dio nel "creare cose nuove" per cui Egli si compiace, come fece all'inizio della creazione quando vide che tutto ciò che aveva creato era "buono-bello", anzi "molto buono e bello" e si compiacque. Siamo chiamati a riscoprire tutti i giorni questa possibilità che ci è stata donata con la risurrezione di Cristo di risvegliare la fede e la gioia della vita in noi e negli altri, di trasformare una convivenza che a volte ci appare dura in una dolce comunione di vita. Questo può essere avvenire solo con la fede nella Parola che salva e ci aiuta a vivere.
Il salmo responsoriale è, come sempre, una risposta alla parola della prima lettura. Oggi leggeremo alcuni versetti del sal 29 (30), 2.4.5-6.11-12.
Chi ha scritto questa preghiera è un pio Israelita che, uscito da un pericolo mortale, sente il dovere di ringraziare per questa salvezza, forse non meritata. Dio misericordioso ha ascoltato il suo grido di aiuto. L'orante prorompe lieto in un grido di gioia che può essere espresso in questi termini: "Ti esalto, o Signore, ti celebro davanti a tutti, perché tu hai innalzato me, tirandomi su dalla bocca dello sheol (l'oltretomba), come si solleva un secchio dal pozzo. Già contemplavo il sorriso maligno dei miei nemici che pregustavano la soddisfazione di godersi la mia fine. Ma tu non l'hai permesso: il disprezzo s'è mutato in sorpresa e meraviglia al cambiamento repentino. Ora sono io a ridere di loro".
Nel momento critico, quando il male traditore mi aveva precipitato nella fossa, io gridai e tu, Signore mio Dio, mi hai guarito. Hai ripreso in mano la mia vita: dalle tenebre dell'oltretomba alla luce di una nuova vita. Infondendo nuovo vigore alle mie membra disfatte, mi hai liberato e salvato.
Il salmista però non vuole essere solo nello sciogliere il suo debito di riconoscenza. Rivolgendosi perciò a quanti, familiari, amici e fedeli in genere, hanno goduto della sua guarigione, e ora partecipano con lui al banchetto eucaristico, li invita a inneggiare al Signore, a "cantare salmi", a "celebrare, e a lodare il suo nome santo".
Ora può annunciare felice: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Esprime la sua gioia e la sua gratitudine con la danza attorno all'altare accompagnato da quanti sono stati testimoni dei favori divini.
Il carattere specifico della nostra fede cristiana è di credere in "Gesù Cristo morto e risorto". E' come un unico grido, annuncio di salvezza, kerigma: "il Signore è risorto". Questa è la fede cristiana: non una dottrina, una ideologia ma un senso dato all'esistenza. La grande tentazione dell'uomo moderno è quella di cui parla il salmo: "nella mia prosperità dicevo: nulla mi farà vacillare". E' il rischio dell'uomo d'oggi, quello di allontanarsi da Dio. Non ho bisogno di lui, me la cavo bene con le sole mie forze. Eppure ci vuole poco: basta che Dio nasconda il suo volto che tutto è perduto. Ma noi crediamo alla risurrezione, crediamo che Dio ha mandato suo Figlio per guarirci e darci la vita. Crediamo che la nostra morte si trasforma in vita, il nostro dolore e le nostre stanchezze si trasformano in gioia.
Ecco il senso della vita: noi non andiamo verso la morte, ma verso una pienezza di vita in Dio. "Alla sera le lacrime, al mattino la gioia": è un modo poetico per esprimere l'atteggiamento esistenziale del cristiano.
Con questo lunedì della quarta settimana di Quaresima poi, cominciamo la lettura del vangelo di Giovanni (per oggi cfr. Gv 4, 43-54) che ci accompagnerà nelle prossime settimane fino alla Pasqua. Il nostro sguardo sarà rivolto verso Gesù che va verso la Pasqua e lo seguiremo con amore riconoscente. Se finora la Parola ci ha impegnato soprattutto in una rinnovata conversione, da oggi vuole suscitare in noi uno sguardo contemplativo rivolto a Gesù cha va a Gerusalemme per soffrire e morire ma poi risorgere per ridare a tutti noi la vita.
Il filo conduttore di tutto il Vangelo di Giovanni è la fede. Si conclude con queste parole dell'autore che ne indica lo scopo: questo vangelo è stato scritto "perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita" (Gv 20,31). Tutta la prima parte presenta il dramma della fede: in ogni episodio c'è Gesù e una scelta o un rifiuto di Lui.
In quanto incarnato, inserito nella storia, Gesù rivela il Padre, che l'ha mandato. A lui si può arrivare solo con la fede, e con l'umiltà di chi si riconosce cieco e bisognoso della luce della rivelazione. Solo mediante la fede e la nascita dall'alto, come dirà Gesù a Nicodemo, l'uomo entra nella sfera divina dello Spirito e può quindi accedere a Dio. Il Vangelo di Giovanni inizia con la presentazione di "tre personaggi in cerca di..." fede, un maestro in Israele, Nicodemo la cui conoscenza è imperfetta, una samaritana disponibile ad una conoscenza maggiore, un pagano che conosce aderendo con pienezza alla parola di Cristo (Gv 3 4). Il vangelo continua strutturandosi come una conoscenza progressiva di Gesù che si rivela in modo progressivo; di fronte a questa rivelazione bisogna prendere posizione: o una fede che dinanzi al manifestarsi di Gesù matura e si purifica gradualmente o una incredulità che diventa sempre più sicura di sé fino alla decisione di fare morire Gesù; una scelta decisiva che anticipa anche il giudizio finale.
Nell'episodio del funzionario regio si vede un uomo che ha sentito parlare di Gesù e dei suoi miracoli e questo lo spinge nel rischio della fede che si fida di una semplice parola di Gesù: "Va' tuo figlio vive". Poi incontra i servi che gli danno la bella notizia e lui si accorge che la parola di Cristo si è davvero realizzata e allora la sua fede diventa piena: "credette lui e tutta la sua famiglia".
Il discorso eucaristico poi, dopo la moltiplicazione dei pani (Gv 6), pone Gesù da solo di fronte ai Dodici apostoli che sono a disagio per tutto quello che Gesù ha detto. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?". Gli rispose Simon Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio". Se si vuole conoscere chi è Dio, chi è Dio per noi, e, nel contempo, come cercarlo e dove trovarlo, se si vuole conoscere l'esperienza religiosa come emerge dalle Sacre Scritture occorre guardare, e questa è la fede del NT, a Gesù di Nazaret e alla sua storia, non altrove. Allora si comprende che Dio è, nella sua realtà più intima e profonda, comunione, dono, solidarietà incrollabile e universale. Ha il volto dell'alleanza. L'uomo scorge in Cristo una realtà di grazia che gratuitamente si dona. La sua epifania ha i tratti della donazione, del servizio e della solidarietà: in nessun modo i tratti del potere, della competizione e della ricerca di sé.
In questa fede del NT è racchiuso uno "scandalo" per la ragione: la relazione con l'Assoluto è fatta dipendere da un evento storico. Ma questo scandalo, lungi dall'essere attenuato, è dal Nuovo Testamento custodito e continuamente riaffermato. Per l'uomo del Nuovo Testamento Dio continua ad essere raggiungibile in luoghi storici, non diversamente: non scendendo nella profondità di se stessi o staccandosi dal mondo per contemplare direttamente il divino, ma nella comunità radunata, nella accoglienza della Parola, nel gesto della fraternità, nella frazione del pane, nella sequela: tutti luoghi storici, concreti e obiettivi.
Il Vangelo di oggi ci presenta il caso della guarigione del figlio del funzionario regio. Una guarigione che avviene soltanto perché questo pagano, pieno di fede, ha creduto alla Parola di Gesù. E' l'efficacia di una pura fede in Gesù, parola che fa vivere per mezzo della quale il Padre ha creato tutto e crea tutto sempre di nuovo. Ognuno che crede è rimesso in cammino come il funzionario pagano il quale "credette alla parola di Gesù e tornò verso casa sua". Credere significa accettare di avere fiducia sempre nella Parola di Dio che fa crescere e fa vivere e perciò mettersi in cammino verso casa, la nostra vera Casa, comune per tutti, dove con il Padre e tutti i nostri fratelli godremo di un'eternità beata.
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2 marzo 2008 - Quarta Domenica di Quaresima 
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Ecco un'altra tappa della storia della salvezza. Davide viene consacrato re di Israele. La sua regalità carismatica continua quella del primo re di Israele, Saul, che continuava quella dei Giudici. Dio respinge Saul per il suo peccato di disobbedienza e sceglie Davide. Questi viene consacrato re da Samuele e viene in modo permanente afferrato dallo Spirito di Dio. Il racconto non si addentra nei dettagli della successione dinastica ma dice una sola cosa: il re è l'eletto di Dio. Si dice che il re riceve una unzione sacra e diventa l'unto, il messia del Signore. Questa unzione conferisce al re lo spirito del Signore che gli darà la forza di salvare il suo popolo. Il nuovo re consacrato da Samuele diventerà il salvatore del suo popolo, non solo con la forza delle armi, ma anche governandolo con saggezza e con giustizia. Il profeta Isaia contemplerà il Messia futuro su cui si poserà lo Spirito del Signore con tutte le prerogative dei grandi antenati della dinastia: sapienza e giustizia di Salomone, prodezza e pietà di Davide. Non siamo ancora al nuovo Davide dei profeti, né alla figura dei salmi "messianici", né al Cristo Gesù. Ma abbiamo già una tappa importante nel progresso della rivelazione e nella realizzazione della salvezza dell'umanità. Davide appare come la prefigurazione del Messia. Viene qui sottolineata la scelta che Dio fa di coloro che vuole attirare a sé per consacrarli e in questo è evidente il dono della fede. La scelta di Dio è molto personale. Chi è scelto per la fede non ne ha il merito. L'unzione del re si più assimilare all‘unzione degli occhi del cieco-nato di cui ci parla il Vangelo di oggi, all‘unzione del battesimo che ci rende "re", facendoci partecipare della "regalità" di Cristo.
Il significato liturgico del Vangelo di oggi ha fatto scegliere la seconda lettura dalla Lettera di Paolo agli Efesini dove l'apostolo risponde ad una esigenza molto pratica della vita cristiana cioè di "cercare quello che piace al Signore". Lo fa usando un linguaggio simbolico molto facile da capire. L'esperienza quotidiana della vita infatti è regolata dal ritmo luce-tenebre, giorno-notte che sono il simbolo di vita-morte, bontà-cattiveria. Partendo dalla fonte della luce che è il Cristo, Paolo dice ai suoi lettori e a ciascuno di noi che lo leggiamo oggi: "Cristo ti illuminerà" (v.14). Infatti il Cristo è la luce che ricrea, che risveglia, che libera chi è addormentato nel sonno oscuro dell'ignoranza religiosa e del peccato. Chi ha accolto Cristo prima era tenebra, ma ora è luce nel Signore. Il cristiano è "figlio della luce" (v.8), generato a nuova vita dall'amore-luce che è lo stesso Signore. La luce di Cristo ci aiuta a conoscere la natura vera delle cose, di valutare quello che vale e quello che non vale nella nostra vita. La luce genera la vita, è capace di generare dei figli. Il Battesimo è la grande illuminazione che è penetrata nelle nostre tenebre e ci ha resi figli della luce. Inondati dalla luce si diventa luce. Non per nulla i primi cristiani chiamavano i "neofiti" cioè i nuovi battezzati con una parola greca: oi photismoi che significa appunto gli illuminati. I cristiani in quanto figli della luce devono condurre una vita così luminosa che si riconosce dai frutti della luce: bontà, giustizia, verità. Sono questi frutti che fanno riconoscere e distinguere i cristiani dagli altri, da quelli che fanno azioni malvage e sterili e che sono i figli delle tenebre. Il modo di comportarsi del cristiano è la migliore "denuncia" (v.11) del modo di agire pagano. Si può condannare un comportamento a parole, con discorsi ma la forma più efficace è la condotta che si tiene di fronte agli altri, apparendo così come veri figli della luce.
Nell'antichità si pensava che la malattia fisica fosse sempre conseguenza del peccato, ma nell'episodio narrato in questo Vangelo Gesù sconfessa i suoi discepoli. Purtroppo questa mentalità sussiste ancora oggi. Talvolta dinanzi a una disgrazia, i "buoni cristiani" gridano al castigo del Signore. Ma è ingiusto ed è contro-evangelico. Quello che appare una punizione, nei piani di Dio può essere un atto di misericordia perché si manifestino le opere del Signore. Ricordate nei "Promessi Sposi" quando Padre Cristoforo dinanzi a don Rodrigo agonizzante, vittima della peste, non seppe pronunciarsi e disse: "Può essere castigo, può essere misericordia"?.
Gesù prende lo spunto dal miracolo che compie dando la vista a un cieco-nato per dire che la vera cecità è la mancanza di fede e l'incredulità: quella dei giudei ostinati nel chiudere gli occhi dinanzi alla realtà di quello che Gesù compie e da cui potrebbero dedurre la sua provenienza ma è anche la nostra incredulità. Quando non ci lasciamo illuminare dalla Parola di Dio e quindi viviamo come se fossimo ciechi o quando viviamo nella cecità pratica dell'edonismo, del materialismo o dell'imborghesimento chiudendo gli occhi dinanzi ai bisogni del nostro prossimo.
Gesù guarendo il cieco ha di mira una finalità salvifica, dinanzi a un uomo concreto, un cieco, vuole dimostrare che non solo questa malattia non ha nulla a che fare con il peccato ma diventa un occasione per mostrare la bontà di Dio. A Gesù non interessa in questo caso qual è l'origine di questa sofferenza quanto piuttosto il significato che essa ha nel piano di Dio. Anche la malattia, il dolore, la sofferenza possono acquistare un grande valore nei piani di Dio, se accolti con rassegnazione e accettati con serenità.
Ma il dono della fede rappresenta un'autentica illuminazione per la vita dell'uomo. L'episodio della guarigione del cieco alla piscina di Siloe è molto eloquente per illustrare il significato vitale della fede. Il cieco-nato che viveva nelle tenebre all‘improvviso ha potuto gustare la gioia dei colori, del sole, della luce. Con l'incredulità si brancola nelle tenebre dell'ignoranza religiosa e del peccato. E' molto bello uno dei commenti di Sant ‘Agostino a questo brano, leggiamolo: "Il Signore illumina i ciechi. Ora i nostri occhi sono curati col collirio della fede. Prima, infatti, egli mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui... Godremo della verità quando vedremo Dio faccia a faccia, perché anche questo ci viene promesso... Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita: non ti vien detto: pigro, alzati! La via stessa è venuta da te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina!".
E' impressionante la risposta decisa del cieco guarito ai farisei che lo interrogano: "Un uomo chiamato Gesù mi ha detto: Va' ... e io ho riacquistato la vista". Gli interrogatori del cieco- nato davanti ai farisei e ai giudei sono un esempio magnifico di testimonianza cristiana coraggiosa. Il cieco guarito, con la sua intrepida testimonianza davanti al tribunale della sinagoga è presentato da Giovanni come il modello del discepolo che coraggiosamente testimonia la sua fede, senza temere scomuniche o emarginazioni. Talvolta per ragioni di carriera e di lavoro si è disposti a venire a patti con l'egoismo del mondo e della moda, anche in fatto di fede e di morale.
In conclusione, Gesù si rivela Figlio dell'uomo e luce del mondo. Quella luce che illumina ogni uomo. La piscina di Siloe e la guarigione del cieco ha fatto utilizzare da sempre questo episodio come una catechesi battesimale. Arricchita dalle altre due letture: i battezzati sono gli "illuminati".
In questa quarta domenica si celebra il secondo scrutinio per i catecumeni. La parola di Dio li illumina nel comprendere la scelta che devono fare per smascherare il male affinchè appaia la luce nella loro vita.
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1 marzo 2008 - Sabato della Terza Settimana di Quaresima 
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Il Fariseo e il Pubblicano
Già ieri abbiamo letto un brano del profeta Osea. Oggi questo profeta ritorna con un altro testo: Os 6, 1-6:
1 "Venite, ritorniamo al Signore:
egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
2 Dopo due giorni ci ridarà la vita
e il terzo ci farà rialzare
e noi vivremo alla sua presenza.
3 Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l'aurora.
Verrà a noi come la pioggia di autunno,
come la pioggia di primavera, che feconda la terra".
4 Che dovrò fare per te, Efraim,
che dovrò fare per te, Giuda?
Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all'alba svanisce.
5 Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
6 poiché voglio l'amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti.
L'invito a pentirsi, a ritornare al Signore, a confessare le proprie colpe, a convertirsi è accompagnato in questo caso dalle promesse di Dio. Solo il Signore difende e protegge. La radice shûv / "ritornare", è il "leitmotiv" della profezia di Osea: la colpa d'Israele, il suo castigo, il suo atteso e sperato cambiamento e la sua salvezza finale sono espresse con una sola idea. Il libro di Osea è ricco del messaggio teologico della conversione e del vocabolario corrispondente. Alcune volte questo verbo è riferito a Dio, ma il più delle volte all'uomo con una connotazione negativa (Israele che vaga lontano alla ricerca degli idoli e non ha alcuna intenzione di "ritornare" a Dio), ma più spesso con una connotazione positiva e quindi con il significato di "conversione ritorno" al Signore. Sia come riandare al punto di partenza, ricucendo un rapporto interrotto. Già in un cammino di conversione a più tappe: la conversione come "ricerca" di Dio, "da un primo accostamento a un abbraccio finale" (G. Ravasi). Una conversione maturata in una presa di coscienza delle proprie infedeltà e in un riconoscimento del grande, costante e duraturo amore di Dio e quindi vissuta nella sofferenza e nella trepidazione.
Il Signore vuole misericordia e amore più che sacrificio, conoscenza di Dio più che olocausti.
E' lo stesso motivo che ritorna nel salmo responsoriale (cfr. Sal 50, 3-4.18-91.20-21). Un salmo che stiamo pregando così spesso in questo tempo di Quaresima. Chi prega questo salmo ha capito che il Signore non si accontenta di pratiche religiose esterne e di riti liturgici.
L'introduzione del salmo è un'invocazione alla misericordia di Dio e una domanda di perdono garantita dalla purificazione dal peccato. L'intensità e la sincerità dell'accento dell'invocazione è già tutta in quel primo grido dell'anima: "Pietà di me, o Dio" oppure secondo il testo ebraico "fammi grazia, perdonami". E' la necessità impellente che il salmista sente. Trattenere l'ira di Dio prima che si scateni. Perciò premette questa invocazione di perdono e poi aggiunge su che cosa fonda la sua richiesta: sulla misericordia di Dio. Per la gravità della sua colpa la misericordia di Dio gli sembra insufficiente, e in un crescendo meraviglioso s'appella alla grandezza, alla costanza della compassione divina per ottenere la purificazione delle proprie colpe.
Viene invocata da Dio la purificazione e del Signore vengono evidenziati gli attributi più belli: la pietà, la fedeltà amorosa, la giustizia, la misericordia. Riprende lo stesso tema segnando la sua insistenza con: "Jhwh, Signore mio!". Il peccatore pentito sarebbe disposto ad offrire: vittime, sacrifici, olocausti (ed ecco una seconda promessa!). Ma egli sa che così potrebbe dare l'impressione di pagare tutto il debito e sciogliersi da ogni impegno con Dio. Potrebbe anche indurre altri a pensare: "ha peccato, ha confessato il suo delitto, lo ha espiato nelle forme solite del cerimoniale e ora se ne va tranquillo come se nulla fosse avvenuto". No, il salmista ci tiene alla sincerità del suo dolore e del suo pentimento, è preoccupato di dimostrare a Dio che il suo delitto gli sta sempre davanti, perciò non si cura di comprare e di offrire delle vittime, un'azione soltanto esterna e passeggera. Dio non potrebbe gradirla gran che! Volendo offrirgli sacrifici, offrirà il sacrificio che conosce più gradito a Dio: uno spirito sinceramente contrito e un cuore veramente umiliato. Si tratta del sacrificio di ogni giorno della sua vita. Ciò che innalza questa preghiera al disopra di tanti altri salmi è il senso morale del peccato che l'avvicina alla religiosità del NT per cui nulla vi è da correggere e nulla da aggiungere. Per questo il "Miserere" conserva attraverso i secoli la sua freschezza e la sua attrattiva e ogni anima umana che giunga al rifiuto delle proprie colpe, lo ripeterà sempre con commozione tutta spirituale.
La celebre parabola di Gesù che riascoltiamo nel Vangelo di oggi, quella del "pubblicano e del peccatore" (cfr. Lc 18, 9-14) è dedicata a tutte quelle persone religiose (anche a noi!) che per la loro pratica rituale e per la loro osservanza legale: "presumono di essere giusti e disprezzano gli altri".
Quando ai tempi di Gesù si parlava di preghiera, era spontaneo pensare ai farisei i quali facevano "lunghe preghiere". Oggi è più facile pensare a suore, a monaci, a frati, a preti o a qualche vecchietta che ha sempre il rosario in mano. Ci possiamo chiedere: queste persone compiono il comando di Gesù di "pregare senza stancarsi mai?" Dobbiamo stare tutti attenti a non essere i nuovi farisei. Gesù con la parabola che leggiamo oggi se la prende con i farisei, le persone migliori di allora e li attacca nel loro modo di trattare gli altri. La chiave di lettura sono le ultime parole: "chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato". L'evangelista Luca riprendendo queste parole di Gesù ha aggiunto qualcosa in più. Ha in certo modo universalizzato i destinatari dicendo che Gesù ha raccontato la parabola "per chi si crede giusto e disprezza gli altri". Ognuno di noi si sente coinvolto e portato a leggerla pensando a se stesso in relazione agli altri. Il racconto può essere anche per noi un giudizio di condanna. Ma c'è ancora un altro elemento a proposito del tema della preghiera in ordine alla salvezza. Quali sono le qualità della vera preghiera? Certamente si deve "lodare e ringraziare Dio". Il fariseo lo sapeva bene. Ma la vera preghiera deve essere in armonia con il creato. Lui invece crea un abisso tra sé e gli altri, si mette al di sopra degli altri, si crede l'unico ad avere con Dio una giusta relazione. Si sente sazio e soddisfatto di quello che fa e delle sue prestazioni e neppure lontanamente si pone il problema di cosa ne pensa Dio. Ma Dio forse non la pensa come il fariseo. Non si mette dalla sua parte ma da quella del peccatore pentito. Infatti l'atteggiamento del pubblicano nella preghiera è più corretto. Egli si preoccupa di confrontare la propria vita con Dio e si accorge di essere un peccatore. Esprime perciò su di sé un giudizio di condanna e chiede perdono al Signore. La sua situazione di peccatore non gli permette di giudicare gli altri e anche per questo incontra il favore di Dio: "non giudicate e Dio non vi giudicherà", anzi vi perdonerà. Gesù dice che il pubblicano "è tornato a casa perdonato". Non così il fariseo, osservante della legge e preoccupato della propria giustizia, acquistata con le proprie prestazioni e non ricevuta come dono da Dio. Egli è così preoccupato di fare contento Dio che perde di vista gli altri oppure li vede solo per giudicarli e per condannarli. Questa mancanza di carità non gli permette di incontrarsi con Dio, perché Dio è su un'altra strada. La sua perciò non è una preghiera che porta alla salvezza. Si è creduto superiore agli altri e Dio lo umilierà. La preghiera di lode e di ringraziamento certo è bella ma deve nascere anche dal riconoscimento della nostra povertà e dei nostri limiti. Solo così si può aprire al dono di Dio che salva. Saremmo veramente poveri se pregassimo anche noi dicendo al Signore: "Ti ringrazio perché non sono come gli altri". Ci escluderemmo dalla misericordia di Dio che possiamo ottenere soltanto se ci confessiamo peccatori e diciamo con tutta sincerità: "Signore, non sono degno...". Sarà questo il modo migliore per noi di vivere la nostra Quaresima, di rivivere il nostro Battesimo e di prepararci alla Pasqua.
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29 febbraio 2008 - Venerdì della Terza Settimana di Quaresima 
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Il Battesimo e il Primato di Dio
La prima lettura di oggi consiste in un brano del profeta Osea (cfr. Os 14, 1-10). Il profeta Osea viene chiamato "il profeta dell'amore". Ha predicato nel regno del Nord, con la vita più che con le parole, vissuto nell'8° secolo a. C., ha fatto l'esperienza dell'amore e ci aiuta a capire che cosa vuol dire in realtà che Dio è "Dio dell'amore" se mettiamo un momento da parte la nostra preconcezione religiosa di amore. Gesù, nel Nuovo Testamento, parla di Dio presentandolo come padre che corre incontro al figliuol prodigo, del pastore che va in cerca della pecorella smarrita.
In Osea non è assente questa immagine di padre, come per es. in Os 11, 1-4 :
"Quando Israele era un ragazzo io l'ho amato e l'ho chiamato a uscire fuori dell'Egitto perché era mio figlio. In seguito, più chiamavo gli Israeliti, più essi si allontanavano da me. Hanno offerto sacrifici e bruciato incenso agli idoli di Baal. Io ho insegnato a Efraim a camminare. Ho tenuto il mio popolo tra le mie braccia, ma non ha capito che mi prendevo cura di lui. L'ho attirato a me con affetto e amore. Sono stato per lui come uno che solleva il suo bambino fino alla guancia. Mi sono abbassato fino a lui per imboccarlo....".
Ma Osea presenta Dio soprattutto come colui che è vittima dell'amore, che soffre per l'amore tradito, come uno che è pazzo d'amore, di gelosia, di invidia e che usa ogni mezzo per riconquistare la persona amata. Un amore che Osea attribuisce esclusivamente a Dio e che Dio non esige dall'uomo. Dio vuole solo dall'uomo che lo ricerchi, che ritorni a Lui e lo riconosca, si abbandoni e si unisca a lui come un uomo si unisce alla sua donna. Nella Bibbia conoscere significa amare. E quello che in Osea è assolutamente originale è il fatto che tutto questo egli non lo insegna nè lo comunica a parole soltanto ma risalendo dalla sua sfortunata esperienza personale alla scoperta di un amore più grande. A noi interessa meno il sapere se la sua sia stata una vicenda reale oppure soltanto simbolica, a noi interessa constatare che il suo è un modo assolutamente efficace di narrare. Oltre tutto, Osea si sarebbe reso ridicolo se si fosse presentato in pubblico come vittima di continui e ripetuti tradimenti da parte della sua sposa, vivendo poi nello stesso tempo felice in famiglia. Questa immagine sponsale applicata ai rapporti Dio-popolo sarà ripresa da Geremia, Ezechiele e Secondo Isaia e arriverà fino al NT. Il brano che leggiamo oggi appartiene alla seconda parte, più ampia (Os 4-14) del suo libretto.
Il verbo shûv esprime tutti gli atteggiamenti della relazione Israele-Jhwh, come appare in Osea. Dal peccato, come mancanza di conversione a Dio (5,4; 7,10.16), a un'illusorio tentativo di conversione (6,1), al castigo visto come ritorno in Egitto (8,13; 9,3; 11,5) e a una prospettiva di salvezza (11,9; 14,5). Osea invita a prepararsi con la confessione delle colpe, a chiedere a Dio il perdono e a impegnarsi in scelte di giustizia:
"Torna dunque, Israele, al Signore tuo Dio,
poichè hai inciampato nella tua iniquità.
Preparate le parole da dire
e tornate al Signore;
ditegli: "Togli ogni iniquità:
accetta ciò che è bene
e ti offriremo il frutto delle nostre labbra" (Os 14,2-3).
Questo ritornare a Dio a livello spirituale impegna anche a una vita nuova da cui scaturirà un ritorno alla terra promessa come dono del Signore in un clima di godimento dei frutti della terra e di benessere anche materiale:
"Ritorneranno a sedersi alla mia ombra,
faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne,
famose come il vino del Libano" (14,8).
Anche in Osea al primo posto c'è l'amore di Dio che provoca e precede la conversione dell'uomo. "La nostra logica religiosa segue il passaggio peccato-conversione-perdono. La grande novità di Osea, che lo situa su un piano diverso e lo fa precursore del NT, è che egli inverte l'ordine: il perdono precede la conversione. Dio perdona prima che il popolo si converta e sebbene non sia convertito (cf Rm 5,8 e 1Gv 4,10). Questo non significa che la conversione non sia necessaria. Ma che essa si realizza come risposta all'amore di Dio e non come condizione previa del perdono". Il tema del "ritorno" diventa la rappresentazione simbolica di tutta la trama della relazione tra Dio e l'uomo" (L.Alonso Schökel).
Nel salmo responsoriale di oggi (cfr. Sal 80, 6-9.10-11.14.17) appare evidente da ciò che il Signore ha fatto per Israele che Dio è l'unico che il popolo deve servire. Perciò, la scelta e il primato di Dio ne è la conseguenza.
Il ricordo di una legge da osservare suscita la meraviglia e la curiosità di coloro che per l'età giovanile e altri motivi non hanno mai assistito alla "liturgia". Perciò a questo punto s'inseriva la domanda (come nel rito pasquale): che cosa sono e che significano questi ordini e imposizioni? Essa è annunciata dalla frase, che, non più intesa, forse, dai masoreti, fu da essi considerata come seguito di v. 6. "Ascolto un linguaggio o un parlare ignoto" vuol dire: "sento che parlate di statuti particolari, ma non ne ho conoscenza". Solo la "liturgia" la poteva spiegare. Nel rito pasquale la domanda di spiegazione era proferita dal figlio più piccolo. Qui nella liturgia solenne il fanciullo o il forestiero poteva essere sostituito da un membro adulto della comunità forse anche un levita. La risposta è qui contenuta nelle sue linee essenzialissime, mentre sarà sviluppatissimo negli altri salmi a carattere anche storico-liturgico (78; 105; 106). È Dio, il Signore della nazione di Israele che ha stabilito quelle leggi, quando liberò il popolo dalla schiavitù d'Egitto. Jhwh "misericordioso e clemente" si era impietosito e aveva mandato un liberatore. Verso quel popolo tormentato e martoriato Jhwh, suo Dio, aveva un piano di redenzione oltreché civile, anche e soprattutto, religioso. Assieme a una loro patria dargli pure la conoscenza del vero Dio e farne un faro di luce in mezzo alle tenebre fitte, ma piene di pretese, dell'idolatria delle grandi civiltà. Perciò stringe con questo popolo un "patto", gli dà una "Legge", ne provoca l'accettazione da parte di esso con l'impegno solenne della "fedeltà" a quella "Legge" e al Dio che è il "suo" Dio. La fedeltà promessa, Iddio la mette ripetutamente alla prova, affine di ribadirla sempre più. Il sunto della liturgia accenna a una di queste prove, quella in cui il popolo s'era trovato senz'acqua e aveva mormorato contro Mosè e contro Dio (Es 17, 1 7 e Dt 8, 2 ss.). Il precetto principale doveva riguardare il culto monoteistico. Avendo lui, Jhwh, tratto fuori il popolo dall'Egitto "con braccio teso" (Dt 4, 34; 7, 19; 11, 2 ecc.), poteva richiedere adorazione e culto esclusivo. Israele non doveva lasciarsi traviare andando dietro agli dèi delle nazioni, per nessun motivo. Ultimo "motivo" della "liturgia", le "promesse" formulate da Dio nell'atto di rinnovare la nazione. La celebrazione ha scosso nel profondo il sentimento religioso dei fedeli che si sentono e si proclamano legati totalmente ed esclusivamente a Jhwh. Il quale, mosso da quella sincera dichiarazione, rinnova le promesse, non più in forma condizionale, ma come evento di prossima realizzazione. Nei vv. 9 e 14 si percepisce la parola da lui evocata quando disse: "Oh, se anche tu oggi conoscessi ciò che serve alla tua pace!" (Lc 19, 42). Egli, che saziò la moltitudine con il pane terreno, manifesta in Mt 7,9 11 qualcosa di simile a ciò che dice la conclusione del nostro salmo sul Padre che dona il pane; egli con il pane eucaristico (cf Gv 6,52; Mc 14,22) ha adempiuto questa promessa in misura straordinaria. "Se il mio popolo mi ascoltasse!". È quasi con le stesse parole che Gesù presenta la scena incredibile di Dio che implora le sue creature: "Ah! Se tu, Gerusalemme, avessi saputo trovare la tua pace!".
"Apri la bocca e ti sazierò... Se il mio popolo mi ascoltasse,... E io lo nutrirei con il miglior frumento, lo sazierei con il miele più squisito". Dopo Gesù, queste parole non sono più soltanto delle metafore: egli ci ha dato il Pane di vita, che è "lui stesso", sotto forma di nutrimento spirituale. "Ho tolto il peso dalle tue spalle...". Gesù ci ha proposto lo stesso sollievo dai nostri pesi: "Venite a me, voi tutti che siete sotto il peso, e io vi darò sollievo" (Mt 11,28-30).
Nel Vangelo di Marco, (oggi cfr. Mc 12, 28b-34), Gesù viene interrogato sul comandamento più importante. Risponde citando il famoso testo del Deuteronomio dove si proclama il primato di Dio su chi vuole essere suo discepolo. L'incontro narrato in questo testo tra Gesù e il dottore delle legge è un incontro tra amici che si stimano, coincidono nelle idee e anche si lodano a vicenda. I due riflettono insieme sulla parola di Dio e ricercano qual è il comandamento più importante, quello che dà valore a tutti gli altri. Esso ha due evidenti aspetti: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Certo l'uno è primo e l'altro secondo, ma in realtà i due costituiscono un solo comandamento. O se si vuole il secondo è l'unico criterio che il NT offre per sapere se si ama Dio. Nessuno si illuda di amare Dio se non ama i suoi fratelli. Questo è il pensiero di Gesù. Il dottore della legge prende dalla frase di Gesù: "Non vi è un comandamento maggiore di questi" (12,31b), il termine "maggiore" e lo sviluppa. Si constata allora come amare Dio e amare il prossimo come se stesso "è ben più importante di tutti i sacrifici che si offrono a Dio sull'altare" (12,33). Il comandamento dell'amore è il criterio che permette di prendere le distanze dalle realtà concreta in cui si vive, di valutarle, di superarle o di conservarle. Nessuna cosa ha valore neppure il culto di Dio, se non è un' espressione dell'amore di Dio che si concretizza nell'amore del prossimo.
Ora se pensiamo al Battesimo su cui la parola di Dio ci sta facendo riflettere in questa settimana ci accorgiamo che esso è il segno dell'amore di Dio che ci raggiunge come salvezza e ci avvolge come protezione. Con il Battesimo inseriti in Cristo e partecipi del suo modo di sentire e di operare, siamo resi capaci di comportarci come Lui si è comportato. Tutta la nostra esistenza di cristiani battezzati è orientata a consentire che il suo amore si manifesti in noi attraverso gesti personali. Il Battesimo è per noi un totale affidamento a Cristo, per vivere in lui e con lui, e per imparare da lui come si ama il Padre da veri figli e come si amano le altre creature da veri fratelli. Abbiamo però bisogno del suo aiuto che ci viene dato con la presenza dello Spirito Santo che opera in noi.
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28 febbraio 2008 - Giovedì della Terza Settimana di Quaresima 
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Il Battesimo e la lotta al male
Oggi il testo della prima lettura è tratta dal libro del profeta Geremia (Ger 7,23-28). Il Signore è amareggiato.perchè il suo popolo non ascolta la sua voce trasmessa per mezzo del profeta. In Geremia la causa del male è l'apostasia e l'idolatria. Geremia, avendo presente l'atteggiamento provocato dall'empietà del popolo, può pregare Dio in questo modo: "Signore, tu mi proteggi e mi dài forza, tu mi aiuti quando sono in difficoltà" (Ger 16,19). La sua predicazione persegue il suo scopo conforme alla divina volontà di grazia solo quando il popolo ascolta la Parola di Dio: "ed ora fate migliori le vostre vie e le opere vostre e ascoltate la voce del Signore, e il Signore cesserà dalle sciagure che minacciò di farvi sopravvenire" (Ger 33,13).
Per Geremia il non ascolto della "voce di Dio", della "parola di Dio" è la causa di ogni male per il popolo di Israele, il rifiuto dell'ascolto ha avuto conseguenze disastrose per il popolo e il profeta l'aveva previsto come appare da questi due testi esemplari. Il primo riporta l'azione simbolica della brocca spezzata: così sarà frantumata Gerusalemme: "Ridurrò questa città in una condizione spaventosa: chi passerà da queste parti, rimarrà sconvolto dall'orrore alla vista delle sue rovine" (...). Egli riferì le parole del Signore dell'universo, Dio d'Israele: "Farò venire su questa città e sui villaggi vicini tutti i castighi che avevo minacciato contro di essa. Perché i suoi abitanti si sono intestarditi e hanno rifiutato di ascoltare le mie parole"" (Ger 19,8.15). Il secondo testo contiene la polemica di Geremia contro il tempio e contro la visione magica che ne avevano gli abitanti di Gerusalemme: "Mettete in pratica quel che dicono i miei servi, i profeti. Io ho continuato a mandarveli, ma voi non li avete ascoltati. Se continuerete a disubbidire, distruggerò questo tempio come ho distrutto quello di Silo e questa città diventerà per tutte le nazioni della terra un esempio della mia maledizione". (Ger 26,5-6; cf. Ger 7). In questi pensieri il problema del male si inserisce nell'esperienza nazionale e del popolo. Dio e popolo, il grande tema dell'AT, è presente anche nel problema del male. Per Geremia, come per gli altri profeti il cuore dell'uomo è incostante perché malvagio ed egli lo definisce fallace e ingannatore: "Il cuore dell'uomo inganna più di ogni altra cosa: è incorreggibile. Chi può comprenderlo?" (Ger 17,9).
Perciò il popolo dell'alleanza non può farcela con le proprie forze a realizzare il piano di Dio, ha bisogno dell'aiuto di Dio, ha bisogno di un cuore nuovo. E' la promessa della parola di salvezza della nuova alleanza da parte di Dio. Il cuore incostante dell'uomo e il suo agire traviato non manderanno a monte i piani di Dio. Il profeta Geremia è stato, a ragione, definito, il dottore della conversione perché con lui il concetto di conversione viene compreso e espresso con tutte le sfumature ma soprattutto con quella intuizione fondamentale che è Dio il protagonista del ritorno conversione.
Nei primi capitoli si descrive la vicenda di Israele che si è allontanato da Dio. Questi viene descritto come un marito che ha litigato con Israele sua sposa. Dio non si dà pace e il suo discorso si trasforma in rimprovero: Perché il mio popolo ha commesse due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua (Ger 2,13). Sono questi i tre motivi costanti nel libro di Geremia: il peccato del popolo, la minaccia di castigo da parte di Dio, la conversione a Dio (Ger 26,3; 36,1 7).
Intanto appare impossibile un ritorno da parte d'Israele che si è allontanato da lui, proprio perché esso è ostinato nel suo peccato per cui il ritorno sembra più un desiderio di Dio che una prospettiva dell'uomo.
Per descrivere l'ostinazione dell'uomo nel peccato Geremia usa l'espressione "cuore incirconciso" (Ger 9,24 52), e anche per indicare la conversione, il cambiamento di mentalità il profeta usa un'immagine molto espressiva che era già stata usata dal Deuteronomio, "la circoncisione del cuore".
Alla parola del profeta Geremia che invita all'ascolto della voce di Dio e perciò alla conversione oggi rispondiamo con alcune parole del Sal 94 (95), 1-2.6-7.8-9. "Fa' che ascoltiamo, Signore, la tua voce". Tutti siamo invitati alla lode e all'adorazione in spirito e verità al Padre che penetra e dimora in noi per l'ascolto della parola. Il salmista ci invita ad essere attenti e ubbidienti alla voce del Signore. E' una voce che ci spinge al bene e ci aiuta nella lotta contro il male. L'esperienza della tentazione e della suggestione del male fa parte della nostra esperienza quotidiana.
Gesù ha rivissuto il tempo trascorso dal suo popolo nel deserto, luogo della prova, della tentazione e della sfida contro Dio (" Meriba e Massa", Es 17,1 7; Nm 20,1 13). Per quaranta giorni, i quarant'anni della prova nel deserto, anche Gesù fu tentato. Le tre forme concrete di questa tentazione furono le stesse del popolo d'Israele: la tentazione della fame, la tentazione dell'idolatria, la tentazione dei segni miracolosi. Sono le tentazioni cui va incontro, un giorno o l'altro, ogni uomo. La parola "generazione" in senso peggiorativo è stata usata spesso da Gesù con lo stesso significato del salmo: "Perchè questa generazione chiede un segno? Non sarà dato alcun segno a questa generazione" (Mc 6, 12). "Generazione malvagia e adultera, che reclama un segno" (Mt 12, 39). "Generazione incredula, fino a quando dovrò restare ancora con voi?" (Mc 9,19).
Molte volte nell'esperienza terrena di Gesù di fronte a certi gesti di Gesù, miracoli, esorcismi, cioè liberazione degli indemoniati coloro che lo seguivano e lo ascoltavano si potevano la domanda: "Gesù, segno di Dio o di satana?". E' proprio il caso raccontato dal Vangelo di oggi (cfr. Lc 11,14-23). Gesù guarisce un indemoniato, anzi un uomo posseduto da uno spirito muto. I presenti e testimoni reagiscono in due modi: lo accusano di essere al servizio di Satana, gli chiedono un segno a convalida del suo ministero. Gesù risponde alla prima accusa mostrando come il Dio di Israele che agisce in lui è l'unico e vero liberatore dal potere di Satana e del male e perciò ogni segno di liberazione posto da lui è una manifestazione della sua forza di salvezza, segno di vittoria su ogni potenza del male. Gesù è colui che vincendo satana realizza il regno di Dio e impone a tutti una decisione: o con lui o contro di lui. Non c'è via di mezzo, bisogna scegliere e i suoi avversari sembrano scegliere contro Gesù. Ma noi attuali lettori, come qualsiasi lettore dei tempi di Gesù, ci chiediamo. Gesù è uno dei soliti esorcisti oppure uno che sconfigge il demonio e dà anche ai suoi discepoli il potere di fare altrettanto? Luca nel vangelo della Passione userà anche termini di lotta per presentare la passione di Gesù come una lotta fino all'ultimo sangue tra Gesù e Satana. La sua risurrezione dalla morte dirà che Gesù è il più forte e la comunità può veramente riconoscerlo come suo Liberatore.
Con gli esorcismi anche la Chiesa confessa Cristo risorto, vittorioso su ogni potenza del male che ci tiene in schiavitù e lo invoca perché venga a liberarci. Col Battesimo noi abbiamo questa forza liberatrice che esprimiamo con la proclamazione solenne delle "rinunce" a Satana nella Veglia Pasquale. Rinunciando a quello che ci fa deviare dalla fedeltà al Battesimo, ci impegnamo a lottare con fortezza per allontanare da noi tutto ciò che è ingombrante nella nostra esistenza e che la rende estranea alle proposte di Gesù.
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27 febbraio 2008 - Mercoledì della Terza Settimana di Quaresima 
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Il Battesimo e la Legge nuova
Il punto di partenza di tutto il messaggio biblico veterotestamentario è l'esperienza di un intervento liberatore di Dio. Dio è prima di tutto un liberatore. Guardando retrospettivamente alla sua storia, il popolo d'Israele ne fissa il vero inizio a partire da quel grandioso intervento che Dio ha attuato per liberare Israele dalla schiavitù dell'Egitto. La consapevolezza di essere stato liberato da Dio segna di sé tutta la vita religiosa e morale di questo popolo. Israele si sente un liberato da Jhwh: "Io sono tuo servo, il figlio della tua ancella; tu hai spezzato le mie catene" (Sal 116,16).
La legge si riattacca sempre all'esperienza della liberazione ed è vista come una sua conseguenza: tanto nell'Esodo (20,2) quanto nel Deuteronomio (5,6), l'elenco dei comandamenti comincia con una proclamazione con cui Dio rivendica a sé la qualifica di liberatore: "Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù". La categoria dell'alleanza è usata nella Bibbia per indicare che l'esperienza di liberazione, cui segue la Legge che Dio dà al suo popolo una volta liberato, riceve il suo sigillo in questo legame particolare che Dio stabilisce con il suo popolo e che l'AT chiama berit / "alleanza". L'israelita sa di appartenere a un popolo che Dio si è liberamente scelto, a preferenza di qualsiasi altro, come suo alleato; in quanto tale egli si sente legato a Dio e all'osservanza della sua legge da un patto che egli, in quanto membro di questo popolo, ha liberamente sottoscritto. È attraverso l'osservanza della legge che Israele si costruisce, nella giustizia e nella santità, come popolo di Dio.
La promulgazione della legge ai piedi del Sinai è accompagnata dal solenne rituale che caratterizzava le antiche alleanze, nel contesto culturale dell'Antico Medio Oriente (Es 24), rituale che comportava un sacrificio cruento e una specie di giuramento esecratorio cui si attribuiva un'efficacia magica. È in forza della fedeltà a questo patto liberamente acconsentito che Israele è tenuto a ubbidire alla legge:
"Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che egli sarà il tuo Dio, ma solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e obbedirai alla sua voce. Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi" (Dt 26,17-18).
I comandamenti sono perciò detti "le parole del patto, le dieci parole del patto" (Es 34,28). È facile capire quale forza psicologica mettesse al servizio dell'impegno morale e religioso di Israele questo consenso liberamente prestato e sempre rinnovato. Dio aveva inviato Mosè a liberare questo popolo, che gli Egiziani trattenevano nel loro paese in una penosa condizione di schiavitù. Sotto la guida di Mosè, Israele stava attraversando il deserto sinaitico per entrare nella Palestina, la terra che Dio gli aveva promesso come sua nuova patria. Durante quella traversata, Dio convocò Mosè sul monte Sinai. Dalla vetta del monte Dio promulgò la sua legge: un complesso di norme di diversa importanza e natura (giuridiche, morali, cultuali o anche semplicemente "di costume") che avevano nel decalogo il loro nucleo centrale. Le parole del decalogo sono insieme e inscindibilmente tutte dell'uomo e tutte di Dio. Per gli antichi Ebrei l'idea di Dio che incide con le sue stesse mani la sua legge su tavole di pietra non costituiva nessun problema. Ogni buon israelita riteneva quindi che nella legge fosse contenuta la volontà precisa e diretta di Dio, trasmessa al suo popolo con le sue stessissime parole:
"Ora, Israele, - dice il Deuteronomio - che cosa ti chiede il Signore tuo Dio se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l'ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene?" (Dt 10,12-13).
Lo stesso culto rituale, che pure Dio chiede e determina con leggi precise e minute, non è gradito a Dio se è disgiunto dall'osservanza della legge, come leggiamo nei profeti:
"Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come una cosa straniera. Essi offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce" (Os 8,12-13).
Dio è l'autore di questa legge; ma ne è anche il custode e il garante: egli premia coloro che l'osservano, così come castiga i suoi trasgressori.
"Perché il Signore ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli; gli empi saranno distrutti per sempre e la loro stirpe sarà sterminata. I giusti possederanno la terra e l'abiteranno per sempre" (Sal 37,28-29).
C'è nella Bibbia un lunghissimo inno (il salmo 119) che è tutto, dalla prima all'ultima parola, una celebrazione lirica delle meraviglie di questa legge.
"Aprimi gli occhi - chiede a Dio il salmista - perché io veda le meraviglie della tua legge" (v. 18).
"Di ogni cosa perfetta ho visto il limite, ma la tua legge non ha confini" (v. 96).
"La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d'oro e d'argento" (v. 72).
"Io mi consumo nel desiderio dei tuoi precetti in ogni tempo" (v. 20). "Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia, più che in ogni altro bene" (v. 14). "Quanto amo la tua legge Signore, tutto il giorno la vado meditando" (v. 97).
Se si prescinde da questa origine divina della legge, non ci si può più spiegare perché la Bibbia insista tanto sulla insufficienza di un'osservanza puramente esteriore e grettamente legale della legge (che sarebbe espressione di una sudditanza forzata e servile), e sulla necessità di un'ubbidienza del cuore, ispirata all'amore. Dio vuole essere ubbidito perché vuole che ci si affidi totalmente a Lui e si risponda al suo amore con un amore incondizionato. Fede e amore costituiscono il primo dei comandamenti e il senso di tutti gli altri:
"Ascolta, o Israele: i1 Signo-re è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le tue forze" (Dt 6,4-6).
Dio chiede "sincerità nell'intimo" (Sal 51,8), e si lascia trovare solo da chi lo cerca con cuore sincero (Tb 13,17). È in forza di questo amore verso Dio che il pio israelita trova amabile e desiderabile la sua legge: "Coloro che lo amano si saziano della legge" (Qo 2,16).
E quando diventerà chiaro che Israele è venuto globalmente meno a questa esigenza di fedeltà interiore e di osservanza amorosa della legge di Dio, la promessa che Dio farà di una nuova legge e di una nuova alleanza includerà quella di un "cuore nuovo", capace di amare:
"Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore" (Ger 31,33). "Darò loro un cuore capace di riconoscermi, perché io sono il Signore" (Ger 24,7).
Nel salmo responsoriale di oggi (cfr. Sal 147, 12-13.15-16.19-20) l'orante invita Gerusalemme, ossia il popolo eletto a glorificare il suo Dio Ed ecco l'argomento dell'ultima strofa: Gerusalemme! Ritorna così all'inizio della prima strofa. Il nuovo invito a lodare, a glorificare, è rivolto a Gerusalemme, a Sion. E segue la motivazione.
Il Signore ha irrobustito le stanghe delle sue porte contro chiunque volesse ancora violarle, e ha elargito le sue benedizioni ai figli che abitano dentro la città santa. Vi ha, per di più, portato dentro la pace, come nella sua dimora normale e sicura, e nutre i cittadini con fiore di frumento.
Per la parola del Signore c'è un'altra missione da compiere: completare l'opera di restaurazione morale e religiosa della nuova comunità. Comunicare a questa la volontà divina, lo statuto e la legge che la devono governare ed assicurarne lo sviluppo continuo. Da Dio giungono i comandamenti, "le parole" a Giacobbe, i precetti e gli articoli di legge (giudizi) a Israele. La legge divina è saggia, ridona vita, assicura il successo (vv. 15-19).
Come Israele può considerarsi privilegiato per essere così guidato e sorretto dal vigile governo di Jhwh! Quale altra nazione potrebbe avere un simile vanto? A chi il Signore ha "fatto noti" i suoi giudizi?
Il salmista - proprio come noi leva lo sguardo verso l'invisibile Donatore, che agli occhi degli oranti si rivela nella luce di "salvatore" e "medico" ma anche nello splendore del Signore assoluto, il cui Verbo creatore è all'origine di tutto ciò che accade. Come cristiani, possiamo ripetere tali asserzioni sulla Parola divina alla luce della teologia neotestamentaria del Verbo, e vedere quindi la discesa della Parola creatrice (vv. 15.18) e della Parola della Rivelazione (vv. 19s.) pensando a Gv 1,3: "Tutto è stato fatto per mezzo del Verbo e senza di lui non è stato fatto niente di ciò che è stato fatto", come pure a Gv 1,14: "E il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora in mezzo a noi, e abbiamo visto la sua gloria, gloria come dell'Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità".
Il cosiddetto "Discorso della Montagna" di Gesù lo possiamo chiamare anche la "legge fondamentale della Chiesa" (cfr. oggi Mt 5, 17-19).
L'evangelista Matteo raccoglie in tre capitoli del suo Vangelo (Mt 5-7) gli insegnamenti principali di Gesù per i suoi discepoli. Dopo averli introdotti con le Beatitudini in cui dice di chi è la vera felicità, illumina le tenebre degli uomini con una luce, la sua luce: Gesù che è la luce del mondo, e allora a quei discepoli che egli chiama e che seguono questa luce indica quale sarà il loro vero compito nella storia: "essere sale della terra e luce del mondo". Di qui scaturisce quello che la comunità cristiana ha da dire al mondo.
Con due semplici frasi Gesù passando dalle immagini alla concretezza della vita caratterizza così il fare e il fine delle responsabilità della Chiesa nel mondo:
Il FARE dei discepoli: gli uomini vedano il bene che voi fate!
Il FINE dei discepoli: lodino il Padre vostro che è in cielo!
Matteo dice Padre vostro, una espressione che deve illuminare tutti gli insegnamenti contenuti in questo discorso che è rivolto principalmente ai discepoli. Così dovrà agire il figlio di Dio, cioè il discepolo di Gesù.
Dicono che nel IV secolo, a Gerusalemme, il monte degli Ulivi fosse tutto coperto di chiese e monasteri. Ne sono rimasti parecchi anche oggi; quello del Carmelo raccoglie una delle reliquie più sacre di questo monte: è la grotta detta degli Insegnamenti del Signore o del Padre Nostro. Questa grotta è ancora visibile, in essa i discepoli hanno imparato da Gesù tanti insegnamenti per poter vivere da suoi veri seguaci.
In che rapporto sta la Legge di Mosè con quella di Gesù?
La prima cosa che Gesù vuole chiarire ai suoi discepoli, giudei osservanti, è che Egli non è venuto per abolire la Legge di Mosè e dei Profeti, ma per farla compiere in modo più perfetto.
Da adesso in poi il discepolo non ascolterà più Mosè e i Profeti, ma Gesu, ed è nella luce di Gesù che tutto l'Antico Testamento, che pure è parola di Dio, rivela le sue ombre e la pienezza del suo significato. La parola e l'agire di Gesù saranno la legge fondamentale della comunità cristiana perché soltanto Gesù interpreta, vive e compie in modo perfetto esplicitando tutto quello che negli antichi insegnamenti era solo implicito:
"Non dovete pensare che io sia venuto ad abolire la legge di Mosè e l'insegnamento dei profeti. Io non sono venuto per abolirla ma per compierla in modo perfetto".
Perciò la legge di Gesù ha anche nelle sue minime espressioni per un discepolo un valore perenne.
"Siamo perciò chiamati a compiere in modo perfetto, come Gesù ha fatto e insegnato, l'insegnamento della legge e dei profeti. Ma come fare per raggiungere questo ideale? La risposta sarà data a poco a poco da tutta l'opera di Matteo. Il Discorso della Montagna è soltanto una prima e importante presa di posizione" (M.Galizzi).
Il decalogo riletto alla luce di tutta la storia della salvezza narrata nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento aiuta a recuperare alcuni valori e atteggiamenti fondamentali della spiritualità cristiana che ogni cristiano è chiamato a coltivare. Il più importante di questi valori è il primato di Dio nella vita cristiana. Il primo comandamento "Non avrai altro Dio fuori di me" assume, nell'esistenza del credente, un significato e un rilievo assoluto rispetto alla nostra realtà, il suo essere il "nostro" Dio, il nostro tutto, la nostra unica speranza di vita e di felicità. La sua trascendenza poi, che appare totale fin dalle prime pagine della Bibbia, è venuta via via purificandosi all'interno della storia della salvezza. Essa è alla base di tutta la spiritualità cristiana: "Dio solo!", "Mio Dio e mio tutto!", "Alla maggior gloria di Dio" sono soltanto alcune delle espressioni di questo primato del totalmente altro nella storia della spiritualità cristiana. Lo stare davanti al Dio "totalmente altro" domanda insieme una infinita riverenza (l'adorazione!) e un affidamento incondizionato. Una riverenza infinita anzitutto: "Non avvicinarti - dice Dio a Mosè dal roveto ardente - togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!" (Es 3,5). Ma anche affidamento incondizionato: credere significa appunto contare totalmente ed esclusivamente su Dio, sul suo amore fedele, sperare tutto da lui, con la certezza di non restare delusi e vivere questa certezza nelle scelte concrete dell'esistenza. La consapevolezza della trascendenza di Dio non esclude dalla fede il desiderio di vederlo. Nel momento culminante della rivelazione del Sinai, Mosè osò un giorno domandare a Dio: "Mostrami la tua Gloria!". E Dio accondiscese, se pure in modo parziale, al suo desiderio: "Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome, Iahvè, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia... Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Es 33,18-19). Da Mosè a oggi, l'aspirazione al dono della contemplazione di Dio resta l'apice di ogni spiritualità credente. È anche questo il significato del ruolo che, dal Sinai in poi, ha sempre avuto il deserto, come luogo d'incontro con Dio, nella spiritualità biblica e cristiana. Dio si è rivelato a Mosè e al popolo d'Israele nella solitudine di un deserto vero, lontano da ogni altra certezza, conforto, promessa di felicità, che non fosse Dio. Anche se i quarant'anni della peregrinazione d'Israele nel deserto furono contrassegnati, al pari di tutta la sua storia dall'infedeltà e dal peccato, i profeti, Osea soprattutto, rievocheranno spesso quel periodo con nostalgia, identificandolo con il tempo dell'idillio. E i tempi messianici saranno visti anche nella prospettiva di un ritorno all'intimità sponsale del deserto: "Perciò, ecco l'attirerò a me - promette Dio attraverso il profeta Osea -, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore... Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. E avverrà in quel giorno, oracolo del Signore, mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più mio padrone" (Os 2,16-18). Gesù stesso si preparò al suo compito nel deserto. Ancora oggi, un antichissimo monastero sorge sulle pendici del Sinai, il monastero di S.Caterina, segno di questa aspirazione della fede a passare dalla visione indiretta di Dio che la caratterizza, a quella "visione a faccia a faccia" verso cui è incamminata.
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26 febbraio 2008 - Martedì della Terza Settimana di Quaresima 
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Il sacrificio gradito a Dio
Assieme a Dn 9,4 19 e Bar 1,15 3,8, e un libro trovato a Qumran chiamato "la preghiera dei Luminari", la cosiddetta "preghiera di Azaria" (cfr. Dan 3,25.34-43) che leggeremo quest'oggi fa parte della tradizione liturgica penitenziale del giudaismo postbiblico. Appartiene alla tradizione delle lamentazioni nazionali dei salmi (Sal 74, 79, 80). Differisce da questi salmi per l'uso esplicito di un modello della tradizione della teologia dell'alleanza con allusioni occasionali al linguaggio di Dt 28 32. La forma letteraria è quella dell'inno (del tipo del Sal 148). Non può, in quanto tale, essere datata con precisione perchè il suo tema è perenne. La data suggerita è il terzo secolo. La funzione liturgica di questa composizione non si è perduta all'inizio della Chiesa cristiana. E' stata anzi inclusa nella collezione delle "Odi" in appendice al libro dei Salmi nei manoscritti greci della Bibbia, scritti nel quinto secolo e dopo. Il suo uso continua nella liturgia della chiesa greca ortodossa. Il canto dei tre fanciulli nella fornace, come viene anche indicato, è rimasto in molti inni della chiesa latina con il nome latino di "Benedicite opera omnia". Il testo di Dn 3, 24 45 è chiamato preghiera "di Azaria" perchè secondo il testo di Teodozione è solo Azaria a pregare (Dn 3,25), mentre per il testo greco dei LXX sono tutti e tre i compagni a pregare: Anania, Azaria e Misaele (Dn 3,24 25). E' inserito nella parte del libro di Daniele la cui lingua originale è l'aramaico. Dal contenuto della preghiera si evince che essa non si riferisce direttamente ai tre martiri che chiedono la liberazione dal fuoco ma a tutto il popolo di Israele, a favore del quale essi intendono intercedere come appare dai vv. 29 31 che riassumono l'oggetto centrale della loro preghiera:
"perchè ti abbiamo offeso con tutte le nostre trasgressioni e ti abbiamo voltato le spalle. Non abbiamo ubbidito alla tua legge, abbiamo sbagliato completamente strada. Non abbiamo osservato i tuoi comandamenti, li abbiamo dimenticati e non abbiamo fatto quello che ci avevi comandato per il nostro bene. Abbiamo meritato la tua condanna; tutti i castighi che ci hai mandato sono giusti".
Se queste parole si riferissero solo ai tre martiri sarebbero in contrasto con la situazione in cui essi vengono a trovarsi: sono nella fornace di fuoco proprio perchè hanno obbedito ai comandamenti di Dio rifiutando il culto all'idolo d'oro. Forse la preghiera è stata inserita a questo punto perchè riflette la situazione di persecuzione di Antioco IV e l'episodio sarebbe simbolo della persecuzione e del martirio. I vv. 28 31 fanno pensare a una preghiera che era dapprima autonoma e indipendente e che non aveva niente a che fare con la fornace di fuoco ma che forse originariamente era collegata con il culto. Nel testo dei LXX più lungo appaiono gli amici con i nomi "ebraici" grecizzati e tra essi Azaria prega non da solo ma assieme agli amici. Questi versetti appaiono come un titolo generale. Azaria interviene come la persona principale ed esprime i sentimenti e i pensieri anche dei compagni nella preghiera. Ecco i vv. 3,35 36:
"non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico, di Isacco tuo servo, d'Israele tuo santo, ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare".
Sono versetti con una portata cultuale notevole e si riferiscono tra l'altro certamente alla preghiera di intercessione di Mosè nell'Esodo. Dan 3,35 ricorda i tre patriarchi Abramo, Isacco, Israele in un ordine che è raro nella Bibbia. Tutti i brani dove Abramo, Isacco e Israele sono ricordati insieme hanno rapporto con il culto o la preghiera.
La preghiera di intercessione di Mosè fu pronunciata dopo l'adorazione del vitello d'oro. Il testo di Es 32,13 si ritrova testualmente quasi alla lettera in Dn 3,36.
Es 32,13: "e hai detto loro renderò la vostra discendenza come le stelle del cielo..." e Dn 3,36: "ai quali hai detto di moltiplicare la loro stirpe come le stelle del cielo".
Il Salmo 24 (25), 4-5.6-7.8-9 è un canto di lamentazione di un uomo che si sente abbandonato da Dio. Ma forse è il contrario: è lui che si è allontanato da Dio, forse senza accorgersene. Perciò Egli rivolge a Dio la sua preghiera perché lo aiuti a ritornare sulla buona strada: "Fammi conoscere le tue vie, Signore, insegnami il cammino da seguire". Per spingere il Signore ad ascoltarlo, gli ricorda i favori che gli ha concesso nel passato, la misericordia che gli ha dimostrato e lo fa con un linguaggio tipico della Bibbia quando indica le principali caratteristiche di Dio. Se i peccati commessi dal salmista in gioventù fossero un ostacolo alla misericordia di Dio, li dimentichi, e ricordi solo la sua bontà usata da sempre verso di lui. Egli svolge in modo semplice il suo ragionamento: Dio è buono e retto, perciò mostra la via a chi sbaglia. Il Signore conduce nella conoscenza e nella pratica della legge gli umili che non si lasciano deviare dall'orgoglio e dalle ricchezze, e perciò possono essere suoi docili discepoli. Perciò chi osserva il patto e le leggi del Signore fa anche l'esperienza della sua dolcezza che soddisfa le esigenze del cuore, e della luce della verità che dà sicurezza. Stando così le cose, il salmista riprende coraggio e implora il perdono. Ne ha molto bisogno perché sente che grande è il suo peccato. Se la bontà, la rettitudine e la misericordia di Dio è così grande, chi teme il Signore può contare sulla sua assistenza. Egli insegnerà la via da percorrere. Il salmista parla in genere, ma soprattutto pensa alla sua vita perché qui è contenuta la risposta alla preghiera del v. 4: "Fammi conoscere le tue vie". Chi pratica la Legge può contare sui beni di Dio, ricompensa normale per i buoni (cf sal 38). Il sal 24 è in un rapporto molto buono con lo spirito di Gesú. Questi, anche se era senza peccati, si sentiva solidale con i peccatori: "Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?"" (Mt 9, 11; Mc 2, 17), per condurli a quella purezza che il salmista desidera per sé ardentemente. Gesù accettò di morire per noi peccatori: "Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Anche i cristiani come il salmista, devono credere che "la nostra speranza non sarà confusa" (Rm 5, 5; cf 9, 33; Eb 6, 19). La meditazione di questo salmo ci ricorda che anche a noi è raccomandato l'ascolto della Parola di Dio. Gesù si è proclamato "via, verità e vita".
L'attesa personale del salmista è la nostra, un'attesa che si fa desiderio ardente di entrare in intimità con il Signore per amarci gli uni gli altri e comportarci in modo conforme alla volontà di Dio. L' uso liturgico di questo salmo ha sempre a che fare con il Signore come via della vita, come colui che sta per arrivare come salvatore. Il salmista innalza al Signore la sua anima perchè sa che le sue vie sono verità e giustizia, che egli è fedele, che è guida al nostro cammino. E' normale quindi la richiesta perchè il Signore si ricordi del suo amore, si rivolga verso l'orante e gli usi misericordia.
Quello che l'orante del sal 24 chiede nella sua preghiera è quello che ogni cristiano dovrebbe chiedere: (1) che il Signore gli faccia conoscere con chiarezza la sua volontà e lo aiuti a realizzarla; (2) che il Signore perdoni i suoi peccati. Il salmista ha posto nel Signore tutta la sua fiducia ed è sicuro di essere, nelle sue richieste, esaudito, perciò aspetta e spera con ansia l'esaudimento con la possibilità di raggiungere quella felicità promessa a chi è fedele, a chi teme il Signore.
L'ultima parte del capitolo 18 del Vangelo di Matteo (vv. 21-35) è una delle pagine più belle del NT sul perdono cristiano. Pietro si crede generoso perché perdona fino a sette volte (il numero della pienezza), ma Gesù, parafrasando il canto della spada di Lamech: "Se Caino dev'essere vendicato sette volte, Lamech lo sarà settantasette volte" (Gn 4,24) moltiplica la pienezza all'infinito. E Gesù illustra questo insegnamento con la bellissima parabola del debitore che non sa perdonare. Il perdono di Dio, di cui tutti abbiamo bisogno, ci viene dato a condizione che anche noi sappiamo perdonare:
"Perché il regno di Dio è così. Un re decise di controllare i servi che avevano amministrato i suoi beni.
Stava facendo i suoi conti, quando gli portarono un servitore che doveva pagargli un'enorme somma di denaro. Ma costui non poteva pagare, e per questo il re ordinò di venderlo come schiavo e di vendere anche sua moglie, i suoi figli e ciò che possedeva, per fargli pagare il debito. Allora il servitore si inginocchiò davanti al re e si mise a pregarlo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto!".
Il re ebbe pietà di lui: cancellò il suo debito e lo lasciò andare.
Il servitore uscì e per la via incontrò un suo compagno che doveva pagargli una piccola somma di denaro. Lo prese per il collo e lo stringeva fino a soffocarlo mentre diceva:
"Paga quel che mi devi!"
L'altro cadde ai suoi piedi e si mise a supplicarlo:
"Abbi pietà con me e ti pagherò"
Ma costui non volle saperne, anzi lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse pagato tutto il debito. Gli altri servitori videro queste cose e rimasero molto dispiaciuti. Andarono dal re e gli raccontarono tutto quel che era accaduto.
Allora il re chiamò di nuovo quel servitore e gli disse: "Servo crudele! Io ti ho perdonato quel debito enorme perché tu mi hai supplicato.
Dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te".
Poi, pieno di collera, lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse pagato tutto il debito".
E Gesù aggiunse: "Così il Padre mio che è in cielo farà con ciascuno di voi, se non perdonerete generosamente al vostro fratello"" (Mt 18, 23-35).
La lezione che Gesù ricava dalla parabola richiama la preghiera del Padre Nostro. Appartenere al regno di Dio è un atto della misericordia e della compassione divina, è un atto di perdono da parte di Dio che impegna al perdono, altrimenti non si potrà mai far parte del Regno di Dio né ora, né quando si sarà realizzato nella sua pienezza.
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25 febbraio 2008 - Lunedì della Terza Settimana di Quaresima 
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Ripensando al nostro battesimo
L'episodio più interessante delle vicende del profeta ELISEO, erede spirituale di Elia, e che comprende tutto il c. 5 del Secondo Libro dei Re, è quello della guarigione di Naaman, il Siro. Lo vorrei raccontare brevemente.
Il re di Aram (Siria-Damasco) aveva un comandante dell'esercito di nome Naaman. Era da lui molto stimato perchè il Signore per mezzo suo gli aveva fatto vincere parecchie battaglie. Quest'uomo era infetto da una grave malattia della pelle, forse la lebbra. Sua moglie aveva una schiava di origine israelitica la quale aveva detto alla sua padrona che se il marito avesse incontrato a Samaria il profeta Eliseo sarebbe guarita. Il re aderì con entusiasmo alla proposta e diede a Naaman una lettera assieme a molti regali per il re d'Israele. Nella lettera c'era scritto: "Con questa lettera ti presento il mio servo Nàaman: guariscilo dalla sua malattia". Ma il re d'Israele dopo aver letto questa lettera andò su tutte le furie e l'interpretò come una provocazione da parte del re di Aram. Il profeta Eliseo lo venne a sapere e mandò a dire al re: "Manda quell'uomo da me e si accorgerà che c'è un profeta in Israele!". Naaman si recò da Eliseo il quale gli disse di recarsi al fiume Giordano e di immergersi sette volte nelle sue acque così il suo corpo sarebbe guarito. Il generale si irritò per l'assurdità della cosa che gli veniva richiesta: in Siria i fiumi di Damasco erano certamente migliori del Giordano e di tutti i fiumi d'Israele. Perciò se ne andò via furibondo. Ma i suoi amici gli consigliarono di fare quanto gli chiedeva il profeta fiduciosi che sarebbe guarito. Naaman si lasciò convincere, si recò al Giordano, si immerse nelle sue acque, sette volte, guarì e la sua pelle divenne pura come quella di un bambino. Poi si recò dal profeta per ringraziarlo e disse: "Ora so che su tutta la terra c'è soltanto un Dio, quello d'Israele!" E voleva dargli tanti doni. Ma il profeta non volle accettare nulla. Allora Naaman portò via un po' di terra d'Israele, terra santa, e mostrò il desiderio di cominciare a credere in Jhwh, l'unico vero Dio, che gli aveva dato la guarigione.
Il salmo responsoriale di oggi è costituito da alcuni versetti dei salmi 41 (2-3) - 42 (3-4). Si apre con il famoso paragone, della cerva che d'estate, dopo una corsa estenuante, anela alle sorgenti d'acqua viva. Questo ansimare dell'anima scaturisce dall'ardore dell'anima di un sacerdote di Israele anelante al suo Dio. Il medesimo concetto viene subito ripreso senza metafore, spiegato e ripetuto con insistenza. La mia anima ha sete del Dio vivente, in contrapposizione degli dèi vani, al cui culto il salmista deve purtroppo assistere nel paese in cui vive. In mezzo all'idolatria, vedendone tutte le aberrazioni, una nostalgia irresistibile lo porta a Gerusalemme, al santuario del vero Dio e si domanda: quando potrò partecipare alle feste, nel tempio, e contemplare il volto del mio Dio? A questo scopo basterà che il Signore mandi davanti a sé la sua "luce" che illumini l'orante in quella terra di tenebre e di morte (Is 8, 22-9,1) ed egli possa esserne guidato fuori. Gli mandi la sua "verità" da contrapporre alla menzogna e all'errore, affinché nella stabilità e nella fedeltà si confermi nel servizio del vero Dio. Con la loro guida è sicuro di potere ancora raggiungere il "monte santo" e l'altare di Dio. Allora in mezzo a una folla esultante di gioia potrà accostarsi all'altare di Dio per offrire un sacrificio di ringraziamento e cantare un inno a Dio liberatore. Arrivato al vertice della gioia può riprendere il suo dialogo interiore, passare dalla tristezza alla gioia e gustare quella mistica carezza con quel grido, ripetuto tante volte dalle anime mistiche: "Dio, Dio mio!". L'uso del salmo nella liturgia romana orienta verso le due vie di interpretazione indicate dai Padri: è la preghiera di Cristo e del cristiano. Come salmo della passione, è la preghiera di Cristo; come salmo della dedicazione dell'altare e dell'eucarestia è la preghiera del cristiano a Cristo. Nei prossimi giorni, nella quinta domenica di Quaresima in particolare, il canto di "introito" formato da questo salmo introduce i fedeli negli stessi sentimenti di Cristo sofferente e ci prepara al tempo di Passione. Altro uso si riferisce al culto dell'altare. Questo salmo viene cantato mentre il vescovo sparge l'acqua lustrale sulle cinque croci della pietra dell'altare. Anche l'applicazione del salmo all'Eucarestia è abbastanza tradizionale.
Concludendo, si potrebbe dire che questi due salmi sono unificati dal tema centrale della nostalgia: rifiuto del passato, disgusto per il presente e desiderio del ritorno. La nostalgia del Tempio è presente in ogni versetto del salmo, ma soprattutto Dio è presente in ogni versetto del salmo. L'orante costretto a vivere lontano dal Tempio fisicamente, forse alle sorgenti del Giordano al nord, alle falde del monte Ermon, ripensa ai bei tempi quando poteva recarsi al Tempio per pregare il suo Signore. Si sente anche isolato spiritualmente in un ambiente pagano estraneo all'alleanza. Esprime questa nostalgia del Tempio e questa nostalgia di Dio con le immagini più belle. Lontano dal Tempio ma soprattutto lontano da Dio ha l'impressione di essere stato dimenticato, rifiutato da Dio e immerso nel baratro della morte. Di qui egli anela alle acque vive, alla fonte della vita che è Dio, il Dio della vita, il Dio vivente. Vivere per il salmista significa lodare, celebrare, rendere grazie a Dio per i continui benefici che egli concede agli uomini. Quando il salmista rievoca il suo passato pensa a una festosa assemblea liturgica nel tempio di Gerusalemme. Questo salmo diventerà poi la preghiera di Cristo sacerdote, re, profeta, perseguitato perchè si è proclamato: Figlio del Dio Vivente. E' la preghiera del cristiano che si sente membra di Cristo, è la preghiera di ogni anima assetata di Dio e che quindi anela ad incontrare il volto di Dio.
Nel Vangelo di Luca (cfr. Lc 4, 24-30), Gesù dopo aver fatto il suo discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret, lo commenta con due esempi tratti dall'AT, dalle vicende dei profeti Elia ed Eliseo. Come questi due profeti furono inviati ai pagani anche Gesù non è stato mandato ai soli figli di Israele, ma a tutti gli uomini per salvarli. Il vangelo mostra l'importanza dello Spirito Santo nella persona, nella vita e nell'impegno apostolico di Gesù. Con la predica di Nazaret viene inaugurata la missione di Gesù anche tra i pagani, tema caro a Luca, sviluppato soprattutto nel libro degli Atti degli Apostoli.
Anche noi cristiani siamo stati consacrati dallo Spirito nel Battesimo. Nella tradizione cristiana il fatto di Naaman il Siro, raccontato nella prima lettura, è stato visto come una figura del Battesimo al quale in Quaresima si preparavano i catecumeni e le cui promesse anche noi rinnoveremo durante la Veglia Santa nella Notte di Pasqua. L'acqua battesimale è un'acqua sepolcrale e materna. Anticamente il Battesimo si faceva per immersione per indicare con questo gesto la partecipazione alla morte di Cristo per poi risorgere assieme con Lui. Per entrare in quel mondo nuovo inaugurato dal Signore Risorto dobbiamo passare attraverso la morte. Dalla morte alla vita. Il nostro Battesimo non resta un fatto isolato, staccato dalla nostra vita passata ma è l'origine e la norma della nostra vita cristiana. Vivere in Cristo vuol dire morire ogni giorno con Lui, rinunciando ad ogni nostra pretesa egoistica e particolaristica per lasciarci condurre dal suo Spirito.
In questa settimana la Quaresima assume una rilevanza battesimale in tutte le letture bibliche che ci aiuteranno a prepararci alla Pasqua come festa del nostro Battesimo in cui siamo diventati creature nuove.
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24 febbraio 2008 - Terza Domenica di Quaresima 
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Il primo "scrutinio" nell'itinerario catecumenale verso il Battesimo si celebrava nella Terza domenica di Quaresima. Attraverso la lettura di Esodo 17, 3-7 si faceva emergere l'esperienza della sete che il popolo aveva sofferto nel deserto e l'esperienza della bontà di Dio che colma questa sete con il dono dell'acqua viva che salva che diventa simbolo del battesimo nell'episodio dell'incontro di Gesù con la samaritana (è il vangelo che si legge quest'oggi!): "se uno beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete: l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente per l'eternità" (Gv 4, 14), e simbolo dello Spirito come ricorda Paolo nel testo della Lettera ai Romani che si legge in questa domenica come seconda lettura.
Gesù chiede alla samaritana l'acqua da bere per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell'amore di Dio.
"Se tu conoscessi il dono di Dio!" dice Gesù alla samaritana. Quante volte noi ignoriamo il dono che Dio ci fa attraverso il suo Cristo! Gesù spesso ci offre il dono della manifestazione del suo mistero attraverso i nostri fratelli sofferenti, poveri, disprezzati ed emarginati, ma noi non sappiamo scorgere il volto di Cristo in questa umanità sofferente. "Se tu conoscessi il dono di Dio", ci dice Gesù ancora una volta. Abbiamo tra le mani la parola viva di Dio, ma non la facciamo penetrare nel nostro cuore. Il Cristo si rivela a noi nel suo Vangelo, ma questo messaggio non trasforma la nostra vita. Un altro tema che ci suggerisce il colloquio di Gesù con la samaritana è la realtà indiscussa che l'interiorizzazione della Parola è l'unica fonte della felicità autentica, profonda ed eterna. Il nostro cuore e quello dei nostri fratelli è assetato di vita, di felicità, di salvezza. Ora Gesù ci insegna che questa sete può essere estinta e per sempre, bevendo l'acqua viva della sua parola, della sua verità, della sua rivelazione.
La seconda lettura dà tutto il significato spirituale al vangelo della samaritana. Esso ci ha fatto prendere contatto con l'acqua che zampilla per la vita eterna. La prima lettura ci ha mostrato i figli di Israele nella loro disperata ribellione per la sete. Ora eccoci con San Paolo in piena speranza. "La speranza poi non porta alla delusione, perché Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato" (Rm 5,5). E' il dono dell'amore che soltanto disseta. "È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama" (Rm 5,7-8). L'acqua è il segno di un dono, il dono dell'amore che rende giusti per mezzo dello Spirito.
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23 febbraio 2008 - Sabato della Seconda Settimana di Quaresima 
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La parabola del Padre misericordioso
L'ultima parte del libretto del profeta Michea (cf. Mic 6,1-7,7) prima della conclusione finale contiene discorsi di minaccia. Il popolo di Israele vive con il ricordo dei giorni antichi, quando il Signore uscì dall'Egitto a capo del suo popolo liberato. Dio chiama a testimoni i monti, i colli e le fondamenta della terra. Quello che avviene tra Dio e il popolo, riguarda tutta la creazione:
"Popolo mio, che male ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondi!" (6,3).
Sono domande provocatorie, provengono da un cuore inquieto, che esige una risposta, cerca comprensione. Non conosciamo il nome dell'uomo che fa queste domande ma conosciamo la risposta che riceve, il celebre testo di Michea:
"In realtà il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene, quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio".
Tutta la legge e i comandamenti: la pratica della giustizia sta al primo posto; rispettare l'altro, non conculcare i diritti; dargli quello di cui ha bisogno.
Il libretto di Michea si conclude con tre capitoli inseriti in un secondo momento. Testimoniano che la fiducia in Dio non si è mai spenta, viene annunciata la nuova Gerusalemme, splendido centro per tutti i popoli e si conclude con una professione di fede nel Dio dell'amore:
"Nessun dio è come te, Signore: tu cancelli le nostre colpe, perdoni i nostri peccati. Per amore dei sopravvissuti del tuo popolo, non resti in collera per sempre ma gioisci nel manifestare la tua bontà. Avrai di nuovo pietà di noi: calpesterai le nostre colpe e getterai i nostri peccati in fondo al mare. Mostrerai ancora la tua fedeltà e il tuo amore ai discendenti di Abramo e di Giacobbe, come avevi giurato allora ai nostri antenati".
Colui che prega il Salmo 102 (103) ha fatto anche lui l'esperienza della misericordia di Dio. Il salmo si apre con un auto-invito, alle fibre più intime del proprio essere: "Benedici il Signore!". L'orante invita l'anima sua a benedire il suo Signore, a lodarlo dal profondo del cuore, e a magnificarne il Nome santo. Ricorre, come nel sal 104, 1 l'espressione: "nel mio interno" che potrebbe indicare tutti i vari organi interni. Come un'onda polifonica in progresso, ripete, al secondo versetto l'auto-invito iniziale e vi aggiunge saggiamente una raccomandazione, motivo e tema di tutto il salmo: "Non dimenticare!". Passato il pericolo, capita a tutti di dimenticare i benefici ricevuti. Anche chi è stato tirato fuori dall'abisso del male può essere tentato, un po' alla volta, di inorgoglirsi del bene che sta compiendo e assumere un atteggiamento di autosufficienza. Allora l'orante si autoinvita a fare memoria, a ripercorrere il cammino della propria storia per ricordare tutti i benefici di Dio e mettersi nella giusta posizione davanti a Lui. L'orante dice a se stesso: ricordati di benedire il Signore perché egli perdona tutte le tue colpe e guarisce tutte le tue malattie. Le malattie dell'anima, le debolezze connesse con il peccato. L'uomo, appena si presenta a Dio e si specchia nella santità è, per riflesso, subito colpito dalla propria miseria. Guai se Dio non s'inchinasse con la sua misericordia a sollevarlo. E' la prima necessità di ogni spirito che anela alla comunione con Dio. Il salmista l'ha sperimentato, e perciò di questo segnalato favore, ringrazia per prima cosa il Signore. Dio sollevandoci con le sue mani ci strappa dalla fossa della morte e ci "circonda di bontà e di tenerezza". Egli ci colma di beni nel corso degli anni e noi, invece di diventare vecchi, diventiamo più giovani. Ci pare di sperimentare una seconda giovinezza, meno ardente, con minori illusioni, ma più tranquilla nel possesso dei beni che abbiamo e più abile e sperimentata nello sfruttare il godimento. A questo punto il salmista pone tre difficoltà molto gravi a cui cerca di dare un risposta: spesso la Bibbia parla dell'ira di Dio e dei suoi castighi. Ma ecco la prima risposta: nel colloquio con Dio Mosè aveva ricevuto da lui il suo biglietto da visita: "Il Signore passò davanti a lui proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà"" (Es 34, 6). La sua ira è sempre lenta mentre il suo amore è immenso. Il secondo problema: Dio punirà con un castigo eterno chi ha sbagliato? La risposta è nel v.9 del salmo: "Non rimane per sempre in lite con noi, non conserva per sempre il suo sdegno". E il terzo interrogativo: Dio ci ripaga secondo i nostri peccati? No, anche quando il Signore avrebbe buon motivo di adirarsi e lasciare libero corso alla giustizia vendicativa, sa frenare lo sdegno, dimenticare quanto e come è stato provocato. La misericordia sorpassa la giustizia: "non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe". Come Dio aveva rivelato a Mosè, la sua misericordia giunge fino a mille generazioni, mentre la giustizia persegue l'iniquità e le colpe solo fino alla quarta generazione (Es 33, 7). Ma l'orante per far comprendere la ricchezza illimitata della bontà divina, invece di citare le parole dell'Esodo, presenta tre paragoni. La bontà del Signore su quelli che gli sono fedeli, che hanno cioè il vero senso religioso, è come ciò che divide il cielo dalla terra; è tanto vasta che ha cacciato via da noi le nostre colpe e trasgressioni, come dista l'oriente dall'occidente. Un terzo paragone lo ricava non più dal mondo fisico, ma da quello morale. Un padre ha certamente compassione dei propri figli. Li nutre, li difende, li scusa, li perdona. Così è stato sempre il Signore verso i suoi fedeli. Anche qui il salmista usa il termine coloro che lo temono che ha usato al v. 11 e così collega tra loro questi tre paragoni che danno le misure spaziali e morali della pietà e della misericordia del Signore.
Ed eccoci al Vangelo di oggi. Il cap.15 di Luca è, a buon diritto, considerato il cuore del terzo Vangelo. Già fin dall'inizio si coglie qual è la questione di fondo affrontata: gli agenti delle tasse e altre persone di cattiva reputazione si avvicinarono a Gesù per ascoltarlo. Ma i farisei e i maestri della legge lo criticavano per questo. Dicevano: "Quest'uomo tratta bene la gente di cattiva reputazione e va a mangiare con loro" (Lc 15,1-2).
Gesù è venuto per stare assieme ai colpevoli, a quelli che non osservano le regole, a quelli che rompono il convivere sociale, a quelli che noi chiamiamo i peccatori. A questa categoria appartengono anche le prostitute (Lc 7,36-50), gli agenti delle tasse (Lc 5,27-32), quelli che non sono del popolo di Dio, come i samaritani e i pagani e, nel mondo dei farisei, tutti quelli che non conoscevano la legge e non potevano praticarla. Gesù va loro incontro, accoglie tutti questi, mangia con loro, perché egli incarna un Dio che non è come alcuni pensano, vendicativo, permaloso, irritabile, ma al contrario, un Dio buono, pietoso, ricco di grazia e di capacità di perdono. E Gesù spiega tutto questo con tre parabole che sono tra le più belle del Vangelo: la parabola della pecorella smarrita, quella della moneta perduta, e quella del figlio prodigo o del Padre misericordioso.
La gioia grande del pastore che ritrova la sua pecorella, della donna che trova la sua moneta perduta e della festa in casa che fa il padre al figlio ritrovato sono solo un segno della gioia con la quale Dio accorda la salvezza al peccatore che si pente.
La salvezza appare nel Vangelo di Luca come dono di Dio. Verso la figura del padre converge in questa parabola l'attenzione del figlio prodigo e anche del figlio maggiore. È il padre che colma la distanza fisica e psicologica dei suoi due figli con una carica d'amore che si giustifica nel dono e si rinnova nel perdono.
In queste tre parabole si rivela l'immagine autentica di Dio, è a lui che risale ogni iniziativa nell'opera della salvezza. È un dono destinato da Dio ad ogni persona, dono che accolto liberamente è capace di diffondere la gioia tra tutti coloro che ne vivono.
La parola centrale della parabola del figlio prodigo: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te" è molto simile alle parole di Davide dopo il suo peccato con Bersabea riportate dal Sal 51: "contro di te, contro te solo ho peccato". Tutto ciò che di male il figlio ha fatto riguarda tante cose: gli errori, la vita dissoluta, i rapporti illeciti. Ma tutto è riassunto nel suo rapporto con il Padre, nel suo rapporto con Dio (cf Lc 15,11-32).
Dopo il ritorno del figlio perduto, alla fine in quella casa è tornata la gioia, il risultato di un'immersione profonda nell'accoglienza del Padre, perché il figlio corrotto ha visto il padre buono che lo ha accolto e lo ha rifatto completamente. È stata questa anche l'esperienza della donna adultera, di cui parla il Vangelo di Giovanni (Gv 8,1-11), che all'improvviso si è vista inondata dal perdono creativo di Dio, in un incontro in cui sembra che ella non abbia fatto alcuno sforzo penitenziale ma ha fatto solo l'esperienza della forza rinnovatrice dello Spirito, la capacità di Dio di fare con il suo amore un uomo diverso. La gioia che questa donna, come ognuno di noi, ha fatto nell'esperienza del perdono, non la esprime a parole, ma si vede come ella si è sentita salvata dalla parola di perdono di Gesù.
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22 febbraio 2008 - Venerdì della Seconda Settimana di Quaresima 
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E' Dio che guida i passi dell'uomo
La parte conclusiva del libro della Genesi (cfr. Gen 37-50) parla di Giuseppe, l'Egiziano. Anche questo è un racconto che conosciamo da sempre, fin dalla nostra infanzia. Vale però la pena rileggerlo per coglierne la logica di fondo e capirne veramente il significato. Secondo la critica letteraria, il racconto si svolge seguendo un "principio di trasformazione" che attraversa tre momenti. Un momento nel quale la famiglia di Giacobbe è unita e vi domina la serenità e la pace familiare. Un secondo momento nel quale interviene la crisi e i fratelli cominciano ad odiarsi e complottano contro uno di loro, Giuseppe, decidendo di ucciderlo. Un terzo momento in cui interviene la riconciliazione, il dialogo, la pace e la riunificazione dell'intera famiglia.
Giuseppe forse era il preferito del padre perché figlio di Rachele, la moglie prediletta. Segno della predilezione per Giuseppe è la tunica dalle lunghe maniche che avrà un ruolo importante nel racconto. Questa preferenza del padre verso Giuseppe è all'origine della gelosia e dell'odio dei fratelli. Giuseppe ha dei sogni misteriosi che fanno aumentare la divisione tra i fratelli. L'invidia dei fratelli cresce sempre di più. Giuseppe resta a casa con il padre mentre i fratelli vanno al pascolo. Giacobbe decide di mandarlo dai suoi fratelli. "Cerco i miei fratelli" (Gn 37,16) dice a un uomo che lo incontra. In realtà invece dei fratelli Giuseppe troverà dei nemici. I fratelli infatti lo intravedono di lontano e discutono tra di loro sul modo migliore per eliminarlo. Giuseppe viene venduto agli Ismaeliti ma resta nelle mani dei fratelli la tunica. Essi la intingono nel sangue di un capro e la mandano dal padre come prova della morte del figlio. Il padre piange amaramente il figlio perduto. Intanto Giuseppe è diventato vicerè di Egitto. Ma una terribile carestia ha colpito il paese di Canaan e ha ridotto alla fame la famiglia di Giacobbe. Allora questi manda dieci dei suoi figli in Egitto per procurare del grano e trattiene con sé il più piccolo, Beniamino. Quando i fratelli si presentano davanti a Giuseppe: Giuseppe era governatore in Egitto e vendeva grano a ogni popolo. Quando giunsero davanti a lui, i suoi fratelli "si inchinarono faccia a terra" (Gn 42,6) e Giuseppe li riconosce subito e li mette alla prova accusandoli come spie. Ma essi si difendono: "Noi, tuoi servi, veniamo dalla terra di Canaan e siamo fratelli, figli di uno stesso padre. Eravamo in dodici: il più giovane è rimasto con nostro padre e uno non c'è più" (Gn 42, 13). Interessante questo riconoscersi una sola famiglia e questo includere nel numero anche quello che non c'è più. Giuseppe decide di metterli alla prova. Una prova dura. Fa in modo che si ripeta una situazione analoga alla sua e fa lasciare in Egitto un fratello, Simeone. Devono recarsi dal padre e portare con sé il fratello più piccolo, Beniamino, per dimostrare che davvero sono dodici. "Dopo tre giorni Giuseppe disse loro: "Io rispetto Dio. Fate come vi dico e avrete salva la vita"" (Gn 42, 18). Al loro ritorno avviene la riconciliazione e Giuseppe ha fatto da giudice e da accusatore per mettere alla prova i fratelli, perché riconoscano la colpa, si convertano e riscoprano l'amore fraterno. Bella la scena della riconciliazione: Si mise a piangere così forte che gli Egiziani l'udirono e la cosa fu risaputa anche nel palazzo del faraone. Giuseppe diceva ai suoi fratelli: "Sono io! Sono Giuseppe! È ancora in vita mio padre?" Ma i suoi fratelli erano tanto sconcertati di trovarsi dinanzi a lui che non riuscivano a rispondergli (Gn 45, 2 3). Tutti i fratelli accettano alla fine il principio della trasformazione. Dio si può servire anche del male per compiere il bene: "Volevate farmi del male, ma come oggi si vede, Dio ha voluto trasformare il male in bene per salvare la vita a un popolo numeroso" (Gn 50,20).
Anche il salmista di oggi [cfr. Sal 104 (105), 16-17.18-19.20-21)] ricorda la storia di Giuseppe. Vengono descritti alcuni fatti che hanno preparato l'emigrazione in Egitto. La carestia in Canaan di cui si parla in Gn 41, 54-56 che costringerà la famiglia di Giacobbe ad emigrare in Egitto in cerca di grano. Perchè possa trovare buona accoglienza e così sopravvivere alla carestia, il Signore dispone provvidenzialmente che Giuseppe venga "mandato avanti" come futuro salvatore della famiglia (Gn 45, 5-7), sia venduto (Gn 37,27 ss.) come schiavo (Gn 39,17.19) ai mercanti che si recavano in Egitto. L'accumularsi delle ingiustizie e delle prove su di lui fino al momento in cui si avvera la parola del Signore rivelatasi nei sogni. Così avviene il passaggio dalla prigione al trono accanto al faraone. Il senso della traduzione greca dei vv. 21-22 è più ricco dell'ebraico, perché ciò che aveva portato Giuseppe in alto era stata la sua sapienza, il faraone desiderava che egli, pur essendo giovane divenisse maestro dei principi e degli anziani (vv. 16-22). Perciò il salmista, e noi con lui, esclamiamo: "Ricordiamo, Signore, le tue meraviglie".
Rileggendo attentamente il brano del Vangelo di Matteo che ci viene riproposto oggi si può cogliere una rilettura anzi una riattualizzazione della vicenda di Giuseppe l'Egiziano. Gesù rifiutato dalla gente, diventerà Signore e Salvatore per la potenza di Dio Padre. La parabola dei vignaioli omicidi parla della crisi finale nei rapporti di Dio con il suo popolo. Il riferimento alla storia di Giuseppe non è esplicito, mentre è esplicito il riferimento fin dall'inizio della parabola al "canto della vigna" di Isaia creata dal profeta per indicare le relazioni tra Dio e il suo popolo: Dio ama Israele, Israele è infedele, Israele viene castigato. L'esperienza che l'uomo del Nuovo Testamento e soprattutto il cristiano ha dell'amore e della misericordia di Dio è infinita. Eppure anche con lui quanta infedeltà e ingratitudine! Lo ha affermato Gesù stesso nella parabola che abbiamo riletto quest'oggi nel Vangelo. In essa viene descritto l'interessamento di Dio per i Giudei del suo tempo, al punto da mandare il proprio figlio per esigere il raccolto dagli operai. Ma essi cacciano il figlio fuori dalla vigna e lo uccidono. La Chiesa riconosce in lui la più grande manifestazione dell'amore del Padre. Nella parabola di Isaia è anche interessante notare quante volte ricorre il verbo "fare" e "fare frutti". Non si tratta solo di un amore di sentimento ma di opere. Anche la citazione-commento del Sal 117, 22, caratteristica e fondamentale della Chiesa apostolica fa pensare che la parabola di Gesù nel racconto di Matteo è una sintesi della storia della salvezza, dell'alleanza, passando per la distruzione di Gerusalemme e la fondazione della Chiesa fino al giudizio finale.
La catechesi che ci viene offerta perciò dalla letture bibliche di oggi è chiara: come Dio che guida i passi dell'uomo è intervenuto nella storia di Giuseppe e in tutte le altre "meraviglie" a favore del suo popolo così è stato presente al suo Figlio, rifiutato da coloro a cui l'aveva inviato, sino a ucciderlo.
Il nostro pensiero va già al venerdì santo e alla conclusione felice della Pasqua di Risurrezione. Intravediamo così già la meta finale del nostro itinerario quaresimale.
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21 febbraio 2008 - Giovedì della Seconda Settimana di Quaresima 
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Il ricco Epulone e il povero Lazzaro
Il Vangelo di oggi ci ripropone la parabola del "ricco epulone e del povero Lazzaro" (cfr. Lc 16, 19-31). Forse la conosciamo tutti. Essa si sviluppa in tre tempi: (1) la situazione di Lazzaro e del ricco durante la vita terrena; (2) il cambio di situazione dopo la morte; (3) il dialogo del ricco con Abramo. La parabola vuole evidenziare due atteggiamenti in contrasto tra di loro con cui si cammina nella vita. Dove poniamo la nostra fiducia e la nostra sicurezza? Nell'uomo o in Dio?
La stessa situazione è descritta sia dal profeta Geremia (Ger 17, 5-10) nella prima lettura di oggi che nel salmo responsoriale (Sal 1, 1-2-4.6).
Il profeta Geremia dopo aver fatto l'esperienza del tradimento dei suoi concittadini è arrivato a questa conclusione: è una illusione confidare nell'uomo. Così per il suo popolo: abbandonare Dio per seguire progetti o sicurezze costruite dagli uomini è sterile e dannoso.
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e il cui cuore si allontana dal Signore.
Egli sarà come un tamerisco nella steppa (...),
Benedetto l'uomo che confida nel Signore
e il Signore è sua fiducia.
Egli è come un albero piantato lungo l'acqua (...),
Più fallace di ogni altra cosa
è il cuore e difficilmente guaribile;
chi lo può conoscere?
Io, il Signore, scruto la mente
e saggio i cuori..."
E' il tema delle due vie frequente nelle Scritture e sviluppato dal salmo responsoriale, il primo del salterio. Il ritornello: "Beato chi confida nel Signore" aggangiandosi alla prima lettura sviluppa la tematica delle due vie. La via della Legge/Torah del Signore per avere la luce della vita, la beatitudine della speranza di chi confida nel Signore, la fecondità dei giusti che servono il Signore, la beatitudine di chi cammina nella luce del Signore, la vita che il servo fedele troverà, la beatitudine dell'uomo che spera e che serve il Signore.
La via dell'uomo giusto è descritta nella prima parte del salmo:
Il vocabolo torah (che indica la Parola di Dio) ritorna nel versetto due volte, quasi per accentuarne la centralità. Non si tratta della Legge/Torah intesa in senso normativo, ma della Bibbia, della Parola di Dio, della volontà di Dio sull'uomo espressa nel messaggio della rivelazione divina. I termini qui usati per esprimere l'entusiasmo del salmista per la parola di Dio sono due: quello da me tradotto con la parola "gioia, delizia" e che ha anche la sfumatura di "progetto, impegno". E' quella gioia che scaturisce dalla frequentazione diuturna della torah nel suo significato più genuino di parola di Dio e di conseguenza di Legge, come espressione della volontà di Dio. E l'altro termine è il verbo tradotto con studia medita ma che etimologicamente in ebraico ha il significato di "rimuginare" e che esprime con un'immagine, l'assidua lettura della torah in quanto coinvolgente tutta la persona di chi vi si dedica.
Mentre nella seconda parte del salmo è introdotta dall'immagine della pula paglia che fa da parallelo antitetico all'albero frondoso della prima parte appena illustrato nel v. 3. E' un contrasto potentissimo. I malvagi e gli empi, già descritti nella prima parte, come malvagi, peccatori, bestemmiatori non hanno in se stessi alcuna consistenza. Quando la giustizia di Dio li colpisce sono trascinati via come paglia in balia del vento quando il contadino sull'aia vaglia il grano. Questa immagine della pula non è nuova nel linguaggio biblico e verrà ripresa anche dal NT nell'annuncio del giudizio di Cristo fatto da Giovanni Battista. "Egli ha in mano il ventilabro, per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile" (Lc 3,17).
L'ultimo versetto è la conclusione:
"Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via degli empi andrà in rovina".
Ritornando al Vangelo e alla parabola, Abramo rispondendo al ricco che si trova nell'inferno, riassume bene le due situazioni terrena ed eterna: il ricco era nella gioia, ora è nella sofferenza; il povero era nella sofferenza, ora è nella gioia. Il ricco stolto ha sbagliato perché ha accumulato beni solo per sé e non si è arricchito davanti a Dio. Ma aveva la possibilità di usare rettamente il denaro? L'aveva e la conosceva anche. Egli si rivolge ad Abramo e gli chiede di mandare Lazzaro dai suoi fratelli per avvertirli di non fare lo stesso sbaglio, sembrerebbe che egli è finito all'inferno perché non sapeva. Ma Abramo gli risponde: "E' sufficiente che ascoltino quello che hanno detto Mosè e i profeti". Quel ricco aveva la possibilità di evitare l'inferno facendo del bene ai poveri, come dice la Bibbia. Mosè aveva insegnato: "non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova" (Dt 15,7-8); e nel profeta Isaia si legge: "non è forse questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique... dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, vestire chi è nudo?" (Is 58, 6-7). Gesù ha solo portato alla perfezione quello che Mosè e i profeti hanno detto e ha voluto che si tenesse conto degli altri nella propria vita. E' qui che si decide la salvezza: o il denaro o Dio. Chi sceglie il denaro come proprio dio è escluso dal regno di Dio, ove ci sono Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti. Nel contesto della vita terrena di Gesù l'espressione richiama la risurrezione di Lazzaro. Alcuni ebrei l'hanno visto risorto ma non hanno creduto in Gesù. Nel contesto della predicazione cristiana primitiva il fatto ricorda la risurrezione di Gesù. Gli apostoli annunziano che Gesù è risorto, eppure non hanno creduto. Lo stesso può valere anche per noi. Abbiamo la Parola di Dio che ci viene così spesso proclamata. La Quaresima, in particolare, ci invita a interrogarci con spietata lealtà e con inesauribile fiducia in Dio che salva e ha risuscitato suo Figlio dai morti. In Isaia leggiamo ancora: "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza". Facendo eco a Geremia e al Vangelo, il salmo proclama la beatitudine e la fecondità di "chi confida nel Signore". Se la Quaresima ci provoca fino in fondo, essa ci fa già pregustare la gioia pasquale.
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20 febbraio 2008 - Mercoledì della Seconda Settimana di Quaresima 
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Chi è veramento grande
Il profeta Geremia per più di vent'anni si era presentato ai capi politici e religiosi del suo tempo (VII sec. a.C.) e a tutta la gente di Gerusalemme e aveva parlato inutilmente a nome di Dio. Ma le sue parole non erano servite a nulla e perciò alla fine con l'aiuto del suo amico Baruc, scrivano di professione, dettò i messaggi che aveva annunciato a voce. Ma anche ora non è ascoltato, anzi perseguitato a morte.
Geremia ripeterà continuamente ai suoi connazionali che i profeti sono "servi" che Dio ha mandato con premura per mettere in guardia il popolo sul suo comportamento malvagio e sui castighi terribili a cui andava incontro. Si presenta al popolo parlando a nome di Dio ma senza essere ascoltato che anzi perseguitato a morte (cfr. Ger 18,18-20).
Il salmista che prega nel Salmo 30 (31) è circondato da avversari e da nemici. Nei versetti di oggi (cfr. Sal 30,5-6.14-16) l'orante si rivolge a Dio e gli dice: "Sei tu la mia difesa": ritorna insistente il motivo dell'inizio del Salmo, e poi un'espressione di alto valore religioso: "nelle tue mani metto la mia vita" (= "alle tue mani affido il mio spirito"). Questo consegnarsi a Dio incondizionatamente, considerandolo difesa e salvezza, non può certo lasciare indifferenti. Nel v. 14 sembra delinearsi la persecuzione che il giusto dovrà subire, come il profeta Geremia. La prima parte del versetto forse è una citazione della più celebre "confessione" di Geremia (20,10). Questo collegamento, che fa emergere ulteriormente il modello di Geremia (vedi anche Ger 6,25; 20,3; 46,5; 49,29) ha il suo perno soprattutto nel famoso motto di Geremia qui citato nel testo originale ebraico "paura all'intorno (terrore dappertutto)". L'orante, come Geremia. sente elevarsi intorno un muro di odio che si concretizza in congiure, in trame, in persecuzione. Ciò che sorprende, qui e in altri salmi (6; 22; 38; 41; 102; 109) è proprio questa associazione tra malattia (o sofferenza) e persecuzione. Scrive P. Beauchamp: "Sembra che spesso la malattia-sofferenza del salmista sia l'origine della sua persecuzione, come se la malattia provocasse odio. Nella nostra situazione psichica i sentimenti d'aggressività si sviluppano nell'interno di colui che li sperimenta: la paura che ispira il malato con le sue complicate varianti è il parallelo esatto della cattiveria. La figura del malato perseguitato e quella del malato abbandonato nella solitudine sono connesse reciprocamente da solidi legami. Gli amici di Giobbe, venuti per consolarlo, finiscono per trattare questo lebbroso come peccatore e per accusarlo di colpe gravi. Questo gioco psicologico non è che una variante più raffinata del tema fondamentale: chi muore è escluso dal mondo normale" [P. BEAUCHAMP, Plainte et louange dans les Psaumes, in Christus 13 (1966) 78-79].
Ma contro la congiura degli avversari il salmista leva il suo sguardo a Dio ed esclama fiducioso: "Ma io, Signore, in te solo ho fiducia!". Wa'anî / "ma io", segna il contrasto con la situazione precedentemente descritta. Nonostante tutto egli confida nel Signore e gli dice: "Tu sei il mio Dio". Nelle tue mani sono i miei giorni. So che mi puoi liberare strappandomi dalle mani dei miei nemici e persecutori.
Come Gesù si è rimesso nelle mani del Padre, anche la liturgia, nella preghiera di Compieta ci suggerisce di ripetere ogni sera queste parole prima di addormentarci: rimetterci nelle mani del Padre..."Nelle tue mani affido il mio spirito" : Gesù in croce nell'atto di rendere lo spirito non troverà parole migliori di queste, e dopo di lui, generazioni di martiri, di sofferenti, di perseguitati, di anime innamorate di Dio le ripeteranno per ottenere forza e costanza, coraggio e resistenza, e per esprimere l'abbandono confidente in lui. L'invocazione con la stessa apertura verso la vita diventa il motto del discepolo di Cristo che modella la sua esistenza e la sua morte su quella del maestro.
E' in questa linea che, alle soglie della notte del sonno fisico, segno di un'altra notte e d'un altro sonno, spirituali o definitivi, la liturgia cattolica ha usato questa invocazione come preghiera costante (compieta). Essa diventa così il sigillo delle giornate e della vita di ogni vero fedele, abbandonato totalmente al suo Dio. Mettendo questo salmo sulle nostre labbra, lo possiamo ripetere continuamente non solo per noi ma anche per il mondo di oggi. Ammalati, drogati, emarginati, perseguitati, disprezzati, quante persone considerate come oggetti! Però se abbiamo il coraggio di rileggere il salmo fino alla fine siamo costretti a ripetere anche noi il nostro ringraziamento a Dio.
Il brano del Vangelo di Matteo (cfr. Mt 20, 17-28) giustifica il titolo da me dato a questa pagina.
Nel cammino di Gesù verso Gerusalemme dove si concluderà tragicamente la sua avventura terrena, per la terza volta Gesù annuncia ai Dodici quale sarà il suo destino. Tra il secondo e il terzo annuncio della Passione si inserisce la pretesa dei due discepoli ai primi posti. La tentazione del potere è sempre forte. Matteo educa la sua comunità mostrando come dal mistero di Cristo, da quello che Gesù ha vissuto, si devono ricavare le regole del vivere cristiano e comunitario. Nel descrivere quello che accadrà a Gesù ci si richiama con insistenza all'agire umano e così si prepara il lettore del Vangelo al racconto della passione, in cui gli uomini appariranno come i protagonisti. Ma avremo modo di parlarne.
Ora mi interessa rilevare la scena dei due discepoli e della madre relativa a una spartizione del regno che Gesù instaurerà. Mi sembra interessante notare che la predicazione cristiana nei Vangeli ha sempre unito questo episodio con un annuncio della passione e con l'immagine di Gesù servo che dà la vita per gli altri. La richiesta della madre dei due figli di Zebedeo suona per Gesù come una tentazione. Anche il Diavolo, come qui la madre, aveva iniziato con la stessa frase: "parla perché..." (Mt 4,3). Gesù è invitato a fare uso del suo potere, ma egli non vuole e lascia al Padre quello che appartiene al Padre. Anche il martirio che i due discepoli sono disposti a sostenere con Gesù non dà diritto a nessun privilegio. Nel regno di Dio non ci sono privilegiati, ma comunione. Come appare dalla reazione degli altri dieci, ogni pretesa ai primi posti genera divisione e quindi rottura di comunione. Allora Gesù insegna quale è la vera grandezza. Lo fa mettendo i discepoli a confronto con i potenti di questo mondo, con coloro che nelle nazioni hanno autorità. Ebbene Gesù dice ai suoi: "ma tra di voi non può essere così". La sua chiesa non può organizzarsi nello stile dei potenti di questo mondo. Ad ogni livello si deve vedere che è il servizio che conta. Perché si dia testimonianza a Cristo e al suo Vangelo è indispensabile vedere che si lavora come Gesù-Servo per la liberazione di tutti.
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19 febbraio 2008 - Martedì della Seconda Settimana di Quaresima 
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Ipocrisia: Mai!
Le quattro caratteristiche più significative del messaggio del profeta Isaia di cui leggeremo oggi alcuni versetti sono: si tratta di un uomo politico, negli avvenimenti politici del suo tempo egli vede un chiaro disegno di Dio, dimostra che il Signore parla attraverso i fatti che nella loro bontà o drammaticità manifestano l'adesione o il distacco del popolo da Dio, e infine il suo atteggiamento di "moralista" come appare chiaro nel brano scelto dalla liturgia di oggi per la prima lettura: la condanna dell'ingratitudine del popolo d'Israele verso i benefici ricevuti da Dio, il formalismo religioso di un popolo che si compiace di un culto superficiale, il duro giudizio sull'incoerenza del popolo e sulle sue ingiustizie sociali (cfr. Is 1,10.16-20) .
L'invocazione dei capi di Sodoma e del popolo di Gomorra (è una metafora per indicare Gerusalemme con il suo re e il suo popolo!) ad ascoltare la parola del Signore è un invito solenne ad evitare il culto esterno a cui gli Israeliti riducevano tutto. Ancora un rinnovato invito alla conversione: deve essere il centro di ogni religione. Conversione come profonda trasformazione interiore, quasi una nuova creazione. "Per contemplare il volto di Dio" o "per poter rendere il culto a Dio" bisogna essere sinceri. Viene dal profeta condannato un culto non sincero, che è puro formalismo: perché ai sacrifici vengono mescolati delitti e ingiustizie sociali. Il popolo deve lavarsi le mani, togliere dalle sue azioni il male, fare il bene, rendere giustizia all'orfano e alla vedova, soccorrere l'oppresso. Dio è nauseato: "Le vostre offerte sono inutili... L'incenso che mi bruciate mi dà nausea... Mi ripugnano le vostre feste...". Dio è disgustato perché le mani del popolo di Israele grondano sangue per i suoi delitti. Le stesse mani non possono grondare del sangue dei sacrifici e del sangue dei delitti contro gli innocenti.
E' il problema di sempre: si tratta di essere coerenti. "Imparate a fare il bene, cercate la giustizia!" (Is 1,17). Se l'uomo si sente impegnato, se "impara" a compiere il bene e "ricercare" la giustizia, Dio sarà pronto a dimenticare il passato, a cambiare il "rosso" dei peccati (il sangue) nel bianco della neve, cioè nella purezza del perdono. Sia Gesù che gli apostoli nei loro scritti hanno spesso ripreso le parole dei profeti per combattere il formalismo religioso.
Il salmo 49 (50) di cui sono riportati alcuni versetti (cfr. Sal 49,8-9.16-17.21.23) è una meditazione sul culto. Dio si mostra irritato (è un bell'antropomorfismo!) per un culto, una liturgia ipocrita. Il culto, la liturgia senza impegno nella vita è pura ipocrisia. Naturalmente non si nega il culto. L'uomo ha bisogno anche di espressioni esterne e visibili per esprimere la propria religiosità, ma si nega e si rifiuta un culto privo di vita e di impegno. E' un tema che attraversa tutta la predicazione profetica, dal preesilio (Am 4,4-5) al postesilio (Is 58, 6-7). E' la religione del cuore l'anima della teologia biblica. E' una costante della rivelazione biblica: Dio accetta solo il "sacrificio" di chi vive un'esistenza improntata alla giustizia, alla misericordia e alla fedeltà. Al primo posto c'è il dono di Dio: il salmo rifiuta una concezione religiosa che crede di offrire a Dio per mezzo del culto qualcosa di cui Dio ha bisogno. E' l'uomo che ha bisogno di Dio per vivere ed essere salvato: "invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria". Charles de Foucauld faceva notare che "il grande insegnamento da trarre da questo salmo è che non bisogna onorare Dio col fasto materiale, ma attraverso l'amore e la preghiera che esce dal fondo del cuore. Il fasto del culto può essere di per sè buono e giusto, ma non è il fondo del culto da rendere a Dio: esso nasce dai nostri cuori, dal nostro amore...".
Nel brano di Vangelo che leggeremo o ascolteremo quest'oggi (cfr. Mt 23, 1-12) troviamo la parola più forte che Gesù abbia pronunciato durante la sua predicazione. Lo fa nell'ultima settimana della sua vita a Gerusalemme durante l'aspra polemica con i gruppi dirigenti, politici e religiosi, di Israele. Gesù rileva un'opposizione tra coloro che ascoltano e coloro che predicano e insegnano, ma non mettono in pratica quello che dicono: "fate pure e osservate tutto quello che vi dicono, ma non fate quello che essi fanno". In altri termini la parola di Dio che essi vi comunicano deve essere messa in pratica ma non si deve imitare il loro modo di fare. E i motivi ci sono. Quando l'azione non corrisponde alla parola di Dio, nei maestri prevale il desiderio di dominare gli altri schiacciandoli con pesi insopportabili, cioè con una serie di norme di vita che essi riescono sempre con i loro cavilli ad evitare perchè in loro domina la ricerca di se stessi e la vanità. Quello che conta non è più l'annunzio del Vangelo, ma la loro persona che deve eccellere su tutto e su tutti.
Di qui la lezione positiva di Gesù: "voi non siate così". Gesù non nega che debbano esserci dei maestri, dei profeti, delle guide nella comunità. Sono doni dello Spirito e chi genera altri alla fede mediante l'annunzio della Parola di Dio deve, in qualche modo, sentirsi "padre". Quello che Gesù vuole insegnare è che siamo tutti fratelli. Ciò che conta è questo. L'essere fratelli ci riunisce tutti nell'ascolto di un unico Maestro che solo ci guida, il Cristo e ci rende figli di uno stesso Padre, Dio. Anche oggi il ministero pastorale dei sacerdoti e dei vescovi ha senso solo se è visto come servizio, chi ne fa un motivo di onore ed esalta se stesso sarà umiliato da Dio. Questo devono saperlo con chiarezza quelli che aspirano al presbiterato, come anche Papa Benedetto ha raccomandato fin dall'inizio del suo Pontificato.
Quest'oggi ci viene ricordato dalla Liturgia che la Quaresima è una buona occasione perché la conversione sia profonda per tutti i membri della Chiesa. Grazie a Dio, il Concilio Vaticano II ha demolito tutta una serie di posizioni autoritarie, di formalismi rituali per fare emergere il volto autentico della Chiesa. Questa grande operazione voluta dal Concilio di trasformare la Chiesa in comunità fraterna di servizio si potrà realizzare solo nell'ascolto docile e ubbidiente della Parola di Dio, anche se può sembrare dura come quella di oggi sia del profeta Isaia che di Gesù.
Almeno in Quaresima, proviamoci tutti, con speranza.
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18 febbraio 2008 - Lunedì della Seconda Settimana di Quaresima 
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Conversione all'Amore e al Perdono
In questa seconda settimana di Quaresima la Parola di Dio continua ad insistere sull'invito alla conversione. Potrebbe sembrare un'esagerazione e anche un po' annoiarci ma è ciò di cui ognuno di noi ha bisogno, ogni giorno. Non può avvenire una volta per sempre ma abbiamo bisogno ogni giorno di convertirci. Nel dialogo quotidiano con Dio, nella preghiera, dobbiamo manifestare a Lui i nostri peccati più nascosti, i nostri desideri più segreti, le nostre passioni più intime. E' il modo migliore per prepararci anche a quel sacramento della riconciliazione a cui forse ci accosteremo nella prossima Pasqua.
Quest'oggi, infatti, leggeremo o ascolteremo una bellissima preghiera del profeta Daniele. Il legame di conversione e preghiera, tipico del periodo postesilico per il popolo di Israele emerge in modo speciale da alcune preghiere contenute nel libro di questo profeta. La preghiera di Dn 9,3 21, per esempio, è una preghiera di conversione di tipo liturgico indirizzata al Signore, che comprende una confessione dei peccati e una supplica al Signore.
Questa preghiera "penitenziale" è una lamentazione collettiva destinata a un giorno di digiuno e di espiazione pubblica. Nella confessione che segue il contrasto tra la misericordia di Dio e il peccato del popolo si fa evidente attraverso una serie di citazioni tratte soprattutto dalla letteratura deuteronomistica e da altri profeti. Segue poi la vera e propria supplica in cui si chiede a Dio di allontanare la sua ira e il suo furore e di rinnovare i suoi benefici in modo che il popolo possa essere testimone della bontà del Signore dinanzi a tutti i popoli: "Signore, ascolta; Signore, perdona; Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso, mio Dio, poiché il tuo nome è stato invocato sulla tua città e sul tuo popolo" (Dan 9,15 19).
Un testo molto vicino nello stesso libro di Daniele è la preghiera di Azaria nella fornace ardente (Dan 3,19): "Signore, ascoltaci! Signore, perdonaci! Signore, guardaci! Per amor tuo, Dio mio, intervieni presto in favore di questa città e di questo popolo a te consacrato".
È stato definito il "kyrie eleison" dell'AT.
In questo libro, il c. 9 è l'unico che contiene il tetragramma divino JHWH: forse significa che il vocabolo era ancora usato nella liturgia e nella preghiera privata dell'epoca posteriore. La confessione ritorna in forme variegate ben cinque volte alla fine dei vv. 8.9.11.14.15: "perchè abbiamo peccato contro di te"; "anche se noi ci siamo ribellati contro di te"; "perchè ti abbiamo disubbidito"; "ma noi non abbiamo ascoltato le tue parole"; "noi invece non ti abbiamo ubbidito e siamo colpevoli.". La speranza che Dio possa aver pietà e perdonare le infedeltà del popolo nonostante i suoi peccati e le sue ribellioni è espressa al v.9: "ma tu, Signore, nostro Dio, nella tua benevolenza, perdonaci, anche se noi ci siamo ribellati contro di te!".
"Cominciai anche a digiunare e, vestito di sacco, con la testa coperta di cenere mi rivolsi al Signore Dio per pregarlo e supplicarlo" (9,3). Questo versetto caratterizza già la preghiera che introduce come una "preghiera penitenziale". La vera e propria supplica però si trova nella seconda parte della preghiera, nei vv. 15 19, dove sono formulate esplicitamente le domande di cui la prima si trova in 9,16: "allontana la tua ira e il tuo furore". In 9,16 si legge: "Rinnova, Signore, i tuoi benefici. Allontana la tua ira da Gerusalemme, la tua città, il tuo monte santo. A causa delle nostre colpe e dei peccati dei nostri padri, le nazioni che ci circondano, coprono di insulti Gerusalemme e il tuo popolo".
Nel sal 78, 8-9.11.13 (79) si prende coscienza di come le colpe dei padri e i propri peccati hanno aperto la strada alle sventure di cui ci si lamenta. Vi è un collegamento sotterraneo tra tutte le esplosioni del male nel mondo.
Anche questo salmo è una preghiera attuale che invita a intercedere per tutte le vittime dell'ingiustizia, dell'oppressione, della persecuzione religiosa, specie per quelli che vengono perseguitati per il nome del Signore. Ma che cosa abbiamo a che fare noi cristiani con il desiderio di vendetta "ripagali, Signore, sette volte tanto"? di cui parla il salmo. Non è un desiderio anticristiano? L'orante non vuole farsi giustizia da solo ma si appella alla giustizia di Dio. Davvero è avvenuto davanti ai nostri occhi: Gesù Cristo ci ha mostrato come Dio perdona: "per mezzo della sua morte in croce li ha uniti in un solo corpo, e li ha messi in pace con Dio. Sulla croce, sacrificando se stesso, egli ha distrutto ciò che li separava" (Ef 2,16).
"Perdonaci, Signore, nella tua misericordia".
Nel Vangelo di oggi poi (cfr. Lc 6, 36-38), Gesù continua ad esortarci al confronto con la misericordia e la capacità di perdono da parte di Dio Padre. Sabato scorso, nella redazione dello stesso testo dell'evangelista Matteo, Gesù ci invitava a confrontarci con la santità e la perfezione di Dio, oggi per mezzo dell'evangelista Luca Gesù ci invita ad "essere misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro che è nei cieli". Vengono indicate due dimensioni di questa misericordia per noi: il giudizio verso gli altri e la generosità del dono:
"Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio" (Lc 6, 36-38)".
Tre verbi indicano quale deve essere il nostro comportamento verso il prossimo: giudicare, condannare, perdonare. Dio non ci giudica ma ci perdona sempre: è quello che dobbiamo fare anche noi nei riguardi del nostro prossimo. Dobbiamo comprendere e perdonare tutti con il cuore di Dio. Gesù ci dice oggi: perdonate per essere perdonati, amate per essere amati.
Ritornando alla Prima Lettura, anche se la preghiera di Daniele ci è stata conservata solo in greco, in ebraico c'è un verbo molto usato nell'AT ed è il verbo jada‘ con tre connotazioni diverse ma convergenti: riconoscere, confessare e ringraziare. Come abbiamo accennato a proposito della preghiera di Daniele, confessare il proprio peccato significa riconoscere che Dio ha sempre operato per il bene del popolo e di ciascuno di noi. La "confessione" è anche un momento del nostro itinerario di riconciliazione. Non possiamo riconciliarci con il Padre se non ci riconciliamo con i nostri fratelli. Nella Quaresima l'ascolto della Parola di Dio e la preghiera ci preparano a un momento di lucida sincerità con noi stessi di fronte a Dio. Riconosciamo i suoi doni, ammettiamo i nostri peccati e con generosità ampia "misuriamo" gli altri. Quello che faremo agli altri, Dio lo farà a noi: "con la stessa misura con cui misureremo agli altri sarà misurato anche a noi".
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17 febbraio 2008 - Seconda Domenica di Quaresima 
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Nella lettura dell'Antico Testamento di questa domenica leggiamo il racconto della vocazione di Abramo. Tutta la storia dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe è contenuta in sintesi nei tre versetti che descrivono la vocazione di Abramo dove troviamo anche il messaggio religioso dell'autore jahvista (quello che chiama Dio con il suo nome proprio Jahvè/Jhwh).
Gn 12,1: Jhwh (Iahvè) dà ad Abramo l'ordine di lasciare il suo paese:
Il Signore disse ad Abram:
Lascia la tua terra, la tua tribù,
la famiglia di tuo padre,
e va' nella terra che io ti indicherò.
Gn 12,2: Jhwh promette di fare di Abramo un grande popolo:
Farò di te un popolo numeroso,
una grande nazione.
Gn 12,3: Abramo sarà benedetto e diventerà benedizione per tutte le nazioni della terra:
Il tuo nome diventerà famoso.
Ti benedirò.
Sarai fonte di benedizione.
Farò del bene a chi te ne farà.
Maledirò chi ti farà del male.
Per mezzo tuo io benedirò tutti i popoli della terra.
Il racconto della vocazione di Abramo è importante per capire come la scelta di Abramo da parte di Dio non è limitata a lui solo ma come, attraverso Abramo e il popolo di Israele, di cui Abramo è capostipite, Dio intende arrivare a tutti i popoli. È l'amore gratuito e l'iniziativa libera di Dio che sceglie quest'uomo la cui risposta di fede permette di realizzare il suo piano di salvezza per tutti gli uomini.
Il contributo di Abramo è la sua risposta generosa alla chiamata divina pur senza sapere fin dove questa chiamata l'avrebbe portato: "Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore..." (Gn 12,10).
Chi ha scelto la Parola di Dio e ha accettato di lottare contro il male come Gesù, l'abbiamo sentito domenica scorsa nella prima domenica, vede ciò che sarà: trasfigurato come il Cristo. Mosè ha digiunato quaranta giorni. Elia ha digiunato per quaranta giorni. Tutti e due sono saliti sulla santa montagna. Oggi appaiono col Cristo trasfigurato dinanzi agli apostoli:
"Là, di fronte a loro, Gesù cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole e i suoi abiti diventarono bianchissimi, come di luce. Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui" (Mt 17 ,2-3).
Già durante la loro vita Mosè ed Elia erano stati in una particolare intimità con il Signore al cui incontro si erano preparati con un digiuno di quaranta giorni. E' significativo che ora appaiono di nuovo così accanto a Gesù che si trasfigura. E gli apostoli fanno già l'esperienza del Signore Risorto. La trasfigurazione ne è un segno profetico. Abbiamo quasi una Pasqua anticipata. Il Padre aveva rivelato a Pietro chi è Gesù ed è di nuovo il Padre che lo rivela ai tre discepoli sulla montagna: "Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l'ho mandato. Ascoltatelo!" (Mt 17,5).
La Quaresima ci prepara con un po' di penitenza e con qualche sacrificio all‘incontro con il Signore, proprio come Mosè ed Elia. Insieme con Pietro, Giacomo e Giovanni, con gli apostoli ci conduce ora alla Trasfigurazione. Il Signore Gesù sarà glorificato ma prima dovrà passare attraverso la sofferenza e la morte. E' il programma di ogni battezzato, di ogni cristiano che vuole ricalcare la sua vita su quella di Cristo. E' quello che scaturisce dall‘immersione nel fonte battesimale. Questo era anche visibilmente evidente quando il battesimo avveniva appunto per immersione. Siamo in pieno clima pasquale, quasi a metà dell'itinerario. Attraverso la morte Gesù raggiungerà il massimo della gloria. Sulla montagna c'erano Mosè ed Elia. Altre volte Dio aveva parlato per mezzo dei profeti, in particolare per mezzo di Mosè e di Elia. Ora comanda di ascoltare il Figlio. Il Vangelo pone subito i discepoli in atteggiamento di ascolto e di dialogo con Gesù.
Paolo scrivendo a Timoteo, come ci ricorda la seconda lettura di questa domenica, gli ricorda che "(Gesù) ha distrutto il potere della morte e, con l'annunzio della sua parola, ci ha fatto conoscere la vita immortale". Perciò come Timoteo anche noi non dobbiamo vergognarci di dichiarare di essere dalla parte del Signore. Dio ci ha chiamati ad essere membri del suo popolo, Paolo dice "con una vocazione santa", e lo ha fatto gratuitamente per sua generosità. Ci ha chiamati ad annunciare il suo Vangelo, a far conoscere a tutti il suo progetto d'amore che è la vittoria sulla morte e il trionfo della vita. E' la vittoria pasquale. Il battesimo ci ha dato gli elementi iniziali della nostra glorificazione in quanto ci ha fatto partecipare alla glorificazione di Cristo.
Anticamente gli adulti che si preparavano attraverso il catecumenato al battesimo venivano sottoposti a dei riti che erano chiamati "scrutini" e servivano ad esprimere i momenti della propria preparazione spirituale purificando il cuore e la mente con una revisione della propria vita.
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16 febbraio 2008 - Sabato della prima settimana di Quaresima 
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Il popolo santo di Dio
Il libro del Deuteronomio da cui è tratta la prima lettura di oggi contiene ricordi e riflessioni sulle opere compiute da Dio in favore del suo popolo, liberato dalla schiavitù e condotto alla libertà, e propone una legislazione aggiornata alla nuova situazione di Israele. E' costituito da quattro grandi discorsi di Mosè al suo popolo per ribadire quella che è la grande formula dell'alleanza: "io sarò il tuo Dio e tu sarai il mio popolo" e si articola nel modo seguente:
Gli insegnamenti della storia (Dt 1,1- 4,43): rievocando l'avventura del popolo nel deserto dall'esodo fino alle colline di Moab di fronte a Gerico, Mosè ricorda l'amore grande e costante di Dio invitando il popolo ad impegnarsi: "ora dunque, Israele, ascolta le leggi" del Signore (4,1).
Il comandamento dell'amore (Dt 4,44-28,68): Mosè presenta la Legge di Dio ricordando che la conseguenza sarà la benedizione per chi l'osserva e la maledizione per chi la trasgredisce. La legge è il dono dell'amore di Dio.
Il Signore è la tua vita (Dt 28,69-32,52): dinanzi all'alleanza il popolo deve scegliere tra le due vie, quella della vita: il Signore, quella della morte: il male.
La benedizione di addio (33,1-29): per ogni tribù Mosè ha una sua benedizione, quasi suo testamento spirituale. Il c. 34 conclude il libro con il racconto della morte di Mosè all'età ideale di centovent'anni.
Per il popolo eletto la Parola di Dio è Legge. Indica la via da seguire. Perciò la risposta del salmo responsoriale è costituita da alcuni versetti tratti dal salmo più lungo e uno dei più belli, il Salmo 119 (118): una meditazione sulla Parola di Dio.
Felicità nella legge del Signore: "Beato chi è fedele alla legge del Signore": è la strofe introduttiva che esprime la felicità di chi è perfetto osservatore della legge e nello stesso tempo l'augurio del salmista che appartenga anche a lui questa felicità.
Le circostanze in cui è vissuto il salmista sono molto simili a quelle in cui vivono tanti fedeli dei nostri giorni e la sola conoscenza dei sentimenti, delle difficoltà, delle aspirazioni provate dall'orante di questo salmo possono illuminare la preghiera di quelli che, a più di venti secoli di distanza, ripetono le sue parole e si sforzano di personalizzare i suoi sentimenti, in mezzo a vicende non molto diverse da quelle del nostro salmista. Disgustato dall'ambiente di indifferenza religiosa e di lassismo morale in cui vivono quelli che gli sono vicini, siamo subito dopo l'esilio, egli desidera ardentemente che la Legge del Signore, la sua Parola (piano e volontà di salvezza) sia il principio guida della propria vita. Desidera sottoporre a Dio i suoi pensieri e le sue azioni, con una fede incrollabile e un amore incondizionato alla sua Provvidenza. Le parole del salmista ripetute ogni giorno nel pomeriggio e meditate pacatamente possono infondere coraggio nella via della fedeltà. Recitare a mezzogiorno, proprio quando si è immersi nel lavoro comune a tutti gli uomini, questa professione di adesione totale a Dio sarà senza dubbio di conforto e avrà fecondità spirituale.
Questo salmo perciò non è solo importante e attuale per l'uso frequente nella liturgia ma anche per il suo contenuto.
La legge fondamentale della Chiesa
E' il cosiddetto "Discorso della Montagna", lo possiamo chiamare anche la "legge fondamentale della Chiesa".
L'evangelista Matteo raccoglie in tre capitoli del suo Vangelo (Mt 5-7) gli insegnamenti principali di Gesù per i suoi discepoli. Dopo averli introdotti con le Beatitudini in cui dice di chi è la vera felicità, illumina le tenebre degli uomini con una luce, la sua luce: Gesù che è la luce del mondo, e allora a quei discepoli che egli chiama e che seguono questa luce indica quale sarà il loro vero compito nella storia: "essere sale della terra e luce del mondo". Di qui scaturisce quello che la comunità cristiana ha da dire al mondo.
Con due semplici frasi Gesù passando dalle immagini alla concretezza della vita caratterizza così il fare e il fine delle responsabilità della Chiesa nel mondo:
Il FARE dei discepoli: gli uomini vedano il bene che voi fate!
Il FINE dei discepoli: lodino il Padre vostro che è in cielo!
Matteo dice Padre vostro, una espressione che deve illuminare tutti gli insegnamenti contenuti in questo discorso che è rivolto principalmente ai discepoli. Così dovrà agire il figlio di Dio, cioè il discepolo di Gesù.
Dicono che nel IV secolo, a Gerusalemme, il monte degli Ulivi fosse tutto coperto di chiese e di monasteri. In realtà ne sono rimasti parecchi anche oggi; quello del Carmelo, ad esempio, raccoglie una delle reliquie più sacre di questo monte: è la grotta detta degli "Insegnamenti del Signore" o del "Padre Nostro". Questa grotta è ancora visibile, in essa i discepoli hanno imparato da Gesù tanti insegnamenti per poter vivere da suoi veri seguaci.
In che rapporto sta la Legge di Mosè con quella di Gesù?
La prima cosa che Gesù vuole chiarire ai suoi discepoli, giudei osservanti, è che Egli non è venuto per abolire la Legge di Mosè e dei Profeti, ma per farla compiere in modo più perfetto.
Da adesso in poi il discepolo non ascolterà più Mosè e i Profeti, ma Gesu, ed è nella luce di Gesù che tutto l'Antico Testamento, che pure è parola di Dio, rivela le sue ombre e la pienezza del suo significato. La parola e l'agire di Gesù saranno la legge fondamentale della comunità cristiana perché soltanto Gesù interpreta, vive e compie in modo perfetto esplicitando tutto quello che negli antichi insegnamenti era solo implicito:
"Non dovete pensare che io sia venuto ad abolire la legge di Mosè e l'insegnamento dei profeti. Io non sono venuto per abolirla ma per compierla in modo perfetto".
Perciò la legge di Gesù ha anche nelle sue minime espressioni per un discepolo un valore perenne.
"Siamo perciò chiamati a compiere in modo perfetto, come Gesù ha fatto e insegnato, l'insegnamento della legge e dei profeti. Ma come fare per raggiungere questo ideale? La risposta sarà data a poco a poco da tutta l'opera di Matteo. Il Discorso della Montagna è soltanto una prima e importante presa di posizione".
Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli
Gesù conclude la prima parte del suo discorso in cui con cinque orientamenti antitetici mostra a quale alto ideale vuole condurre il suo discepolo, il quale deve andare oltre la pura osservanza formale della Legge, con un'affermazione che indica come punto di riferimento la perfezione del Padre:
Siate dunque perfetti, così com'è perfetto il Padre vostro che è in cielo (Mt 5,48).
Essa si articola come segue:
a) pace e non violenza (5,21-26)
b) un caso di giustizia (5,27-32)
c) non giurare il falso (5,33-37)
d) non darsi alla vendetta (5,38-42)
e) amare i nemici (5,43-48)
Queste cinque antitesi con cui Gesù reinterpreta e spiega la Legge sono una descrizione in crescendo dell'impegno cristiano: dalla proibizione di uccidere un fratello nel proprio cuore, si passa a un amore senza frontiere fino a prospettare il massimo ideale: imitare il padre.
Senza ipocrisia
Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme l'elemosina (6,2-4), la preghiera (6,5-15) e il digiuno (6,16-18) erano i principali atti di culto della fede ebraica. Gesù riprende questo triplice insegnamento dicendo però subito e con forza che il discepolo deve fare pubblicamente il bene ma non con lo scopo di essere visto e lodato dalla gente. Tutta l'azione del discepolo è cultuale, religiosa, perché cerca di imitare il Padre che è nei cieli.
Al primo posto c'è l'elemosina che originariamente tenendo conto del termine ebraico che traduce sedaqah con il greco eleemosyne ha l'idea di compassione e bontà. Se il discepolo aiuta qualcuno deve seguire l'agire di Dio, ristabilire un certo equilibrio tra i beni della terra. Anche il discepolo dovrà ristabilire con il povero quel giusto rapporto che è stato alterato dal troppo accumularsi di beni nelle sue mani. L'elemosina è un importante atto di culto perché se siamo fratelli dobbiamo dimostrare il valore che ha questa parola.
Per quanto riguarda il digiuno esso non deve mai essere disgiunto dalla preghiera e dall'elemosina intesa come aiuto al povero. Forse il miglior commento al significato di questa pratica è quello che scrive il profeta Isaia: "Ma poi mi dicono: "Perché digiunare se non ci guardi? Perché umiliarci se non lo noti?"". E io rispondo: "Proprio mentre digiunate vi preoccupate dei vostri affari e maltrattate i vostri lavoratori. Litigate con violenza, urlate e fate anche a pugni. Proprio perché digiunate in questo modo, io non vi ascolto. Per voi digiunare vuol dire piegare la testa come una pianta appassita, vestirsi di sacco e stendersi nella cenere. Pensate che sia questo il digiuno che mi piace? Questo, secondo voi, si chiama digiunare, umiliarsi davanti al Signore? "Per digiuno io intendo un'altra cosa: rompere le catene dell'ingiustizia, rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia. Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile. "Allora sarà per te, popolo mio, l'alba di un nuovo giorno, i tuoi mali guariranno presto. Ti comporterai davvero in modo giusto e il Signore ti proteggerà con la sua presenza. Quando lo chiamerai egli ti risponderà; chiederai aiuto e lui dirà: "Eccomi". "Se tu smetti di opprimere gli altri, di disprezzarli, di parlarne male, allora la luce scaccerà l'oscurità in cui vivi. Se dividi il tuo cibo con chi ha fame e sazi il povero, la luce del pieno giorno ti illuminerà" (Is 58,39).
Il digiuno come culto, come servizio reso a Dio serve anche a ristabilire un giusto rapporto con Dio e con i fratelli e deve compiersi in modo segreto. Altrimenti, ancora una volta, significa agire da ipocriti.
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15 febbraio 2008 - Venerdì della prima settimana di Quaresima 
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L'Amore viene prima del culto
Il salmo responsoriale odierno, il sal 130 (129), è molto noto, perché spesso lo si recita in suffragio per i defunti, ma probabilmente il suo significato è più profondo. E' conosciuto come il De Profundis e appartiene alla categoria dei salmi "spirituali". Per la sua religiosità è tra le migliori lamentazioni del salterio. Non si parla in esso di malattie, di nemici, di persecuzioni ..., ma unicamente di peccato e di perdono. Veramente più di perdono che di peccato. La possibilità del perdono è vista nella bontà e misericordia di Dio, fonte di speranza e di fiducia. Di questa pietà il salmista desidera rendere partecipe pure il suo popolo e lo invita alla sua stessa speranza. Per il suo ricco contenuto spirituale il salmo è divenuto presto uno dei salmi favoriti dell'anima cristiana, la quale, per generazioni e generazioni, lo ha ripetuto tra le lacrime del pentimento soffuso di speranza, sia per indurre Dio al perdono, sia per affermare l'amarezza per l'offesa a lui fatta e, protestando la propria fedeltà, ottenere sempre più ampio e generoso il perdono. Si spiega così come la Chiesa lo abbia incluso tra i salmi "penitenziali".
Oggi viene proposto per dirci che ciò che più piace al Signore è l'atteggiamento penitente, aperto alla conversione.
Viene suggerito come risposta alla prima lettura tratta dal profeta Ezechiele: "Dio non vuole la morte del peccatore". Questo profeta scrive durante l'esilio del popolo in Babilonia quando gli ebrei si lamentano dicendo: "Il Signore non è giusto". Dopo tanti anni dalla deportazione i responsabili delle colpe e dell'infedeltà all'alleanza che hanno provocato questo castigo sono ormai morti. Noi abbiamo sofferto abbastanza: perché Dio non interviene ancora a liberarci?
Allora il profeta a nome di Dio spiega: le colpe o i meriti appartengono a ognuno secondo le proprie responsabilità. Per due volte il profeta evidenzia come funziona la giustizia di Dio: "Dio non si compiace della morte del peccatore, ma che si converta e viva" (vv.32.32).
Il Vangelo ci riporta un brano del cosiddetto "Discorso della Montagna" fatto da Gesù e riportato da Matteo. In esso Gesù comincia con una premessa sulla nuova giustizia che non è come quella degli scribi e dei farisei, soltanto formalistica ed esteriore ma che non va alla radice, agli atteggiamenti, al cuore. Con sei antitesi egli dichiara che non è venuto per superare la legge antica ma per portarla a compimento e dare un spirito nuovo ai suoi discepoli.
Nel Vangelo di oggi leggiamo la prima di queste antitesi, è una specie di test di questo comportamento nuovo. Perfino l'offerta all'altare non è gradita a Dio se non è accompagnata da un gesto di riconciliazione e di pace. Non importa che tu non hai fatto niente di male al tuo fratello basta che questi abbia "qualche cosa contro di te" per rendere non gradito a Dio l'atto di culto che stai per compiere. Il compito della riconciliazione spetta al cristiano che vuole celebrare, anche se non è lui il colpevole della frattura.
San Giustino, già a metà del secondo secolo, ci ricorda che il gesto di pace che ora ci scambiamo prima della comunione veniva compiuto dopo la liturgia della Parola e all'inizio della liturgia Eucaristica.
Siamo falsi e "farisei" se partecipiamo al sacramento dell'amore fraterno e lasciamo sussistere situazioni che lo smentiscono. L'amore viene prima del culto.
Amare Dio e il prossimo "vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" conclude così un dottore della Legge la sua conversazione con Gesù (Mc 12,33) e perciò viene lodato dal Maestro.
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14 febbraio 2008 - Giovedì della prima settimana di Quaresima 
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Lo Spirito Santo e la vera preghiera cristiana
In Quaresima si parla tanto e spesso della necessità di una profonda conversione. Ora questa è strettamente legata alla preghiera. Con la preghiera possiamo conoscere la volontà di Dio per realizzarla e praticarla. Le letture di oggi sono una catechesi sulla vera preghiera cristiana. Con la preghiera invochiamo da Dio Padre lo Spirito Santo che è l'autore del rinnovamento della nostra vita e della nostra spiritualità.
Nella prima lettura ci viene proposta una bella preghiera della regina Ester, chiamata anche Hadassa, una fanciulla ebrea che mentre si trova in esilio con il suo popolo in Babilonia interviene con l'aiuto di Dio, confidando nella Sua provvidenza, e riesce a salvare il suo popolo da un sicuro massacro, una Shoa a.l., perpretato dal primo ministro del re Assuero, Aman
Tutti gli Ebrei sono sconvolti per quanto li minaccia; ma Ester sembra colpita soltanto dal fatto che lo zio veste di sacco e rifiuta i vestiti che essa gli ha fatto consegnare (Est 4,4-5).
Ma ecco il cambiamento, dovuto a una presa di posizione netta da parte dello zio, che scuote dal torpore la nipote adagiata comodamente negli agi della corte. Le parole fatte giungere ad Ester sono di una forza unica:
"Non illuderti di poterti salvare, solo tu fra tutti gli Ebrei dell'impero. Se hai deciso di non ascoltarmi in un momento come questo, verrà da un'altra parte un aiuto per la salvezza degli Ebrei. Tu invece morirai, e con te finirà la tua famiglia. Chi sa? forse sei diventata regina proprio per un momento come questo" (Est 4,13-14).
Ester esce bruscamente dal sogno per entrare in una realtà drammatica. Ha finito di giocare alla regina e si addossa tutte le responsabilità che il ruolo le affida. Prima di tutto riconosce e accetta la sua appartenenza al popolo dei Giudei e ricerca la solidarietà e l'appoggio dei suoi connazionali che invita a digiunare "per lei", evidentemente come rito per impetrare l'aiuto da parte di Dio. Questo legame con la sua gente le dà il coraggio di prendere la decisione coraggiosa: "Andrò dal re anche se è proibito e, se dovrò morire, morirò" (Est 4,15-16).
Il resto è solo la conseguenza di questa decisione. La figura di Ester sta tutta in queste parole, nel cambiamento avvenuto in lei, nella presa di coscienza della propria identità e nella totale fiducia in Dio. Il riconoscere che può essere strumento di una provvidenza divina le dà forza e coraggio per affrontare qualsiasi pericolo.
Intensa è la fede di Ester e la sua pietà, messa in luce dalla preghiera che le viene attribuita dal testo greco. Non manca di spirito di obbedienza e di sacrificio. Grazie al suo coraggioso intervento presso il re, essa capovolge la situazione dei suoi connazionali. Il popolo di Dio che doveva essere sterminato dai nemici trionfa su coloro che avevano tramato la sua rovina e che pagarono a caro prezzo il loro odio antisemita.
Della preghiera parla Gesù nel Vangelo di oggi: "Chiedete e vi sarà dato..., perché chiunque chiede riceve... Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!". Saper pregare non è difficile. Basta parlare con Dio come con un padre e un amico. Ma c'è una cosa che il Signore ci concede sempre, in modo infallibile ogni volta che lo supplichiamo: è lo Spirito Santo. L'azione dello Spirito Santo è nel nostro interno, illumina le nostre menti, converte le nostre coscienze, ci incoraggia nel nostro impegno per il bene degli altri. Come per Gesù, come è stato per i santi, capaci nella preghiera di vivere in unione con Dio hanno saputo amare Dio nei fratelli e donare tutta la loro vita per loro. La preghiera quando è autentica passa all'azione per amore.
Un solo esempio: è noto che quando si trattò di approvare il decreto per la canonizzazione di don Bosco, qualcuno fece difficoltà, obiettando: "sì, voi dite che don Bosco predicava, scriveva, cercava soldi per i suoi orfanelli e faceva mille altre cose, ma don Bosco quando pregava?". Il Cardinale che presiedeva la seduta intervenne e disse: "Quando don Bosco non pregava". In altre parole ogni sua attività era vera preghiera.
Preghiamo perché il Signore ci renda sempre disponibili allo Spirito santo, ci faccia chiedere nella preghiera ciò di cui abbiamo veramente bisogno, ci aiuti a convertirci e a rinnovarci.
Preghiamo perché il nostro cuore rinnovato ci aiuti ad osservare la "regola d'oro", come viene chiamata la conclusione del Vangelo di oggi: "tutto ciò che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo anche voi a loro...".
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13 febbraio 2008 - Mercoledì della prima settimana di Quaresima 
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Alcuni segni della nostra conversione
Il punto cruciale della Parola di Dio di oggi dove si parla del profeta Giona e nel Vangelo di Luca di Gesù che rimprovera agli uomini della sua generazione la loro durezza di cuore è la conversione e i segni per esprimerla. Alla predicazione di Gesù i suoi uditori rifiutano la conversione mentre gli abitanti della capitale pagana dell'Assiria, Ninive, si convertirono alla predicazione di Giona.
Ma forse è interessante oggi conoscere più da vicino questo simpatico personaggio dell'AT. Per comprendere la funzione che nella pedagogia di Dio ha Israele di fronte agli altri popoli, a tutti gli uomini, è molto interessante leggere il bel libretto di Giona. Un libretto che per mezzo di un racconto pieno di fascino ha lo scopo di riunire Israele e le altre nazioni nell'unico sentimento di compassione di Dio.
Il profeta Giona viene inviato a Ninive; ciò gli dispiace, prende il battello a Giaffa e poi c'è un naufragio, o meglio il pericolo di un naufragio, lo si getta in mare, inghiottito da un pesce nel cui ventre scrive un salmo, dopo di che il pesce lo rigetta e Giona rinviene sulla riva con il suo salmo sotto il braccio; di là si reca finalmente a Ninive e vi predica a malincuore; Ninive è una città di tre giornate di lunghezza, qualche cosa di considerevole; questi pagani sono tanto ben disposti che prendono tutti il cilicio e lo mettono perfino agli animali, al punto che il povero Giona scontento di un simile successo presso i pagani, si adira e si rifugia sotto un ricino; il ricino viene disseccato da un verme e Giona viene colpito da un'insolazione a causa del sole che gli batte sulla testa; se ne lamenta e il Signore gli risponde con quelle parole che sono la "lezione" ultima del libro:
"Ti inquieti tanto per una pianta che tu non hai curato nè hai fatto crescere. E per di più è durata solo un giorno e una notte! E io non dovrei preoccuparmi di Ninive, la grande città! Dopo tutto in essa vivono più di centoventimila persone che non sanno quello che è bene per loro, e molti animali" (Gio 4,10-11).
Affascinante racconto che si legge con molto piacere; una bella storia che contiene un prezioso insegnamento: Dio vuole la salvezza degli abitanti di Ninive proprio come di quelli di Gerusalemme; i pagani di laggiù sono uomini, creature come voi, io voglio salvarli, anch'essi.
Un Dio troppo "umano", come diceva ironicamente M.Buber, troppo "padre" paziente (cfr. Lc 15) dà a Giona, personificazione di tutti gli intolleranti e fanatici della storia, la sua lezione.
Mentre l'uomo si preoccupa per il ricino, una "cosa", Dio si preoccupa per tutti gli uomini e per la loro salvezza, a qualunque credo essi appartengano e a qualunque latitudine essi abitino. Basterebbe che Giona si mettesse sulla stessa lunghezza d'onda di Dio.
Una vicenda emblematica quella di Giona in cui l'AT vuole trasmettere a suo modo una sua verità che è verità di salvezza. Vuole mostrare come il Dio di Israele, in quanto Dio, è creatore universale, si rapporta ai popoli pagani e quale deve essere il ruolo "missionario" di Israele. Giona si presenta come un libro emblematico che serve da modello ideale per comprendere la pedagogia di Dio che vuole la salvezza di tutti gli uomini ma che la prepara attraverso il popolo di Israele. Giona, una personalità emblematica, simbolo di tutto il popolo di Israele, chiamato, come dice il Deuteroisaia a essere "luce delle nazioni" (Is 42,6-7) eppure riluttante a svolgere la sua missione nel particolare momento storico in cui è posta la vicenda perchè troppo limitato nell'esclusivismo della propria missione. L'autore del libro di Giona intende ricordare ad Israele chi è il suo Dio.
Forse nessun altro libro dell'AT è così vicino al NT, soprattutto alla parabola del figliol prodigo di Lc 15 e all'uso che ne fa Gesù nel Vangelo letto quest'oggi.
Anche un lettore moderno può riconoscersi e immedesimarsi in Giona e allora ha fatto il primo passo per liberarsi dalla propria chiusura in se stesso.
Qualche anno fa' il giornalista M. Garzonio intervistò l'allora cardinale di Milano C.M.Martini, rifacendosi a una Lettera Pastorale sull'evangelizzazione del cardinale scritta quell'anno per i pastori e le comunità cristiane di Milano che aveva come titolo "Alzati, va' a Ninive, la grande città!" chiedendo qualche chiarimento sul senso del suo accostamento tra le due città: Milano-Ninive. Martini con la sua ben nota chiarezza nell'esposizione del suo pensiero ricordava che il suo accostamento tra Milano e Ninive era a favore della città, che il libro di Giona descrive la fiducia di Dio e la fatica del profeta a comprendere l'amore di Dio ma che la risposta deve darla Ninive, perchè nessuna città al mondo ha garanzia del proprio futuro. L'universalismo dei profeti trova la massima espressione in questo libro: i marinai manifestano un timore religioso di Dio, un rispetto del profeta. Il re di Ninive e gli abitanti della città ascoltano docilmente il messaggio di Dio e fanno quella penitenza alla quale Israele si era sempre rifiutato, come si rifiutavano i contemporanei di Gesù. Il libro di Giona anticipa il NT e fa presentire la parola di Gesù che esalta la fede dei popoli pagani. Essi ascoltano Dio, mentre Israele non l'ascolta. Come diventa inconcepibile la pretesa di Israele di vedere nel castigo delle nazioni pagane la propria salvezza! Veramente il libro di Giona è il libro della rivelazione di un amore infinito, che si estende ad ogni creatura. Dio veramente vuole e realizza la salvezza universale. Il giorno di Dio non è più un giorno di condanna ma un giorno di pace. Quanto Giona e quanto noi abbiamo da imparare in tolleranza, apertura, comprensione, amore, perdono verso tutti in questo modo di comportarsi di Dio nei confronti di Ninive e dei suoi abitanti. In Giona non è rappresentato soltanto Israele, ma ogni uomo. Noi siamo questo Giona gretto, egoista, duro verso i fratelli, che pretende tutto per sè, che davanti a Dio crede di avere ogni diritto e non ne concede nessuno agli altri uomini. Siamo noi questo Giona che vuole avere per sè ogni attenzione da parte di Dio e non ammette che Dio possa perdonare tanti uomini e salvarli dalla morte e dalla rovina.
Un libro, quello di Giona, che rappresenta tutta l'umanità nel suo rapporto con Dio, che racconta in modo simpatico e discorsivo la pedagogia di Dio nei riguardi non solo di Israele, ma di tutti gli uomini.
Gesù stesso lo citerà sia per apprezzare la disponibilità degli abitanti di Ninive a convertirsi e fare penitenza, sia per il segno dei "tre giorni", in prefigurazione della sua risurrezione (Mt 12,38-42; Lc 11, 29-32). Giona è così prefigurazione di Cristo.
Il Card. J. Ratzinger in un intervento a una Lectio Divina presso i Padri Carmelitani della Chiesa di S.Maria in Traspontina sul libro di Giona, un po' prima di diventare Papa diceva che la salvezza dei pagani è la salvezza di quelli che accettano la discesa di Dio e scendono da se stessi. La salvezza é fondata sulla penitenza. Chi è pieno di sé si preclude la salvezza. E' possibile vedere trasparire nella vicenda di Giona l´intero vangelo di Cristo. Nel libro di Giona si compenetrano Antico e Nuovo Testamento e si mostrano come una sola cosa.
"Il libro di Giona ci annuncia l´avvenimento di Gesù Cristo - Giona è una prefigurazione della venuta di Gesù. Il Signore stesso ci dice questo nel Vangelo del tutto chiaramente. Richiesto dai Giudei di dar loro un segno che lo riveli apertamente come il Messia, risponde, secondo Matteo: "Nessun segno sarà dato a questa generazione se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12,39s). La versione di Luca delle parole di Gesù è più semplice: "Questa generazione... cerca un segno ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione" (Lc 12,29s).
Vediamo due elementi in questi due testi: lo stesso Figlio dell'uomo, Cristo, l´inviato di Dio, è il segno. Il mistero pasquale indica Gesù come il Figlio dell'uomo, egli è il segno in e attraverso il mistero pasquale.
Nel racconto veterotestamentario traspare proprio questo mistero di Gesù del tutto chiaramente.
Nel primo capitolo del libro di Giona si parla di una triplice discesa del profeta: egli scende al porto di Giaffa; scende nella nave; e nella nave egli si mette nel luogo più riposto. Nel suo caso, però, questa triplice discesa è un tentativo di fuga davanti a Dio. Gesù è colui che scende per amore, non per fuggire, ma per giungere nella Ninive del mondo: scende dalla sua divinità nella povertà della carne, dell'essere creatura con tutte le sue miserie e sofferenze; scende nella semplicità del figlio del carpentiere, e scende nella notte della croce, infine persino nella notte dello Sheòl, il mondo dei morti. Così facendo egli ci precede sulla strada della discesa, lontano dalla nostra falsa gloria da re; la via della penitenza, che è via verso la nostra stessa verità: via della conversione, via che ci allontana dall'orgoglio di Adamo, dal volere essere Dio verso l´umiltà di Gesù che è Dio e per noi si spoglia della sua gloria (Fil 2,1-10). Come Giona, Gesú dorme nella barca mentre la tempesta infuria. In un certo senso nell'esperienza della croce egli si lascia gettare in mare e così placa la tempesta. I rabbini hanno interpretato la parola di Giona "Gettatemi in mare" come offerta di sé del profeta che voleva con questo salvare Israele: egli aveva timore davanti alla conversione dei pagani e al rifiuto della fede da parte di Israele, e per questo - così dicono - voleva farsi gettare in mare. Il profeta salva in quanto egli si mette al posto degli altri. Il sacrificio salva. Questa esegesi rabbinica è diventata verità in Gesù (...). Il paragone tra i pagani diventati credenti e l‘Israele infedele nella storia è diventato presto causa di malintesi che dobbiamo constatare e combattere in ogni generazione, poiché adesso nella Chiesa siamo diventati "Israele" e corriamo lo stesso rischio di Israele: il rischio "dell'egoismo della salvezza", il rischio di guardare Israele dall'alto in basso e considerarci automaticamenti giusti. Le parole chiave del nostro testo sono valide anche oggi e soprattutto per noi: conversione ("ognuno si converta", Gn 3,8) e penitenza. Questa parola non è usata espressamente di per sé, ma l´annuncio "40 giorni e Ninive sarà distrutta" (Gn 3,4) contiene il simbolismo dei 40 giorni che indica il peregrinare di Israele nel deserto e dà con questo una concreta immagine del tema della penitenza. Il messaggio chiave del Nuovo Testamento, che Gesù esprime con le parole: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15), traspare qui. Ciascuno di noi deve riflettere cosa per lui significhi "conversione"". E' sempre il Card. Ratzinger, ora Papa Benedetto, ad esprimersi così. "Dobbiamo sempre combattere contro il peccato e non perdere il coraggio di farlo, soprattutto oggi. Non aiuta la strada dell'imbonimento, ma soltanto attraverso il coraggio della verità, che sa anche dire di no, noi serviamo il bene. Questo coraggio si nutre della consapevolezza della misericordia di Dio, del fatto che egli ama le sue creature, ci ama. Nella lotta contro il male in noi e attorno a noi non possiamo demordere; ma conduciamo questa battaglia nella coscienza che Dio sempre "è più grande del nostro cuore" (1 Gv 3,19). Noi conduciamo la battaglia con una infinita fiducia e per amore, poiché vogliamo essere vicini a colui che amiamo e che ci ha amati per primo (1 Gv 4,49). Più impariamo a conoscere Dio più possiamo dire con la saggezza veterotestamentaria: "La gioia di Dio è la nostra forza" (Ne 8,10)".
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12 febbraio 2008 - Martedì della prima settimana di Quaresima 
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Parola da ascoltare e Preghiera da rivolgere al Padre
Le letture bibliche di quest'oggi ci aiutano a fare tesoro di due cose che caratterizzano la Quaresima: l'ascolto della Parola di Dio che ci viene comunicata con tanta abbondanza in questi giorni e che ci aiuta a vivere. Il modo di rispondere a Dio che ci parla come un Padre nella preghiera. La preghiera come risposta alla parola biblica proclamata e ascoltata. Il Concilio Vaticano II nella Sacrosanctum Concilium (n. 109) "invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera"
Ci viene proposta nella prima lettura la conclusione del cosiddetto "Secondo Isaia", un profeta anonimo del periodo dell'esilio del popolo di Israele, chiamato anche "libro della consolazione" che mette l'accento sull'efficacia della Parola di Dio che, uscita dalla bocca di Dio, non torna a Lui senza effetto ma compie la sua volontà. Il profeta annuncia la Parola di Dio ai suoi ascoltatori, suscita la fede, provoca la conversione.
Da una parte abbiamo la Parola per mezzo della quale Dio ha deciso di agire nella storia degli uomini e, in quanto Parola di Dio, è sempre infallibile: "la sua parola si compie sempre" (Is 40,8), come appare dal Prologo (40,1 11); e dall'Epilogo (55,6 13) "così sarà la parola che esce dalla mia bocca..." (Is 55,11), ma dall'altra c'è il profeta, debole, chiamato al servizio di questa parola che lo rende forte e gli permette di annunciarla con coraggio, sicuro che porterà i suoi frutti. L'autore usa l'immagine della pioggia per descrivere il carattere dinamico della parola. E' l'avventura della Parola di Dio: ha un'origine eterna: "uscita dalla mia bocca"; compie la sua missione nella storia degli uomini: "senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata"; compie la volontà di Colui che l'ha mandata: "senza aver operato ciò che desidero"; l'effetto di questa missione è la fecondità e l'efficacia; il termine è il ritorno presso la bocca che l'ha generata: "ritornerà a me". Così è della parola di Dio. E' efficace e feconda. Non basta leggere e ascoltare la Parola materialmente per entrare in dialogo con Dio, quale è la preghiera. Occorre comprenderne il senso nel suo significato originario e interpretarne il messaggio nella nostra attualità culturale ed esistenziale. Noi tante volte non sappiamo come pregare. Ecco, entrare in dialogo con Dio, ascoltarlo e dargli la nostra risposta. E' questa la Lectio Divina di cui si parla tanto oggi. Ci rivolgiamo a Dio Padre che "sa di quali cose avete bisogno prima ancora che glielo chiediate". C'è però una preghiera che riassume il Vangelo e ogni nostra preghiera. E' quella preghiera che conosciamo dalla nostra infanzia e di cui ci parla oggi Gesù nel Vangelo: il Padre Nostro.
Il "Padre Nostro" è la preghiera dei figli e dei fratelli. Tutte le domande in questa preghiera sono al plurale, anche quelle del pane e del perdono. Il Padre non ascolta chi pensa soltanto ai propri bisogni. Il Padre nostro è una preghiera da recitare insieme e per tutti. Rivolgersi a Dio chiamandolo "Padre nostro" significa ritenere ogni uomo nostro fratello, figlio del Padre come me, amato da Dio come me. Si è fratelli quando si discende dallo stesso padre. I fratelli possono avere idee diverse, capacità diverse. Non importa. Possono esserci simpatici o meno. Non importa. Siamo fratelli perché figli di un unico Padre, non per altri motivi.
La vera risposta all'amore del Padre è l'amore tra i suoi figli. Un vero padre si sente riconosciuto e gratificato, e di questo gioisce e di questo è fiero, quando vede che tutti i suoi figli vanno d'accordo tra loro. Così è anche Dio, il Padre celeste. Ci rivolgiamo a Lui così.
"Padre nostro": noi osiamo chiamarti "Padre nostro", perché il tuo Figlio ce lo ha rivelato e perché il tuo Spirito dentro di noi ci suggerisce questa prima e fondamentale parola: "Abbà-Papà". Tu sei Padre "nostro", e non solo "mio".
"che sei nei cieli": per ricordarci che Dio è trascendente e tre volte Santo: la fiducia e la confidenza non devono farci dimenticare l'obbedienza e il rispetto.
"sia santificato il tuo Nome": santificare il Nome non è semplicemente lodare il Signore, ma permettere al Padre di far trasparire il suo volto nella nostra vita, così che tutti lo possano scorgere.
"venga il tuo Regno": ci auguriamo che, dopo tanti regni e governi ingiusti o violenti, s'instauri davvero il regno del nostro Padre!
"sia fatta la tua volontà": che sappiamo riconoscerla, discernerla nei casi dubbi, sceglierla tra due beni, farla perfettamente e continuamente! Ma per questo abbiamo bisogno del tuo aiuto.
"dacci oggi il nostro pane quotidiano":il pane è nostro, frutto del nostro lavoro, e tuttavia lo chiediamo al Padre come un dono. Chi recita il Padre nostro rifiuta di farsi padrone di se stesso, delle proprie cose, del mondo.
"rimetti i nostri debiti": come noi dobbiamo perdonare il prossimo, così abbiamo bisogno del perdono del prossimo. Se noi dobbiamo perdonare il prossimo, quanto più tu, Padre celeste, devi perdonare noi! Tra questi due perdoni c'è un rapporto simile a quello tra denari e talenti (cfr. Mt 18,23 35: la parabola del servitore spietato).
"non lasciarci cadere nella tentazione": le prove sono esperienze umane: possono capitare, o siamo noi stessi a provocarle. Non ti chiediamo, Padre, di dispensarci da esse, ma di aiutarci in esse.
"ma liberaci dal male (o dal Maligno)": quante facce ha il male! Sono tante che si confondono. Quante maschere si mette il male, che poi vengono scoperte! Quanti espedienti usa, che poi falliscono!
Ma tu, o Padre, che hai tratto l'essere dal nulla, sai trarre il bene dal male: "Voi avete tentato di farmi del male, dice Giuseppe l'Egiziano, ma Dio cercava di trasformarlo in bene" (Gn 50,20). Se la morte e l'odio sono un male, quale male maggiore ci può essere della morte di tuo Figlio, causata dall'odio? Eppure tu hai tratto il bene da quel male. Quella morte infatti è stata la vittoria dell'amore. Padre, donaci il tuo amore e liberaci dal male!
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11 febbraio 2008 - Lunedì della prima settimana di Quaresima 
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Alla fine la Parola ci giudicherà sull'Amore
Nei giorni precedenti, a partire dal mercoledì delle Ceneri, siamo stati invitati dalla Parola di Dio alla conversione. La Parola che ci salva è una Parola che illumina, consola, ma anche giudica. E il giudizio finale, come ci ricorda quest'oggi l'evangelista Matteo a conclusione del suo scritto, nel cosiddetto "discorso escatologico" di Gesù, sarà una parola di giudizio su come ci saremo comportati nei riguardi del prossimo, di ognuno dei nostri fratelli, non solo dei nostri fratelli di natura, di nazionalità o di religione, come sembrava dire la Legge antica nel libro del Levitico.
Intanto il salmo responsoriale, nei versetti che sono stati scelti per oggi, ci ricorda che è la Parola di Dio che sostiene la nostra vita e perciò la giudicherà pure alla fine. Si tratta del Salmo 18 (19) che è una lode a Dio per la creazione del mondo, nella prima parte: "I cieli narrano la gloria di Dio, gli spazi annunziano l'opera delle sue mani" e per il dono della sua parola nella seconda parte: "le tue parole, Signore, sono spirito e vita", come ci fa ripetere il ritornello del salmo responsoriale.
La Parola di Dio, come dicevo, è luce che orienta e incoraggia ma anche parola che riprende e condanna. La parola di Dio, nell'insegnamento di Gesù, è normativa. Giustifica e salva chi la accoglie e la pratica, ma penalizza chi la rifiuta e la trascura.
La Liturgia ci farà ascoltare inoltre oggi, nella Prima Lettura, un brano della cosiddetta "Legge di Santità", secondo il libro biblico del Levitico nei capitoli 17-26. Questi capitoli cominciano con le parole: "Siate santi, perché, io, il Signore, vostro Dio, sono santo". La santità e assoluta trascendenza di Dio è il motivo fondamentale della santità dei membri del popolo di Dio. In questa Legge che viene solennemente proclamata a tutto il popolo di Israele, il Signore indica il modo in cui esso deve comportarsi per partecipare alla santità di Dio evitando ogni favoritismo, ogni calunnia, odio o vendetta verso il prossimo. Il brano si conclude oggi al v.18 con le parole: "amerai il prossimo tuo come te stesso". Parole che nel contesto veterotestamentario indicavano l'amore per i propri parenti e connazionali ma che poi Gesù porterà al massimo sviluppo comandando l'amore verso tutti, anche verso i propri nemici e unendo questo amore al primo dei comandamenti: l'amore verso Dio.
Nel Vangelo di oggi, infine, la Liturgia ci pone di fronte all'esame finale, al giudizio finale. Il tutto si riassume in ciò che è essenziale nella nostra religione cristiana: l'amore. Alla fine saremo giudicati sull'Amore che avremo mostrato verso i nostri fratelli. E' questo il modo per dimostrare la nostra fede. Che non ci capiti di vederci superare e precedere, come dice lo stesso Gesù nel Vangelo, "dai pubblicani e dalle prostitute" o dai pagani o da coloro che pur non avendo incontrato Gesù lo hanno amato nei più poveri e bisognosi. Infatti la parabola profetica che Gesù racconta, ripresa nel Vangelo di Matteo, che rileggeremo oggi ha come destinatari tutti i popoli, tutti gli uomini. Tutti di fronte all'unico Giudice, il Signore Gesù, che avrà un solo criterio di giudizio: l'amore. L'elenco che fa Gesù in questa parabola è soltanto esemplificativo di una realtà vasta quanto vasto è il campo da cui sale il grido di indigenti, indifesi, sofferenti, emarginati, oppressi, sfruttati e perseguitati. In essi incontriamo Gesù stesso.
Per concludere, vorrei ricordare che con questo lunedì anticamente cominciava la penitenza pubblica per quei peccatori che si erano proclamati tali pubblicamente e si preparavano durante tutta la Quaresima alla riconciliazione, anche pubblica, che avveniva la mattina del Giovedì Santo. Questa liturgia penitenziale ricordava l'allontanamento dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, come il rito di riconciliazione ricordava, nell'invito al ritorno, le parole con cui si conclude il brano di Vangelo di oggi: "Venite benedetti dal Padre mio...".
La conversione a cui siamo chiamati in questa Quaresima è metterci sotto il giudizio critico della Parola di Dio per uniformare il nostro modo di vivere a quella carità e amore che Gesù ha dimostrato in mille modi ai suoi discepoli: "perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; sono stato forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato, e mi avete visitato, carcerato, e siete venuti a trovarmi". E la ragione che Gesù ci dà per amare i fratelli è semplicemente questa: quello che fate agli altri, lo fate a me. Dio è presente nei nostri fratelli. A forza di sentirlo ripetere, forse ce ne siamo dimenticati.
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10 febbraio 2008 - Prima Domenica di Quaresima 
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La Quaresima: "Quaranta giorni" in cui riviviamo ogni anno la nostra preparazione al Battesimo
Gesù condotto dallo Spirito nel deserto e messo alla prova ("Se sei Figlio di Dio...") (Mt 4, 1-11)
Nel suo Vangelo Matteo racconta che Gesù ha ricevuto al Giordano il Battesimo di Giovanni e ora ci dice che lo Spirito lo spinge nel deserto. Perché? Gesù è la salvezza: ma di che salvezza si tratta? Una salvezza soltanto umana e terrena? Il suo messianismo è quello atteso dai Giudei? Finalmente è arrivato colui che risolverà tutti i nostri problemi? Il male, la sofferenza, le ingiustizie, le oppressioni scompariranno subito? Andiamo adagio. Se Gesù vuole compiere tutto quello che il Padre desidera da lui, questo non avverrà così semplicemente senza problemi, senza difficoltà. Cosa dovrà fare? Ecco la risposta. Sconfiggere il male, vincere le tentazioni, come il suo popolo durante l'Esodo, come ciascuno di noi nell'esodo della nostra esistenza quotidiana, nella lotta continua contro il male, le ingiustizie, gli odi, le sopraffazioni. Le tre tentazioni che dovrà subire Gesù sono tre tentazioni tipiche di ogni uomo: furono del popolo, sono le nostre. Quale è la strada per superarle? Quella che purtroppo il popolo di Israele non ha saputo seguire. Gesù liberamente decide dinanzi alla scelta che gli viene proposta. Egli rifiuta ogni tipo di dominazione terrena sul mondo perché la sua missione è di annunciare ai poveri la bella notizia della salvezza. Gesù è il nuovo Mosè, incarna il nuovo popolo di Dio che vince quella "tentazione" in cui il suo popolo era caduto. Tutte e tre le tentazioni cominciano con le parole: "Se sei Figlio di Dio...". Gesù è tentato a verificare la potenza legata alla filiazione divina appena rivelata durante il Battesimo al Giordano. Lo scontro con satana viene descritto come una battaglia a colpi di citazioni bibliche che fa della Bibbia-Parola di Dio la chiave essenziale dell'episodio. Quale potrebbe essere il significato che l'evangelista Matteo vuole dare alle tre tentazioni? Il rifiuto da parte di Gesù di un potere e di un messianismo solo terreno? Un modello per ognuno di noi nel vincere le tentazioni tipiche del nostro quotidiano? A differenza del suo popolo Gesù riesce a vincere quelle tentazioni in cui invece Israele era caduto.
Già nella prima tentazione si allude al pericolo di ogni compromesso politico che, pur recando vantaggi materiali, fa correre il rischio di perdere la propria identità. Non si tratta di seguire il proprio egoismo, i propri interessi personali. Compiere quello che Dio vuole esige talvolta sacrifici e rinunce ma si può essere sicuri di raggiungere così la mèta, di conquistare la propria felicità, di compiere la propria missione. Anche Gesù si impegna a vivere di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Sarà la Parola di Dio a fargli da guida.
L'antico popolo di Israele aveva tentato Dio nel deserto del Sinai e si era rifiutato di entrare nella Terra Promessa girovagando per quarant'anni nel deserto. La tentazione di essere come gli altri popoli gli faceva dimenticare il suo Dio che lo aveva liberato dalla schiavitù dell'Egitto e del faraone. Infine la tentazione del potere e della gloria. Ma Gesù capisce che si tratta ancora di una tentazione diabolica che gli impedisce di compiere la sua missione e di instaurare il regno del Padre suo che è regno di amore, di giustizia e di pace, un regno che consiste nel fare di tutti gli uomini una sola grande famiglia di fratelli di cui lui è l'unico Padre e padre di tutti. Al termine di questi quaranta giorni in cui viene continuamente tentato dal demonio Gesù sceglie la via dell'ascolto della Parola di Dio e così rinuncia ad ogni tipo di potere che non sia l'adorazione e il servizio di Dio e dei fratelli. Vince satana e così riceve da Dio ogni potere. Un potere che è servizio, liberazione e salvezza dell'uomo. Gesù sceglie così di servire l'uomo e di salvarlo. Anche la nostra missione di cristiani che è vissuta nella lotta continua contro il male si inserisce in questa missione di servizio, di Cristo e della Chiesa.
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9 febbraio 2008 - Sabato dopo le Ceneri 
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Un Dio di misericordia in mezzo alla gente
Quando si pensa alla religione, in genere, la si immagina sempre come separata dalla vita normale, ordinaria. Forse anche la Quaresima intesa, come in realtà è, un periodo di preparazione alla Pasqua, per pensare alla propria conversione, la si immagina forse come una specie di ritiro spirituale, prolungato, che ci costringe ad estraniarci dalle cose della vita, dai nostri impegni per pensare solo alla nostra anima e ai suoi interessi.
La Parola di Dio al contrario, come il profeta Isaia oggi ci ricorda, invita a considerare la nostra vita quotidiana come il luogo ideale dove possiamo e dobbiamo fare quel che Dio si attende da ciascuno di noi. Continuando la parola di ieri il profeta ci sollecita a collaborare con Dio nel ricostruire quel che è distrutto, nell'impegnarci per la liberazione degli oppressi, nell'offrire il pane all'affamato, nel saziare chi è digiuno, nel rispettare il sabato (il giorno festivo), senza ipocrisia o altri interessi (cfr. Is 58,9b-14).
Nel Vangelo di oggi, Gesù nella persona dell'esattore delle tasse Levi-Matteo chiama tutti peccatori alla conversione e li chiama nel loro ambiente di vita, scandalizzando i benpensanti farisei quando assieme allo stesso Matteo organizza un pranzo di festa con i peccatori perché la bontà e la misericordia di Dio si è manifestata proprio nel chiamare i malati, i peccatori.
Il salmo responsoriale (Sal 85/86) ci offre un messaggio di coraggio per cogliere la compatibilità della nostra fedeltà con il nostro stato di peccatori. Possiamo considerarci fedeli anche se abbiamo continuamente bisogno di essere perdonati. Forse l'espressione più originale di questo salmo è quella del v. 11: "Mostrami, Signore, la tua via: voglio esserti sempre fedele, donami un cuore semplice che tema il tuo nome".
Per noi si prospetta un cammino spirituale molto interessante: solo l'"insegnamento" di Dio (la sua "via" = la sua Parola e il linguaggio degli avvenimenti) ...; ...può realizzare l'unità interiore della nostra persona (il "cuore semplice" della coscienza); ora, solo questa unità, in via di realizzazione, può assicurare la stabilità spirituale e morale richiesta a noi dal Signore ("camminare nella fedeltà"...; ...per conservare e sviluppare l'amore e l'adorazione autentica, "temere il nome" del Signore, ecco l'unica sapienza che ci può aiutare a vivere la nostra avventura quotidiana).
Perciò un programma in quattro tappe: ascolto della Bibbia - accoglienza interiore - cammino morale - adorazione. Sono tappe più cicliche che lineari perché per avanzare nella via dello Spirito, occorre ritornare continuamente al punto di partenza del processo, come una strada che gira continuamente ma che progredisce e ci conduce gioiosamente alla mèta del nostro itinerario terreno.
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8 febbraio 2008 - Venerdì dopo le Ceneri 
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Quale digiuno Dio vuole da noi?
Come sappiamo, la Chiesa in questi ultimi tempi impone il digiuno solo il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, mentre negli altri venerdì ci esorta all'astinenza della carne come forma di mortificazione. Sappiamo anche l'importanza data al digiuno dai mussulmani durante il mese di Ramadan.
Noi abbiamo bisogno di scoprire e di capire che cosa la Parola di Dio intende per digiuno gradito a Dio, cioè qual è il digiuno che Dio vuole e qual è il clima autentico nel quale devono vivere i discepoli di Gesù. La Parola di Dio nelle letture bibliche di venerdì dopo le Ceneri è liberante ma anche esigente. I cristiani sono sempre in festa perché lo Sposo, di cui parla il Vangelo, cioè Gesù Risorto, è con loro, essi sono però impegnati in qualche mortificazione personale e nell'amore di servizio verso il prossimo. Una certa disciplina personale e la carità verso gli altri deve ispirare il nostro programma quaresimale.
Il profeta Isaia, quello dell'esilio, nell'ultima parte delle sue parole (Is 58, 1-9a), ricordate nella lettura di oggi, ci informa che in un giorno di digiuno mentre gli ebrei esibiscono e mettono in evidenza i segni delle loro penitenze e dei loro digiuni si lamentano con Dio, il Signore li snobba e non prende proprio in considerazione i loro digiuni. Digiuni ed espressioni farisaiche di culto non fanno altro che indispettire Dio.
"Per digiuno io intendo un'altra cosa: rompere le catene dell'ingiustizia, rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia. Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile. "Allora sarà per te, popolo mio, l'alba di un nuovo giorno, i tuoi mali guariranno presto. Ti comporterai davvero in modo giusto e il Signore ti proteggerà con la sua presenza. Quando lo chiamerai egli ti risponderà; chiederai aiuto e lui dirà: "Eccomi". "Se tu smetti di opprimere gli altri, di disprezzarli, di parlarne male, allora la luce scaccerà l'oscurità in cui vivi. Se dividi il tuo cibo con chi ha fame e sazi il povero, la luce del pieno giorno ti illuminerà (Is 58, 6-10).
Come avviene nel salmo responsoriale di oggi dove sono proposte alcune parti del Salmo 50 (49) dove chi prega riconosce che Dio non gradisce atti di penitenza e di culto se non vi è la conversione del cuore e della condotta. Ci uniamo all'orante con il ritornello : "Tu gradisci, Signore, il cuore penitente".
Il Vangelo ci ricorda che Gesù non ha dato precetti di digiuno e se talvolta si riferisce a questa pratica giudaica lo fa per denunciare quelle forme di esibizionismo di chi si crede a posto, devoto, solo perché pratica il digiuno. Gesù invita a riflettere al significato che egli dà al digiuno come quando nel suo ritiro quaresimale nel deserto "non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati ebbe fame " (Lc 4,2). Il digiuno che Dio vuole è il digiuno dall'egoismo che porta a condividere quello che si ha con i fratelli. Perché il digiuno senza l'amore non serve a niente. Anche se oggi si parla di meno del digiuno dai cibi, non si deve dimenticare il digiuno dai vizi e dai peccati, dalla superbia, e dalla lussuria.
Sant'Agostino diceva: "Per digiunare veramente, bisogna astenersi, prima di tutto da ogni peccato". E noi non dimentichiamoci che dobbiamo digiunare dalla febbre del consumismo. Dividere quello che abbiamo con i nostri fratelli, specie i più bisognosi: ecco il nostro digiuno.
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7 febbraio 2008 - Giovedì dopo le Ceneri 
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Il segreto della Quaresima
La Quaresima, come dice la stessa parola, "quaranta giorni", è un periodo quanto mai "opportuno", come lo chiama Paolo, per ognuno di noi di ripensare e rivivere la preparazione al proprio Battesimo, per rinnovare la propria scelta e rilanciare con entusiasmo la propria vita cristiana.
E‘ quello che gli antichi chiamavano il "catecumenato", quando il Battesimo lo si riceveva da adulti dopo una opportuna preparazione, intensificata durante la Quaresima, per poi fare il passaggio, la scelta definitiva, durante la Veglia Pasquale, da "catecumeni" a "neofiti", a "photismoi/illuminati", cioè a "cristiani".
La Parola di Dio, luce sul cammino di ogni uomo, ci guiderà aiutandoci in questo "tempo forte" dell'anno liturgico a ripercorrere le grandi tappe dell'antico "catecumenato".
La liturgia della Parola ci offre infatti in Quaresima ogni anno una grande catechesi battesimale (specialmente attraverso la lettura dei Vangeli), preparata dalle tappe principali della storia della salvezza (della prima lettura, dall'Antico Testamento), e approfondita dalla meditazione personale sulla salvezza cristiana (nei brani delle lettere paoline, la domenica, dalla seconda lettura).
Si tratta perciò di un progetto di letture, di riflessione e di vita che si realizza con un carattere progressivo, articolato, dinamico.
Ma qual è il "segreto della Quaresima", il segreto per viverla bene?
La nostra conversione consisterà nel fare o rinnovare la nostra scelta.
Ce lo ricordano i tre brani delle Letture di oggi.
Il Deuteronomio presenta, per mezzo di Mosè, al popolo eletto la Torah (la Legge) come norma di vita ed esorta a una scelta radicale. Non c'è via di mezzo, fra il servizio al Dio vivente e la schiavitù agli dèi. Invito che viene rivolto a noi oggi: si tratta di scegliere tra Dio e la sua presenza e immagine viva nell'uomo nostro vicino, specie il più povero e abbandonato e la vita comoda e felice immaginata solo per noi e per il nostro benessere, talvolta anche a scapito degli altri.
Il Salmo responsoriale (che è il Sal 1, il primo del Salterio) celebra la felicità e la fecondità di chi sceglie la Torah, la Legge, la Parola di Dio, la via proposta da Dio per vivere bene. Anche noi riconosciamo che chi pone la sua speranza nel Signore ha fatto la scelta migliore: "Beato chi spera nel Signore".
Il Vangelo ci ricorda il primo annuncio della sua imminente morte e risurrezione fatto da Gesù ai suoi discepoli nel cammino verso Gerusalemme e il suo monito ai discepoli, che è poi anche per noi il segreto della Quaresima: perdere la vita per guadagnarla, come Cristo, in piena solidarietà con Lui.
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6 febbraio 2008 - Mercoledì delle Ceneri 
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In cammino verso la Pasqua in atteggiamento di conversione
Quest'oggi leggiamo un brano del profeta Gioele, un profeta vissuto attorno al 400 a.C. Il popolo d'Israele è invaso da una miriade di cavallette. Una disgrazia, occasione perché tutto il popolo: anziani, ragazzi, sposi e sacerdoti si converta a Dio.
La conversione: in linguaggio religioso, indichiamo con questo termine una realtà molto ricca e complessa il cui significato si può ricavare solo da un'analisi attenta e corretta dei testi della Bibbia. Nelle lingue moderne una qualunque traduzione del termine ebraico shuv (per gli ebrei è la teshuva), del tipo "penitenza, riconciliazione, ritorno, conversione",non riesce ad esprimerne tutta la ricchezza.
Per il profeta Gioele la conversione è radicata nel culto, è un ritorno a Dio, è una conversione religiosa, da cui scaturisce una conversione morale che non consiste solo nel cambiare mentalità o nell'astenersi da questa o quella colpa, bensì in un "ritornare al Signore con tutto il cuore perché Egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di benevolenza" (Gl 2,12). Gli aspetti religiosi e rituali devono essere l'espressione esterna di un profondo atteggiamento interiore.
Ogni anno, puntualmente, la liturgia delle Ceneri ci sollecita con queste parole di Gioele alla conversione quaresimale. È un appello provocatorio che suscita un dinamismo spirituale, incredibile e sempre attuale, e annuncia che è possibile un rinnovamento profondo, un futuro migliore del presente. E questo perché il Signore "è compassionevole e clemente, paziente e grande nell'amore e deplora il disastro" (Gl 2,13). È questo infatti che caratterizza il Dio d'Israele, la sua bontà e misericordia. L'amore e il perdono di Dio non sono qualcosa di automatico, ma un dono che deve essere accolto.
Il salmo 51 (50) poi che è la risposta nella preghiera ("salmo responsoriale") lo leggeremo spesso in questo periodo, si tratta del "miserere": "abbi pietà di me, Signore, secondo la tua misericordia" e delinea un "itinerario di conversione". E' la preghiera dell'uomo di sempre, appartiene alla nostra storia. Prima di meditare su questo salmo Charles de Foucauld pregava così: "Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere. Questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana. Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso la nostra preghiera; esso racchiude, il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. Esso parte dalla considerazione di noi stessi e della vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio, passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini". Dalla confessione che il salmista fa del suo peccato si può intravedere il senso del peccato, come rottura, opposizione alla volontà di Dio che egli ha: "riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio (Sal 51,5-6).
San Paolo nella seconda lettura, un brano della Seconda Lettera ai Corinti, invita alla riconciliazione con Dio: "Quindi, noi siamo ambasciatori inviati da Cristo, ed è come se Dio stesso esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo da parte di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Cristo non ha mai commesso peccato, ma Dio lo ha caricato del nostro peccato per riabilitarci dinanzi a sé per mezzo di lui. (...) Come collaboratori di Dio vi esortiamo a non trascurare la grazia di Dio che avete ricevuto. Infatti Dio dice: Nell'ora della mia misericordia ti ho ascoltato nel giorno della salvezza ti sono venuto in aiuto. Ecco, questa è l'ora della misericordia Dio, questo è il giorno della salvezza (2 Cor 5,20-6,2).
Il brano evangelico è tratto dal Discorso della Montagna, nel Vangelo di Matteo che stiamo leggendo nella Liturgia di quest'anno. Gesù parla della giustizia che deve animare la nostra vita. Una fedeltà a Dio che si esprime in tre opere concrete: l'elemosina, la preghiera e il digiuno. A cui aggiungere l'ascolto della Parola di Dio, l'unica Parola che salva, segni che esprimono la nostra conversione in questo tempo di Quaresima.
Le ceneri che ci verranno imposte sulla fronte o sul capo ci ricorderanno la precarietà della nostra vita, l'impegno della nostra conversione interiore in questo periodo di preparazione alla Pasqua.
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